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Il portiere

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

Li voleva vicini a casa, mio padre
i campi del calcio minore
e non sopportava la pioggia
nemmeno di lontano, nemmeno l’odore
Preferiva i rimbalzi nella polvere
che a due passi dalle aree ingannavano il portiere
– quasi una colpa per lui
respingere di piede
Al suo fianco, scommettevo sull’errore,
l’inciampo fra traiettoria e pallone
perché anch’io sarei stato portiere
ma non un buon portiere
inerme davanti alla catastrofe, la rete
E troppo magro, un chiodo
nel vuoto delle porte
il naso all’aria, la certezza dell’errore
daIl Sosia

La Chimera

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

per un ricordo di Antonio Delfini
Corri e taci e pensa alla Speranza,
solo alla Speranza,
la Chimera non è, non sarà…
Sei tu, eppure non sei tu
molto più grande, più grosso
sembri una statua scolpita nell’osso
di questo profondissimo muro
però senza dubbio sei tu
il perduto di oggi
che vaghi nel tuo ippodromo
Sotto la pelle un lievissimo alone
blu, come il resto della luce
perché tutto il resto
quest’anno è venuto troppo presto
la neve in ottobre sul Cimone
e il primo sottozero
ma dopo più niente
solo forse un colore, un odore di ruggine
attorno
E in te, come sempre
troppo presto è venuta
quest’ansia implacabile di corsa
in mezzo agli altri
che ti spingono ti premono
ti vogliono sempre più veloce
sempre più ladrone di te stesso
Ma tu vorresti invece un atrio vuoto,
un qualunque corridoio
dove fare sosta e tacere,
osservare e ancora tacere
impietrito nel foro del cunicolo,
accucciato, impotente, bloccato di botto
Poca roba, come sempre
la casa di notte
una bolla d’arancione nello scuro
a tenerti ancorato
al tuo pavimento mezzo sporco
al tran tran del mal di fegato nascosto
e negato lì nel cuore dell’andito
con tutte le conseguenti assenze, lentezze, voglie
di volo fino al sole
la sicurezza della morte
nel guscio di lenzuola scomposte
come pozze di fango
e la lingua della gatta
a caccia di una cimice
sulle persiane vuote
daIl Sosia

Naufragio

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

Per me che sono miope
e vedo non vedo
il punto di rottura
la faglia più nascosta
leggera è in agguato una vertigine
a raccogliere la luce rasoterra
il nero della notte come avanza
quel peso della sosta
Il digiuno, allora, è forte
la chiglia del mio sguardo
l’immagini sventrata
nessuno scivola o piange
e a galla rimane
una sillaba sola
daIl Sosia

Un mollusco al pranzo di Natale

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

a Emilio Rentocchini
Le luci sono fioche
molto più fioche quest’anno
e il freddo punge
Il disagio puoi crederlo sottile
ma come ammucchiate sotto un tunnel
nel chiuso delle case le famiglie
già da ore non sanno cosa dire
eccetto la sfilza di ricordi
di Natale in Natale più abnormi
recitati da profili spiegazzati
fissi ai soliti posti
quando tutta la tavola ricopre
una coltre di brina così spessa
da sembrare tela grezza,
se poi fanno fatica a sopravvivere
anche l’alga il lichene la valva
dell’unico mollusco risparmiato
e tutto è polverio indistinto
impercettibile pigro
sussulto del creato
Alberto Bertoni (Modena, 1955), da Traversate (SEF, 2014)