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Autopsia

Ada Negri

Ada Negri

Magro dottore, che con occhi intenti
Per cruda, intensa brama,
Le nude carni mie tagli e tormenti
Con fredda, acuta lama,
Odi. Sai tu chi fui?… Del tuo pugnale
Sfido il morso spietato;
Qui ne l’orrida stanza sepolcrale
Ti narro il mio passato.
Sui sassi de le vie crebbi. Non mai
Ebbi casa o parenti;
Scalza, discinta e senza nome errai
Dietro le nubi e i venti.
Seppi le notti insonni e l’inquïeto
Pensier della dimane,
L’inutil prece e il disperar segreto,
E i giorni senza pane.
Tutte conobbi l’improbe fatiche
E le miserie oscure,
Passai fra genti squallide e nemiche,
Fra lagrime e paure;
E finalmente un dì, sovra un giaciglio
Nitido d’ospedale,
Un negro augello dal ricurvo artiglio
Su me raccolse l’ale.
E son morta così, capisci, sola,
Come un cane perduto,
Così son morta senza udir parola
Di speme o di saluto!…
Come lucida e nera e come folta,
La mia chioma fluente!…
Senza un bacio d’amor verrà sepolta
Sotto la terra algente.
Come giovine e bianco il flessuoso
Mio corpo, e come snello!
Or lo disfiora il cupido, bramoso
Bacio del tuo coltello.
Suvvia, taglia, dilania, incidi e strazia,
Instancabile e muto.
Delle viscere mie godi, e ti sazia
Sul mio corpo venduto!…
Fruga, sinistramente sorridendo.
Che importa?… Io son letame.
Cerca nel ventre mio, cerca l’orrendo
Mistero della fame!…
Scendi col tuo pugnale insino all’ime
Viscere, e strappa il cuore.
Cercalo nel mio cor, cerca il sublime
Mistero del dolore!…
Tutta nuda così sotto il tuo sguardo,
Ancor soffro; lo sai?…
Colle immote pupille ancor ti guardo,
Nè tu mi scorderai:
Poi che sul labbro mio, quale conato
Folle di passïone,
Rauco gorgoglia un rantolo affannato
Di maledizïone.

Bacio pagano

Ada Negri

Ada Negri

Fra l’auree spiche, in faccia al rutilante
Sole che tutta incendia la vallata,
Nel solco fumicante,
Su la tepida bocca ei l’ha baciata.
Ride il ciel senza nube e ride il grano
A la coppia rapita;
Inneggia intorno al bacio schietto e sano
Potentemente l’universa vita.
Sanguigne olezzan le corolle schiuse
Come bocche anelanti nell’amore;
Sale per l’aure effuse
Il canto allegro de la terra in fiore.
S’abbraccian sorridendo in mezzo al verde
I due giovani amanti,
Mentre un trillo di rondine si perde
Sotto l’arco dei cieli azzurreggianti;
E dappertutto, nei cespugli ombrosi,
Nei calici dei fiori, entro la bionda
Messe e nei nidi ascosi,
Freme il bacio che avviva e che feconda.

Birichino di strada

Ada Negri

Ada Negri

Quando lo vedo per la via fangosa
Passar sucido e bello,
Colla giacchetta tutta in un brandello,
Le scarpe rotte e l’aria capricciosa;
Quando il vedo fra i carri o sul selciato
Coi calzoncini a brani,
Gettare i sassi nelle gambe ai cani,
Già ladro, già corrotto e già sfrontato;
Quando lo vedo ridere e saltare,
Povero fior di spina,
E penso che sua madre è all’officina,
Vuoto il tugurio e il padre al cellulare,
Un’angoscia per lui dentro mi serra;
E dico: «Che farai,
Tu che stracciato ed ignorante vai
Senz’appoggio nè guida sulla terra?…
De la capanna garrulo usignuolo,
Che sarai fra vent’anni?
Vile e perverso spacciator d’inganni,
Operaio solerte, o borsaiuolo?
L’onesta blusa avrai del manovale,
O quella del forzato?
Ti rivedrò bracciante o condannato,
Sul lavoro, in prigione, o all’ospedale?…»
…. Ed ecco, vorrei scender nella via
E stringerlo sul core,
In un supremo abbraccio di dolore,
Di pietà, di tristezza e d’agonia:
Tutti i miei baci dargli in un istante
Sulla bocca e sul petto,
E singhiozzargli con fraterno affetto
Queste parole soffocate e sante:
«Anch’io vissi nel lutto e nelle pene.
Anch’io son fior di spina;
E l’ebbi anch’io la madre all’officina,
E anch’io seppi il dolor…. ti voglio bene.»

Buon dì, miseria

Ada Negri

Ada Negri

Chi batte alla mia porta?…
… Buon dì, Miseria; non mi fai paura.
Fredda come una morta
Entra: io t’accolgo rigida e secura.
Spettro sdentato da le scarne braccia,
Guarda!… ti rido in faccia.
Non basta ancor?… T’avanza,
T’avanza dunque, o spettro maledetto.
Strappami la speranza,
Scava coll’ugne adunche entro il mio petto;
Stendi l’ala sul letto di dolore
Di mia madre che muore.
T’accanisci: che vale?
È mia la giovinezza, è mia la vita!
Nella pugna fatale
Non mi vedrai, non mi vedrai sfinita.
Su le sparse rovine e su gli affanni
Brillano i miei vent’anni.
Tu non mi toglierai
Questa che m’arde in cor forza divina,
Tu non m’arresterai
Ne l’irruente vol che mi trascina.
Impotente è il tuo rostro.—O tetra Iddia,
Io seguo la mia via.
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose,
Senti pel ciel giocondo
I trilli de le allodole festose:
Che sfolgorìo di fedi e d’ideali,
Quanto fremito d’ali!…
Vecchia megera esangue
Che ti nascondi nel cappuccio nero,
Io nelle vene ho sangue,
Sangue di popolana ardente e fiero.
Vive angosce calpesto, e pianti, ed ire,
E movo all’avvenire.
Voglio il lavor che indìa,
E con nobile imper tutto governa.
Il sogno e l’armonia,
D’arte la giovinezza sempiterna;
Riso d’azzurro e balsami di fiori,
Astri, baci e splendori.
Tu passa, o maga nera,
Passa come funesta ombra sul sole.
Tutto risorge e spera,
E sorridon fra i dumi le vïole:
Ed io, dai lacci tuoi balzando ardita,
Canto l’inno alla vita!….

Capriccio

Ada Negri

Ada Negri

Veronetta Longhèna, tu mi piaci.
Il tuo sorriso è quello delle zingare,
bianco e rosso, con linee
sinuose, con fremiti fugaci
di sarcasmo e d’orgoglio.—Tu mi piaci.—
Dove l’hai preso il tuo bel nome?… È un nome
di guerra, non è vero?… Qual capriccio
d’amante allegro e ironico
te l’appuntò, qual nastro fra le chiome?…
Veronetta, mi piace il tuo bel nome.
Raccontami la tua vita randagia.
Io m’accovaccio presso a te, sul morbido
tappetino di Persia,
frugando con le molle fra la bragia.—
Raccontami la tua vita randagia.
Dimmi i paesi che vedesti, i porti
donde salpasti, spensierata rondine,
e il tuo piacer di vivere
così, padrona delle varie sorti,
come lo sei de’ tuoi capelli attorti.
Io t’assomiglio, se mi guardi bene.
Ma è come fossi chiusa dentro un fodero,
mentre snudata sfolgori
tu, fina lama che in sua punta tiene
il mondo, per gingillo.—Guarda bene.
Quando riparti?… e verso qual ventura?…
…. Io resterò a frugar dentro la cenere;
e mirerò lo specchio
per rivederti in me, nella tua dura
fronte d’enigma, o Donna di ventura.