Il canto dei ‘morti’

William Cliff

William Cliff

Su questa terra abbandonata
la nebbia si stende infinita,
vediamo solo all’orizzonte
un noioso e lungo destino.

Niente qui perturba l’attesa
di ciò che più in là accadrà,
giorno per giorno sul pendio
slittiamo per l’eternità.

Il rumore dei nostri passi
è causato dalle catene
che trasciniamo e che ci seguono
fino al nostro ultimo carcere.

Sole e vento, calma o tempesta,
le stagioni non ci importano,
giorno di lavoro o di festa,
è tutto uguale in prigione.

Dentro queste basse caserme
ascoltiamo il vento invernale
che mugghia tra lunghi rantoli
sui tetti coperti di ferro.

La notte la porta è chiusa
e noi sembriamo tumulati,
riviviamo in mezzo al fumo
che fuoriesce dai cervelli:

e poi volano i nostri sogni
attraverso i tetti impotenti
se la casa più resistente
nulla può contro la speranza,

e chi dice una preghiera
curvo sulla parete in legno
ritorna all’innocenza fiera
del bambino che fu una volta.

Grazie al vento e alla pioggia,
grazie alla neve e al freddo
che ci dicono che la Vita
ha la meglio su ogni clima

e che se chiniamo il capo
sotto il peso delle accuse,
Colui che sa del nostro crimine
ci ha già espresso il suo perdono.