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Nero Seppia

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

In questo paesaggio
rimangono due mani che vangano la terra
un albero gira ed è tutta la preghiera.
Vorrei essere semplice nel dire
come questo tuo parlare senza colore
l’inizio del segno, o solo la sua conclusione.
Gli uomini sono nel mezzo.
Qualcuno si è allontanato e
ci ha lasciati soli
i poeti rimangono in un cappotto
sono attenti, nella distanza delle mani.
Chi è necessario dice ciò che resta
e non vuole niente.


Sebastiano Aglieco (Sortino, 1961) da Giornata (Ed. La vita felice, 2003)

Matri njura

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Chiama ra ‘n fossu, nu ruppu ri
tammùru ca ‘nfùnnica u sancu
ti fa vèniri ri sciancu e i to
manu m’abbràncicunu.
Veni versu a mmia
ràpiti na strata nna l’occhi
nno chiantu scuru re ucchi.
Njura, comu ti visti, comu nun
ti chiancji; stiddàta.
I frazzi sèntunu u pisu
i nnomi s’ammùccunu cu chiama.
Chisti fùrunu i spadi: bestèmmji ca
‘ncùcciunu petra e celu.
Assisi, 27/03/2005
Madre nera
Chiama da un fosso, un groppo di/tamburo che sprofonda il sangue/giungi dal fianco e le tue/mani mi afferrano./Vienimi incontro/apriti una strada negli occhi/nel pianto scuro delle bocche./Nera, come ti vidi, come non/ti piansi, stellata./Le braccia sentono il peso/i nomi divorano chi chiama./Queste furono le spade: bestemmie che/spaccano pietra e cielo.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

Il mastice sutura la tua bocca

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Il mastice sutura la tua bocca
in questo silenzio abissale delle bocche
ma io rimango un po’ distante
nessuno osa toccarti la faccia.
Questo ho tracciato tra i
miei occhi e i tuoi, questa
pioggia attesa, questo
freddo delle tue giunture.
Avrai il tempo diguardarmi, come
si guarda il bambino per laprima volta
ti accoglieranno i bambini come
hanno fatto oggi:
“Ben tornato, maestro
faremo del nostro meglio”.
Contro la cattedra
stretto nei loro corpi luminosi, in coro.
I bambini si mangiano la morte.
(da Dolore della casa, Il ponte del sale 2006)

Il dolore delle rondini

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Senti che non c’è più respiro
tutto avanza nel respiro
tutto ci acceca nel poco tempo
in ciò che sarà splendente
nella fragile luce del mattino.
Baciami, abbracciami prima del livore
prima ancora che non so
abbracciami con le parole che non ci
saranno, portate dal dolore delle rondini:
Noi verremo ancora qui
nella casa che hai custodito per noi sotto la grondaia
per noi, solo per noi.
Non uccideteli i poeti
lasciateli senza niente coi loro occhi indecenti
buttate i vostri giocattoli sulla riva del
tempo, sarete e non sarete
nei sogni confusi del pioppo.
Ecco, è primavera qui
ho la camicia rosa
la sciarpa azzurra che mi protegge dalle parole
fragili come le vostre perdite nel mattino.
Sono ancora qui e vi scrivo
per non morire.
Sebastiano Aglieco (Sortino, 1961), da Infanzia resa(Il Leggio Editrice, 2018)

A prima lìttira

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Forsi, stu scantu
è na jastìma ‘nfracirùta ri tantu tempu
n’ùmmira senza raggia, lassàta a
stutàrisi rarrèri a ‘m muru
ri muffa e rina, e ora ti nnòmina
ti vuli canùsciri.
Jucàunu ‘n terra
– c’era n’aria ri mari, u piccirìddu
sintju na uci ca unciàva a stanza
‘n ciàuru ri rosi sicchi
na navi ‘mbriaca.
Effcomu focu
comu patri e matri.
Nun c’era chiù tempu prima ri ogni
eff, prima ri ogni zita.
La prima consonante
Forse, questa paura/è una maledizione infracidita da tanto tempo/un’ombra quieta/lasciata a spegnersi dietro a un muro/di muffa e sabbia, e ora ti chiama per nome/vuole conoscerti./Giocavano a terra/– c’era un’aria di mare/sentì una voce che gonfiava la stanza/un odore di rose secche/una nave ubriaca./Effcome fuoco/come padre e madre./Non c’era più tempo prima di ogni/eff, prima di ogni sposa.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

‘Stati

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Ti riuòrdi a dda sira?
Na stati atturràta, na vuci
sbannuliàva r’o curtìgghiu
e ju, rintra, nun ci vulèva stari
ju ciccàva a ucca ca potta
a mmari, sciuri njuri e fantàsimi, vardiàni
ro sonnu putènti re criatùri.
Ni lassàu a nnucènza
si ni ju na dda ucca ri vasi u to culùri
a macchia spuntàva nna carnazza
a rosa ciaurùsa si sfasciàva.
Estate
Ti ricordi quella sera?/Un’estate caldissima, una voce/che faceva proclami dal cortile/e io dentro non ci volevo stare/io cercavo la bocca che porta/al mare, fiori e fantasmi, guardiani/del sonno potente dei bambini./Ci lasciò l’innocenza,/se ne andò in quella bocca di baci il tuo colore/la macchia spuntava nella cattiva carne/la rosa odorosa si sfasciava.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

A matri fujùta nno scuru

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Si scupppuliàu u tettu
nu ventu arraggiàtu u fici vulàri
scuppàu, fici tùmmula nno curtìgghiu
vicìnu, niscènu fora i fìmmini jttànnu
uci, ‘n cutèddu ci tagghiàu i testi
c’èrunu rasti rutti e sporti
ri latti, a matri ruppi i potti
niscju ‘n ciumi
vippi tutti i vucchi r’addèi
e a màchina s’asdurrubbàu
‘m menzu e buffi.
La madre fuggita nel buio
Si scoperchiò il tetto/un vento feroce lo trascinò via/cadde sbattendo, nel cortile/vicino, uscirono le donne gridando/un coltello ci tagliò le teste/vasi rotti e borse/di latte, la madre ruppe le porte/un fiume straripò/bevve tutte le bocche dei neonati/e l’auto precipitò/in mezzo ai rospi.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

La mamma ha portato l’acqua, un dono

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

La mamma ha portato l’acqua, un dono
per le campagne, l’acqua nella sua bocca
dissetata. Senti? Un rosario ci accoglie
dalla distanza della casa per la pace nostra
perché tu possa ritrovare nello specchio di
Dio il viso delle origini, la dimenticanza
nel dono del battesimo; entrare nella
vita con la corona dei santi
il bianco virgineo delle pupille
un odore di fragola che presto dimentichiamo.
Ti porti questo canto alle porte
e sulla soglia della casa
non più dimenticata
non più ti perderai.
(da Dolore della casa, Il ponte del sale 2006)

Via degli Orti

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

I
Guardami, signora dei viandanti, dal
gradino della nostra notte buia!
Ho tanto camminato nella notte di
questo tempo, sconosciuto a me stesso
portando la mano al petto e
genuflesso per consolazione.
Le ho fermate tutte le parole
il peso che mi stringe le ginocchia
gli alberi posati e respirati
con l’animo leggero dei bambini.
Io ho questo soltanto: questo
peso che schiuma nella gola
la mano col seme degli alberi
i fiumi che si stringono al mio tempo.
A moltitudini giungo a te
e mostro il fango nelle scarpe
piccole rese delle bocche
qui, a distanza di anni
senza onore e senza timore
il fiato genuflesso della piccola preda.
Guardaci, guardaci
per sempre con lo sguardo buono
delle bestie, del bambino nel tuo
baratro, tendi le mani
risorgi nel gonfalone dell’amore
la più alta spina verticale.
Veniamo a te nella distanza
col tamburo lanciato nel sangue
nell’angolo in cui gli occhi
si fermano davanti al muro
e ricordano, e ritornano al corpo
pesato in grammi
disperdono, nel grande ventre
le prime parole tramandate
dimenticano il desiderio
l’orto fiorito dei giorni antelucani.
Ora del crepuscolo.
Fine della luce.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)