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Una sorta di Profezia

Xu Lizhi 

Xu Lizhi 

I vecchi del paese dicono
che somiglio a mio nonno da giovane
a me non pareva ma a forza di sentirmelo dire
me ne sono convinto

Quasi provenissimo dallo stesso grembo
mio nonno ed io abbiamo in comune
l’espressione del viso, il temperamento, le passioni

I vecchi avevano soprannominato lui “canna di bamboo”
e me “attaccapanni”

Lui spesso mascherava i suoi pensieri
e io spesso sono perfino ossequioso

A lui piaceva tirare a indovinare
io credo nelle premonizioni

Nell’autunno del 1943
i diavoli giapponesi ci invasero
e lo bruciarono vivo

Aveva 23 anni,

Quest’anno
anche io compio 23 anni

Mangime per le macchine (Ist. Onorato Damen, 2016)
traduzione di A. Lavecchia

Camera in affitto

Xu Lizhi 

Xu Lizhi 

Uno spazio di dieci metri quadri
Stretto e soffocante, nessun raggio di sole per tutto l’anno
Qui dormo, cago, e penso
Tossisco,  mi viene mal di testa, invecchio, mi ammalo, ma ancora non riesco a morire
Sotto la luce giallo spento, ancora con uno sguardo inespressivo, balbettando come un idiota
Cammino avanti e indietro, cantando a bassa voce, leggendo, scrivendo poesie
Ogni volta che apro la finestra o il cancello d’ingresso
Sembro un uomo morto
Che sta lentamento aprendo il coperchio di una bara

Ho ingoiato una luna fatta di ferro

Xu Lizhi 

Xu Lizhi 

Ho ingoiato una luna fatta di ferro
Certi la chiamano chiodo
Ho ingoiato scarichi industriali,
certificati di disoccupazione
I giovani ingobbiti sui macchinari
muoiono prima del tempo

Ho ingoiato ritmi disumani
e destituzione
Ho ingoiato passaggi pedonali,
una vita ricoperta di ruggine

Non posso ingoiare più
Tutto quello che ho ingerito
mi spilla fuori dalla gola

E così srotolo la terra
dei miei antenati
In una poesia senza grazia.

L’ultimo giorno

Francesco Targhetta

Francesco Targhetta

Non c’è niente da fare l’ultimo
giorno, guardare soltanto
la scala quaranta e fuori i tornei
sui campi sintetici, ovunque nachos
con Coca e sfogliatine, la pelle
già moka per i soli in piscina, noi e loro
come ebbri in attesa del suono
che arriva e libera tutti.
Ma in sala insegnanti sempre scopri
la prof che rimane più del tempo:
lega i compiti con le fascette
e sbarra con la biro i registri.
Troverà, uscendo, le strade più sgombre,
più duro, a casa, il pane in cassetta.

(Treviso, 1980), inedito

lettera III

Francesco Osti

Buongiorno Signor Direttore, prima di impallidire si volti lentamente verso la finestra e guardi fra le frasche del parco… mi vede? sono scappato; adesso dal più alto dei castagni guardo la ditta sbattere le ali, osservo l’arrovellarsi impazzito dei commerci… senza di me.
Nel crepuscolo i cancelli automatici coi lampeggianti fiacchi i corrieri espressi con i capelli arruffati, le colleghe turbate dalla vita matrimoniale che hanno smesso di fumare ma tossiscono ancora rimbrotti, ancora…
Mi vede Signor Direttore? Da quassù le scrivo col più largo respiro, nel gesto rallentato dell’iperventilazione, pilotando finalmente lo sguardo, d’aria, oltre ogni moderna inquadratura.
Ecco, è tutto, la saluto cordialmente.
Morbegno, 2052003

Francesco Osti (Morbegno, 1976), da Errore di sintassi (LietoColle, 2005)