Archivi tag: Poesia ungherese

Mamma

Attila József

 

Attila József

 

Da una settimana penso solo alla mamma,
sempre di nuovo mi fermo a ricordarla.
Lei che saliva in soffitta,
con un cesto pesante in mano, lesta.
Io ero ancora un uomo sincero,
urlavo e scalpitavo
che lasciasse il bucato ad un altro,
che portasse me lassù, in alto.
Ma lei andava e stendeva
Non mi sgridava, non mi guardava,
E i panni lucidi, fruscianti
Spiccavano il volo in alto.
Non piangerei più adesso, ma è tardi,
Vedo solo ora quanto è grande,
I suoi capelli grigi si muovono nell’alto,
scioglie il turchinetto nell’acqua del cielo.

Forse spariro’ all’improvviso

Attila József

 

Attila József

 

Forse sparirò all’improvviso…

Forse sparirò d’improvviso,
come le impronte nel bosco.
Ho sperperato tutto ciò
di cui dovrei rendere conto.

Già il mio corpo da bimbo
fu arso dal fumo corrosivo.
Tristezza mi sbrana la mente
se penso al mio destino.

Il desiderio vagante in terre lontane
mi ha azzannato ben presto.
Ora mi invadono rimpianti vibranti:
dovevo attendere ancora dieci anni.

Per sfida non ascoltavo
il consiglio materno.
Poi rimasi solo, orfano,
e derisi il mio maestro.

La giungla verde della mia giovinezza
credevo libera ed eterna,
ed ora con lacrime negli occhi ascolto
tra i rami secchi il rumore del vento.

Come nel campo

Attila József

 

Attila József

 

Come nel campo il bambino
raggiunto dal temporale,
e non c’è casa o madre
dove potesse andare,
il cielo pesante e furioso romba,
sul campo svolazza la paglia,
e lui come animale mugola,
piangerebbe, ma ha paura,
sospirerebbe, ma d’improvviso
arriva un soffio gelido dal cielo,
e solo quando un brivido leggero
corre sul suo magro corpo e viso,
come un lampo improvviso
e la pioggia nera diluvia tutto
come se fosse suo pianto gigantesco,
che si accumula nei campi,
inonda l’erba, colma le fosse,
ne scava altre, ondeggia nel prato,
nel ruscello, anzi nel cielo,
e il bambino si avvia nel campo;
così mi sorprese il desiderio
selvaggio e improvviso
e cominciai a piangere,
sebbene fossi già uomo.
E su questa terra
bagnata di pianto
dove è difficile
alzare i piedi,
quando c’è fretta,
mi fermo ora.
Il suo desiderio
ignorerei se mi amasse.

Oh, quante volte vi vedo

Kosztolányi Dezső

 

Kosztolányi Dezső

 

Oh, quante volte vi vedo
Piccoli fratelli miei, bambini in stracci.
In giardini brinati, sotto la mia finestra,
là vi ribellate, muti, senza paura,
sotto l’ombra dei pini, in neve e nebbia.
Il piccolo muratore quanto è inzaccherato,
come pallido il piccolo magnano,
il figlio del carpentiere è come Gesù,
alza il martello il piccolo fabbro,
piange il figlio del falegname e carraio,
e fatto di bambini questo esercito.
Chiamerei mio padre, ma lui dorme,
è profonda e senza confini la notte.
Li guardo e piango per loro,
loro, i piccoli ribelli della notte.
Combattendo il buio con gli occhi aperti
nella stanza calda mi alleo a loro
e attraverso la finestra e contro ogni sorte
pongo loro la mia piccola mano da signore.

Felice, triste canzone

Kosztolányi Dezső

 

Kosztolányi Dezső

 

Ho pane e anche vino,
ho moglie e anche figlio.
Perchè rattristrarsi?
Ho sempre da mangiare.
Ho un giardino, gli alberi
si inchinano sulla via sussurrando.
Noce, papavero, nocciole,
nella dispensa la raccolta.
Ho anche una buona coperta,
il telefono, una valigia,
la gente che mi vuole bene,
a cui non devo chiedere nulla.
Non sono più il fantasma di una volta,
ubriaco tra lacrime nella nebbia,
e quando saluto la gente,
molti mi salutano già prima.
Ho l’elettricità, la luce,
ho una tabacchiera di puro argento,
nella mia bocca la vecchia pipa,
si muovono allegri penna e matita..
C’è il bagno per rinfrescarmi,
tè tiepido per i miei nervi stanchi,
e quando passo a Budapest,
mi conoscono già tanti.
Quello che decanto, commuove tanti,
e mi considera il suo giovane figlio
poeta la vecchia Ungheria.
Ma, certe volte, mi fermo la notte,
tormentato e pensando alla morte,
e cerco il tesoro nascosto,
il tesoro di una volta, il vecchio,
come un malato febbricitante,
che si sveglia e confuso
cerca di sbrogliare il suo sogno,
che ahimè che cosa volevo?
Perchè il tesoro non l’ho trovato,
il tesoro per cui mi sono bruciato.
Sono a casa in questo mondo,
e non sono più a casa nel cielo.

Come qualcuno caduto tra i binari

Kosztolányi Dezső

 

Kosztolányi Dezső

 

Come qualcuno caduto tra i binari,
che rivede la sua vita che sfugge,
mentre fa ticchettio la ruota scottante,
passano tante immagini fulminee
e vede come non ha visto mai:
come qualcuno caduto tra i binari,
saluto la vita, che è diventata
lontana, estranea,
come qualcuno caduto tra i binari,
panorama matto, piacere perverso,
tra ruote e binari, il tempo romba sopra di me
e la morte tuona da lontano,
per un attimo mi aggrappo a quello che è eterno,
farfalle e sogni, terribili e dolci…
come qualcuno caduto tra i binari.

Vuoi giocare

Kosztolányi Dezső

 

Kosztolányi Dezső

 

Dimmi, vuoi giocare con me?
Giocare sempre,
andare nel buio insieme,
giocare ad essere grandi,
mettersi seri seri a capo tavola,
versarsi vino e acqua con misura,
giocare con perle, rallegrarsi per un niente,
indossare vecchi panni col sospiro pesante?
Vuoi giocare a tutto, che è vita,
l’inverno con neve e il lungo autunno;
si può bere un tè insieme
di color rubino e di fumo giallo?
Vuoi vivere la vita con il cuore puro,
ascoltare a lungo e temere ogni tanto,
quando sulla strada passa novembre
e lo spazzino, questo povero uomo,
che fischia sotto la nostra finestra?
Vuoi giocare ad essere serpente od uccello,
fare un viaggio lungo con nave o treno,
giocare a Natale, sognando tutte le bontà?
Vuoi giocare all’amante felice,
fingere di piangere, un funerale?
Vuoi vivere, vivere per sempre,
vivere nel gioco, che diventa reale?
Sdraiarsi tra i fiori per terra,
e dimmi, vuoi giocare alla morte?

Sogno di inchiostri colorati

Kosztolányi Dezső

 

Kosztolányi Dezső

 

Sogno di inchiostri colorati,
il più bello è il giallo.
Scriverei molte lettere
con questo colore
ad una ragazza, che amo.
Scriverei scarabocchi,
lettere cinesi,
e un uccello allegro
con dei ghirigori.
E voglio ancora tanti altri colori:
bronzo, argento, verde e oro,
e ci vogliono ancora cento e mille,
e poi un milione:
viola scherzosa, color vino, grigio muto,
pudico, sgargiante, innamorato,
ma anche viola triste e color mattone,
e poi celeste chiaro come l’ombra
della vetrata colorata del portone
in un mezzogiorno d’agosto.
E voglio rosso vivo,
color sangue, come un tramonto infuocato,
e allora scriverei, scriverei sempre.
Con azzurro a mia sorella, con oro a mia madre:
le scriverei una preghiera d’oro,
fuoco d’oro, parola d’oro, come l’alba.
E non mi stancherei mai, scriverei
in una vecchia torre, senza sosta.
Sarei tanto felice, oh Dio mio, tanto felice,
colorerei tutta la mia vita.

Profeta

Miklós Radnóti

 

Miklós Radnóti

 

È quello che credi. Conosco i tuoi nuovi versi.
È la rabbia che ti tiene in vita.
L’ira apparenta poeti e profeti, è nutrimento per il popolo,
è bevanda! Potrebbe viverne chi vuole finché arriva
il paese promesso da quel giovane allievo rabbino,
che ha obbedito alla Legge e alle nostre parole.
Vieni con me ad annunciare che si sta avvicinando l’ora,
già sta per nascere il paese. Mi chiedo: qual è lo scopo
del Signore? Guarda, è quello il paese. Mettiamoci in cammino, vieni,
uniamo il popolo, porta tua oglie e comincia a tagliare i bastoni.
Il bastone è un buon compagno per l’errante, guarda,
dammi quello, che sia il mio, perché lo preferisco se è nodoso.
*
Mi capirebbero le scimmie,
reattivamente sono ancora sane,
forse se si vivesse assieme
a me pure toccherebbe in sorte
la clemenza della buona morte.
*
Gli crollai accanto, il corpo era voltato,
già rigido, come una corda che si spezza.
Una pallottola nella nuca. – Anche tu finirai così, –
mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo.
Ora dalla pazienza fiorisce la morte –
“Der springt noch auf”, suonò sopra di me.
E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.
*
Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci ai miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in un sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.
Così diventa un tormento:
vorrei essere amato,
appartenere a qualcuno,
essere di qualcuno.
*
Gli crollai accanto, il corpo era voltato,
già rigido, come una corda che si spezza.
Una pallottola nella nuca. – Anche tu finirai così, –
mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo.
Ora dalla pazienza fiorisce la morte –
“Der springt noch auf”, suonò sopra di me.
E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.
*
Mi capirebbero le scimmie,
reattivamente sono ancora sane,
forse se si vivesse assieme
a me pure toccherebbe in sorte
la clemenza della buona morte.