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Casablanca

Tiziano Broggiato

Tiziano Broggiato

Ho creduto a una rinnovata
divisione delle acque, lì,
all’interno del taxi lanciato
nello sciame della città
dove tutto è “ultimo istante”
e svolazzi di jellabah.
Alla radio una nenia sillaba
ossessivamente un nome di donna,
mentre sul muro di un vicolo
stretto come una crepa, decifro
la scritta che ha il tono
di una sentenza: tu qui
non esisti.
Poi le creste nervose dell’oceano,
le sue spume su Sidi Ard
e il finimondo della corsa
lungo la litoranea in direzione
della moschea di Hassan secondo.
A volgermi in quel punto, ora
sarei in grado di distinguere
tutte le torri della città e
le chiglie dei suoi palazzi
prendere il mare e infrangerne
le onde, come un’alta, solenne
nave bianca o come un’ arcipelago
infinito di pennoni.
(da Preparazione alla pioggia, I)

Lasciando Dublino, puntando verso Achill

Roberto Cogo

Roberto Cogo

la grande città non è il paese
è solo una sua parte – tutto intorno campi verdi
e pecore e bestiame e uno stormo d’uccelli
immersi nell’aria grigia che avvolge il cielo
a chiudere del tutto lo sguardo
verso un contatto più azzurro con l’alto –
viaggiare è uguale ovunque si vada
si può andare di città in città
perdendo il contatto con la terra
ecco perché la città non è il paese intorno
ma solo una sua piccola parte
Roberto Cogo (Schio, 1963), da Senza il peso di un pensiero(Ladolfi, 2011)

Il risveglio

Mariasole Ariot

Mariasole Ariot

Il risveglio è dato dalle mancanze. La spina dorsale è vita prosciugata sotto la pelle, dove o quando l’inaffondabile affonda. Scorre un sangue come una frase nella gola, di bocca in bocca ascolto ripetizioni umane come fossero tracce di bestioline morte: un inverno con le zampe, un pesce senza sonno, un sordo avanzare di iene senza testa. Bussano nel cranio risposte fucilate dall’alto:
Che non c’è un inizio né la fine di un fiume, che di giorno le folaghe urlano
e di notte le folaghe brillano, che portano al centro del cranio la bestemmia del mattino, che abbiamo scordato di essere pozzanghere, che è impossibile superare un ruscello, che la lentezza non è una resa dei conti.
Mariasole Ariot (Vicenza, 1981), da Anatomie della luce (Nino Aragno Editore, 2017)

Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena

Mariasole Ariot

Mariasole Ariot

Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena.
Dentro, il mondo è livido e vago, guardo la scena nascosta dal vetro – se un vetro
può nascondere – ma il fuori discutibile e di strazio ha un foro da cui entrare e
uscire, da fondo a fondo sulla pietra. Ho agganciato le parti con la colla, ne man-
ca una al centro, ad occhio nudo sembra una stelletta. Se le formiche hanno biso-
gno di tagli sui nodi per camminare, il noi si deve separare con un nodo tagliato.
Le grandi voci che hai chiamato verità e poi bugia non sono che mosche nella
testa, un ronzio di fondo inseparabile, un’allucinazione per non dire vita.
La vertigine è questo corpo senza finestre , un lago artificiale ferito da una diga. Se non è
possibile una diga, fa’ che sia ramoscello. Che un lampo fulmini il larice, fa’ che cada.
Mariasole Ariot (Vicenza, 1981), da Anatomie della luce (Aragno, 2017)