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Vieni

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

Vieni
quando ne hai voglia
quando puoi
tra una partenza e un ritorno
dopo una scrollata di spalle
dopo avere assaporato la lacrima scesa sul labbro
Vieni
tra un sorriso e una salita
dopo un lancio di asciugamano
mentre le campane suonano a vuoto
Vieni
prenditi un giorno
invecchiamo insieme.

Sta finendo

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

La stagione della neve
sta finendo
come sta finendo il giorno delle lunghe
ombre
dietro gli scarichi delle auto
mentre trasportano la miseria
dell’abitudine
e l’assenza di curiosità.
Sta finendo
l’idea di guardare senza toccare con
mano
di ascoltare la voce della persuasione
dal televisore, unico referente di
coscienza
sta finendo
la stagione dei famosi un quarto d’ora
della gloria vana senza pietà
della fuga dal proprio futuro
sta finendo
l’amaro calice dell’indulgenza
l’odore di passerella e piccioni
il sapore di ferro e tabacco della movida
la fiducia nell’ignoranza
e l’arroganza dell’idiozia.
Sta finendo
la pazienza

Le cento città

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

Ognuno ha le sue prigioni
ognuno ci convive
ma quando le pareti cominciano a
restringersi
le facce diventano anonime
quando lo specchio comincia a darti del
tu
quando i marciapiedi ti provocano
vertigini
e la strada sembra il tuo tappeto rosso
metti insieme il tuo bagaglio
riempilo di ricordi
speranze
parole
storie vissute e storie da vivere
riempilo di emozioni
musiche
liti
illusioni d’epoca
domande e risposte
trovati un amico e comincia la
condivisione
vai a caso
lascia le tue lacrime sul cuscino
incontrati con la vita
scontrati con il dolore
ruba l’amore
non avere una meta ma cento
prova a ritornare
perché il ritorno dà senso al viaggio
pensa a Polifemo e alla sua solitudine
e rispetta la solitudine altrui
gira intorno al mondo
non girare con lui
affrancati da te stesso e dall’attesa
per amare la vita bisogna tradire le
aspettative
guardati intorno
e guardati da chi si professa libero
il sapore della libertà è la paura
solo chi ha paura della libertà ha il
coraggio di
inseguirla.

Oggi.

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

Domani
cancellerò le mie impronte
dalla strada che mi ha portato a te
butterò giù l’amore amaro
che ha reso dolce le salite
ruberò il tempo al desiderio
e manderò in esilio la ragione.
Domani
riempirò le mani di sudore
e costruirò il rifugio dei sentimenti
prenderò a calci l’estate
e regalerò un cappotto all’inverno
mi sdraierò su di un letto di fiori finti
e farò l’amore con la verità.
Domani
mi farò benedire dalla fortuna
cavalcando un panettone di cemento
porterò occhiali da sole
per nascondermi dalle nuvole
camminerò a braccia aperte
per coprire le distanze
ma oggi
oggi farò di tutto
per evitare di
incontrarti.

Gli anni

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

Gli anni sono sassi che rotolano
in discesa
tra le risate dei gatti
e uscite posteriori.
Il catrame sotto i piedi ha la sua storia da raccontare
il catrame in bocca ha le sue nuvole di sogni.
Oggi ho comprato un paio di scarpe rosse
belle come l’assenza
capaci di confondere i miei passi
con i miei desideri.
Mi stringo nella mia giacca bretone e comincio a camminare
sulle storie altrui
soffiando le nuvole di catrame
mentre piove
ma smetterà.

Eredità

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

Ho imparato a dire di no
a essere disciplinato
a credere di non avere più voglia
calzando piedi altrui e sogni miei.
Mi limito a sopportare quello che vedo
ma quello che vedo è una rotaia
gialla come la rabbia
e la rabbia diventa ruggine
e fa rumore.
Ho imparato a non darmi confidenza
a prendere ciò che capita
ma capita sempre la stessa cosa.
Ho imparato ad amare
ma era troppo tardi
ho imparato a voler bene
ma era troppo presto
ho imparato a odiare
ma era troppo.
Non credo di avere certezze
ma sicuramente non ho dubbi
io sono ciò che ti aspetti
ma è meglio che continui ad aspettare.
Se un giorno ci incontreremo sarà
perché
avrò imparato a capire
che non è mai troppo tardi
e avrò lasciato l’orario dei treni
sul comodino
vicino al tuo letto
ma tu te ne sarai andata
prima di me
forse perché conoscendomi
avrai imparato qualcosa.

(Rileggendo il Nazari e decidendo di lasciarlo sul comodino)

Valentino Ronchi

Valentino Ronchi

Senti questo silenzio? È il principio di ottobre
le cose si perdono, tutte le cose si perdono,
sembre dire. Dove se ne andranno
quei termini di Omero, i calzari di cuoio
annodato, la fibbia d’argento dello scudo
dei Feaci, i Dardani bravi nel corpo a corpo
la paura, che è dolorosa, odiosa, i cavalli solidi
zoccoli e Latona dalla bella chioma? Questa casa
che abito – ne sono passate tre da allora
da quando lo comperai il Dizionario Omerico –
non le sa tutte queste cose, eppure ci abitiamo
da anni. Le nostre vite non hanno che noi
per tenersi insieme. E noi a dire il vero
non è che diamo troppo affidamento.

Il realismo lirico di un flâneur
a cura di Paolo Senna


L’uomo teneva alzato il braccio

Tommaso Di Dio

Tommaso Di Dio

L’uomo teneva alzato il braccio
davanti alla grande magnolia. Era una festa
una ricorrenza del calendario
civile italiano; e molti parlavano. L’uomo aveva ricevuto
un fratello morto, un’esplosione grande
che aveva spaccato il giudice Paolo
faccia cemento e corpi, molti anni fa.
Ciò che muore e ciò che non può morire, trovo scritto
in un grande libro del passato. Ho sbagliato tutto.
Invece ho sbagliato tutto, quell’uomo ripeteva
e teneva
il braccio alzato. Ciò che muore
è ciò che muore; e soltanto qui
ogni cosa sta compressa. Coagula caglia. Aspetta
il punto vivo sangue tuo
dove trapassa.
Occorre che tu la rifaccia
questa vita altrove.
Tommaso Di Dio (Milano, 1982), inedito
– consigliato da
Tommaso Di Dio

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente

Tommaso Di Dio

Tommaso Di Dio

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
gli sputi la cenere da scacciare via
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.
Tommaso Di Dio (Milano, 1982), da Tua e di tutti (Lieto Colle – Pordenonelegge, 2014)