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Perché all’inizio della vita tende

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo

Perché all’inizio della vita tende
ogni buona cosa, il fugato dubbio
o il decente perdono che l’ottusa
insistenza attanaglia, la madre verde
di rugiada estenuata e fresca
di nubi e di recenti piogge
che il suo nuziale attende perigliosa
ancora incerta tra l’amore e l’odio;
è il millesimato astro che non può
esistere nemmeno un’ora staccato
dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva
per sempre attratta da due roghi e della luce
l’esatto alternarsi, perché sia possibile
invece amarsi e più non sapere
se qui comincia davvero un nuovomondo
o se ciechi viviamo la fine del tempo.
Tomaso Pieragnolo (Padova, 1965), da nuovomondo (Passigli, 2010)

Io canto nel tuo nome perché tu

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo

Io canto nel tuo nome perché tu
da un luogo lontano tu mi senta richiamare
– evoca lui nell’occaso ammarato – perché giunga
alla tua bocca questa goccia e una sete pendente
ci racconti il vecchio mondo, la terra
già perduta nell’essenza ma sempre solvente
inalterata perfezione. Come i versi
necessari degli uccelli, degli alberi mistici
imbevuti di foschie, con un atto
della mano sulla fronte magari potrà
provocando un sorriso con lusinghe
agghindarla, quando è tempo di partire
con parole abbracciarla, ricordando
coniugato sul suo viso come sarà
sotto i suoi piedi un cammino, le sue mani
che maneggiano fiorami e sopra le vette
una parvenza di silenzio; oh ragazza
che un enigma vai tessendo con nembi
d’inchiostro sotto il dono di stagioni, che non sai
mai terminare né iniziare, né forse sommare
al tuo precipuo cambiamento, confida
nella vita in ciò che sogni e certo un mattino
così vicino, tratteggiando il tuo profilo
mentre dormi, lei ti ammalierà
per una volta ed una ancora, e tu
dal passato saprai sorriderle.
Tomaso Pieragnolo (Padova, 1965), daViaggio incolume (Passigli, 2017)

Poesia che ha bisogno di un gesto

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco

Ho posato una ciotola di sassi
tra me e voi, sul pavimento.
L’ho fatto perché vorrei parlarne
ma non mi fido delle mie parole.
Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare
esattamente della stessa cosa
senza che nessuno debba far finta di aver capito
e senza che nessuno si senta incompreso:
io, nella fattispecie.
Vorrei parlare di questi sassi, ma non della loro forma o del loro colore, e nemmeno della loro sostanza o del loro peso.
Vorrei parlare di questi sassi, ma prima vorrei essere sicuro di non essere frainteso.
Per esempio, nemmeno del mio gesto mi posso fidare: forse è sembrato un gesto teatrale, magari fatto male, senza stile, ma pur sempre con dentro qualcosa di simbolico. Invece io non voglio questo. Io vorrei che tutta l’attenzione si concentrasse proprio sui sassi che stanno lì
e al tempo stesso che questa fosse più simile a una poesia che a un monologo.
E un’altra cosa non vorrei: che questa dei sassi fosse considerata una ‘trovata’; perché sarebbe vero solo in parte: io sono veramente preoccupato che noi veramente non parliamo la stessa lingua, ed è così che ho scritto una poesia dimostrativa. Ma io sono preoccupato soprattutto in questo momento, ed è un momento, un attimo, in cui non voglio dimostrare niente, voglio solo andarmene contento, nella sicurezza di aver parlato con qualcuno, e che qualcosa sia successo. Non mi interessa se ciò che sto facendo sia vecchio o nuovo, bello o brutto, ma mi dispiacerebbe se fosse inteso come falso, e sto rischiando. Di solito scrivo delle cose che mi sono abituato a chiamare poesie, ma se questa cosa di questo momento non dovesse funzionare, non dovesse essere compresa, tutto ciò che ho scritto e che scriverò non avrebbe scopo.
Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.
Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.
Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.
Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), daRitorno a Planaval (Mondadori, 2001)

Dalla gabbia

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco

Vi sono giorni di debolezza estrema
poiché – dice qualcuno – la pressione
atmosferica di fuori,
che ha potere sui corpi, essendo bassa,
si consustanzia a noi fin dentro il sanguecon la sua tenera virtù di morte.
Ma altri vi potranno assicurare
(e oggi io sono tra quelli)
che tutto questo spossamento, in questi giorni,
non procede dall’aria né dal corpo
ma è soltanto dolore
di anime costrette,
solitudine di molti,
vuoto vissuto male,
mancanza o assenza di uno scopo.
Stefano dal Bianco (Padova, 1961), da Prove di libertà (Mondadori 2012)

Ciclo del mare

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco

Davanti ai palazzoni orrendi, quelli bianchi, con piscina, fronte mare,
forse ora si convertono le dune, forse ancora
si avvicinano incerte, in sé, senza sapere
quanto bagni la pioggia la sabbia,
o ancora quanto si sollevi su se stessa la corrente
di un mare che sottrae quanto deposita.

(Padova, 1961), da
Ritorno a Planaval
(Mondadori, 2001)

Sto scrivendo da un tempo diverso

Simone Burratti

Simone Burratti

Sto scrivendo da un tempo diverso,
dove tutte queste cose non sono piú importanti.
Ho sempre ferma in testa un’immagine di me
da bambino, e i suoi occhi sono buoni.
Vorrei che fosse l’unica immagine del libro,
ma è soltanto una mia proiezione, qualcosa che si è perso.
Scriverlo non significa salvarlo
ma tornare ad avere i suoi occhi per un attimo;
ripercorrere i movimenti della sua natura,
starlo a sentire, perdonare il suo futuro.
Simone Burratti (Narni, 1990), da Progetto per S. (Nuova Editrice Magenta, 2017)

Nell’angolo

Giovanni Sato

Giovanni Sato

L’intreccio si sfa,
nell’angolo che accenna
fermo nell’ombra
delle cose sincere.
Quelle che non lasciano
passare l’ora
e non tradiscono mai
l’inizio del mattino.
Sembrano solo passi,
ma le mani sanno
dove tendere,
fra gli incavi addormentati
della città.
da CANZONI NEL MEZZO DELL’AMORE – SONGS IN THE MIDDLE OF LOVE

Noi e l’albero viaggiamo

Giovanni Sato

Giovanni Sato

Noi e l’albero viaggiamo
con la stessa linfa,
in corridoi stretti da limiti
con le mani che nascondono il volto
per non vedere.
Quel che varia è il movimento,
così lento e dolce,
dei rami e delle foglie,
e così disarmonioso
quello del nostro incedere
piegati al giogo
che la vita pone.
Solo è dato
al sogno di stupire,
col miraggio d’essere fuori
dal giro del dolore.
E porsi così
corpo d’albero,
tronco maestro
di una nave diretta
verso l’azzurro
puro dell’isola.