Archivi tag: Poesia piemontese

Frutti tardivi

Roberto Rossi Precerutti

Entrare in una vita non tua, quasi
sconosciuta, come se in quei misteri
quieto dimorasse Amore, o i sentieri
di vicine perdite e ombra invasi
fossero d’incomprensibile basica
luce: cosí, con nuova audacia ai neri
confini di un giorno morto, disperi
solo del tuo frutto tardivo, spasimo
di insorte dimenticate parole
a fermare i passi sopra affocati
tappeti, dietro finestre tremende –
sai che tutto, tutto si forma e splende
nell’aperto, nell’alto, o per stipati
piccoli inizi si consuma un sole.

Roberto Rossi Precerutti
La legge delle nubi
Crocetti Editore 2012

La piuma del Simorgh

Roberto Mussapi

Roberto Mussapi

La luce non si attenua mai, si spegne.
Come l’uccello che conosciamo, per rinascere.
Èun inganno credere che qualcosa passi dal tempo
in cui fu pieno, a una senescenza.
Non c’è intervallo nel fuoco, c’è spegnimento
perché le braci si riaccendano, tu ti riaccendi.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
l’attenuazione della fiamma, il crepuscolo.
Non esiste un tempo intermedio,
tu passi e affoghi per rinascere,
questo è già scritto, nel fondo del mare,
impresso nelle cifre del corallo.
La vita che ti fece fu ambigua, e generosa,
tu le appartieni, sei tu che la fai vivere.
Ora che sta piovendo i passi si allontanano,
i tram sferragliano e sembra pioverà sempre,
ma c’è una porta, mai vista o spalancata di colpo.
Tu credi che il buio si avvicini, ma già incombe
la notte e il sogno che ti prende e abbraccia.
Ognuno si culla in un sogno spesso debole e incerto
per la paura del mattino, del canto del gallo
quando le ombre cadono e tu viva
stai conducendo il globo al suo risveglio.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
il lento divenire e la trasformazione del giorno
in una quiete muta, priva di stelle.
C’è solo, tu l’hai svelato, un incessante fuoco che rigenera.
Mussapi Roberto (Cuneo, 1952), daLa piuma del Simorgh (Mondadori, 2016)

Quando cade un governo

Raimondo Iemma

Raimondo Iemma

Quando cade un governo
nessuno scrive una poesia.
Stanno tutti di fronte alla televisione
a sentire a che ora il Presidente
ha rassegnato le dimissioni.
È stato all’incirca alle Otto di sera
una sera di pioggia romana.
Le sirene delle auto blu giravano mute
sui ciottoli umidi dei piazzale
di fronte al Quirinale. Aspettavano.
Nella sala stampa allo stesso modo si aspettava.
Quando cade un governo
una formula politica perché,
a livello puramente amministrativo,
rimane in carica per sbrigare gli affari correnti.
Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Luglio (Lampi di Stampa, 2007)

Presa di servizio

Raimondo Iemma

Raimondo Iemma

Arrivo all’ora in cui si cena nel paese.
Per raggiungere la stanza di questi giorni
è necessario attraversare il grande atrio
vuoto di poche persone, attardarsi forse
a considerare strade e passaggi
che di fronte al noleggio convergono
nell’unica piazza, come dita in un palmo
e camminare circa la metà di un’ora
piuttosto soli nella notte scura
lasciato il mondo immobile alle spalle
in attesa di niente, scena muta.

Raimondo Iemma

(Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2013)

Interpretando Mirko Vucinic

Raimondo Iemma

Raimondo Iemma

Il cielo di San Siro brulicava
di nuvoloni neri e azzurri che
formavano i colori di una squadra
detta Internazionale Football Club.
Quell’anno attaccante titolare
stentava a ritrovare la sua vena
e la difesa aveva il suo da fare
ed il portiere, poi, faceva pena.
Quest’inter la mia frangia regolò
con segnature di ottima fattura
e il pubblico di casa s’inchinò
al mio cospetto e alla mia testa dura.
Io ribadendo in rete quel pallone
la porta del futuro spalancai
nel cuore fu la gioia, l’emozione
quel campionato non perdemmo mai.
Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2014)

Felice l’uomo

Primo Levi

Primo Levi

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro di sè mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati,
E siede a bere all’osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
Felice l’uomo come sabbia d’estuario,
Che ha deposto il carico
e si è tersa la fronte,
E riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.

Partigia

Primo Levi

Primo Levi

Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
Quelli che restano hanno i capelli bianchi
E raccontano ai figli dei figli
Come, al tempo remoto delle certezze,
Hanno rotto l’assedio dei tedeschi
La’ dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
Altri rosicchiano la pensione dell’Inps
O si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sara’ duro,
Ci sara’ duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
Diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
Perche’ nell’alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

Crescenzago

Primo Levi

Primo Levi

Tu forse non l’avevi mai pensato,
Ma il sole sorge pure a Crescenzago.
Sorge, e guarda se mai vedesse un prato,
E non li trova, e con il viso brutto
Pompa vapori dal Naviglio asciutto.
Dai monti il vento viene a gran carriera,
Libero corre l’infinito piano.
Ma quando scorge questa ciminiera
Ratto si volge e fugge via lontano
Che il fumo è cosi nero e attossicato
Che il vento teme che gli mozzi il fiato.
Siedon le vecchie a consumare l’ore
E a numerar la pioggia quando cade.
Della polvere spenta delle strade,
E qui le donne non cantano mai,
Ma rauco e assiduo sibila il tranvai.
A Crescenzago ci sta una finestra,
E dietro una ragazza si scolora.
Ha sempre l’ago e il filo nella destra,
Cuce e rammenda e guarda sempre l’ora.
E quando fischia l’ora dell’uscita
Sospira e piange, e questa è la sua vita.
Quando nell’alba suona la sirena
Strisciano fuor dai letti scarmigliati.
Scendono in strada con la bocca piena,
Gli occhi pesti e gli orecchi rintronati;
Gonfian le gomme della bicicletta
Ed accendono mezza sigaretta.
Da mane a sera fanno passeggiare
La nera torva schiacciasassi ansante,
O stanno tutto il giorno a sorvegliare
La lancetta che trema sul quadrante.
Fanno l’amore di sabato sera
Nel fosso della casa cantoniera.
Crescenzago, febbraio 1943.

Cantare

Primo Levi

Primo Levi

… Ma quando poi cominciammo a cantare
Le buone nostre canzoni insensate,
Allora avvenne che tutte le cose
Furono ancora com’erano state.
Un giorno non fu che un giorno:
Sette fanno una settimana.
Cosa cattiva ci parve uccidere;
Morire, una cosa lontana.
E i mesi passano piuttosto rapidi,
Ma davanti ne abbiamo tanti!
Fummo di nuovo soltanto giovani:
Non martiri, non infami, non santi.
Questo ed altro ci veniva in mente
Mentre continuavamo a cantare;
Ma erano cose come le nuvole,
E difficili da spiegare.

Buna

Primo Levi

Primo Levi

Piedi piagati e terra maledetta,
Lunga la schiera nei grigi mattini.
Fuma la Buna dai mille camini,
Un giorno come ogni giorno ci aspetta.
Terribili nell’alba le sirene:
«Voi moltitudine dai visi spenti,
Sull’orrore monotono del fango
E nato un altro giorno di dolore».
Compagno stanco ti vedo nel cuore,
Ti leggo gli occhi compagno dolente.
Hai dentro il petto freddo fame niente
Hai rotto dentro l’ultimo valore.
Compagno grigio fosti un uomo forte,
Una donna ti camminava al fianco.
Compagno vuoto che non hai più nome,
Un deserto che non hai più pianto,
Cosi povero che non hai più male,
Cosi stanco che non hai più spavento,
Uomo spento che fosti un uomo forte:
Se ancora ci trovassimo davanti
Lassù nel dolce mondo sotto il sole,
Con quale viso ci staremmo a fronte?