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Ormai neve

Silvio Ramat

Silvio Ramat

Ormai, neve. La neve è nel pronostico.
La luna delicata quasi nuova
non è incompatibile con la neve.
Sono i giorni della merla
e a queste latitudini, se esiste
un momento per la neve
ci siamo.
I giovani, soli, a goderla.
Noi, più di una volta, negli anni
la neve ci ha frenati, inferto danni
sulle vie nere la neve indurita
rare le ringhiere a cui afferrarsi.
Unico aiuto le chimere,
ma
in pochi sanno avvistarle, nessuno
ne sa l’oscuro idioma.
Recitando un mottetto, un osso breve
si cerca l’equilibrio sulla neve.
28 gennaio 2012



Silvio Ramat
Fuori stagione
Crocetti Editore 2017
Novità
per informazioni e richieste: info@poesia.it

 

 

 

 




XXI

Silvio Ramat

Silvio Ramat

Quanto vino versato sul digiuno.
Non altre ubriacature in questa vita.
Un’isola di capogiro tra i piani
di studio, tra i patemi larvali
che la notte fa crescere e morire
sul nativo pianeta, una Firenze
azzurrata del sangue del poeta
di vent’anni, una palma, una fonte.
Silvio Ramat
Una fonte
Crocetti Editore 1988

II

Silvio Ramat

Silvio Ramat

Trepida amica, la felicità
di una lettera – questo lo rammento –
per gran parte si affida al desiderio
di chi domani la riceverà.
La luce di febbraio ormai dilaga
anche nella loggia dove mi espongono
lungamente, ogni giorno. Lì mi ingegno
a far correre veloce – slittare –
la mia stagione di convalescenza
come su un piano in pendenza. Ho avvistato
sulla stinta parete di una fabbrica
in disarmo – non ancora in rovina –
la traccia di una meridiana: cerco
di capire le ragioni del tempo
alla scuola del sole. Fanno ostacolo
la distanza e il tratto semispento
di sanguigna. Ma domani ritento.
(14 febbraio)

(le 9)

Silvio Ramat

Silvio Ramat

La mezz’ora che occorre alle lenzuola
per prendere aria. Mi posso
alzare, non oziare.
C’è una regola
ogni mattina, laboriosa.
I compiti:
ma sono compiti, questi, da darsi
a uno come me?
Tutti disegni
dal vero: mi succede che, negato,
tremo da anni a ogni vista di foglia
o frutto che abbia spicco per beltà
o stravaganza.
Eccomi su scrittoi
di fortuna, vano su fogli vani:
lancio occhiate impotenti, spaventate
a questa oblunga cosa
che non ha chiesto di farsi ritrarre:
un rugoso limone, un quasi-cedro.
Troppo vero per me.

(Firenze, 1939),

da Il gioco e la candela (Crocetti, 1997)

Io sono il pino che davanti casa

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Io sono il pino che davanti casa
vecchio non so di quanti secoli ode
premere dentro sé l’eternità
e tuttavia maledettamente
inclina… verso dove? quale, quale
altro cielo continuo a cercare
da quello che m’incombe verticale?
Io spezzo l’equilibrio graffio l’aria
pendo su queste vite fiduciose
su questa casa… Chi mi vede
non sa che anch’io mi nutro di pensieri
e che i bambini giocano con me
e mi sorreggono col loro sguardo.
da Terra e cenere (Il Labirinto, 2002)

Sulla felicità

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Andavano da Cervia a Cesenatico
sulla battigia quando la marea
si ritira e rimangono le arselle
a boccheggiare nella sabbia. Il rischio,
pensava, è di forare e dover spingere
la bici a mano col peso del bambino.
Erano troppo piccoli per chiedergli
di farla a piedi.
Lui pedalava pensando: verrà,
verrà prima o poi quella che chiamo
felicità e non so cosa sia
se non, immagino, sentirmi a mio agio
in questo corpo. Un surf
là davanti faceva una cosa sola
di una vela e di un uomo. Il primogenito
pensava alle navi. La mamma
pensava alla cena pedalando. L’ultimo nato,
nel suo seggiolino, accompagnava la corsa
come tutte le sere
gorgheggiando. Ancora non parlava. L’uomo,
inquieto, stupidamente, continuava a pensare
alla felicità, credeva d’avere solo dei pedali
sotto le suole.
Che cosa aveva sotto le suole,
sul manubrio e a destra, dalla parte del mare,
e là davanti, a pochi metri, fra i capelli
di quella giovane mamma
lo avrebbe capito solo molti anni dopo
provando a fare una poesia.
da La valle delle visioni (Passigli, 2012)

Oltre tutto

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Rincasando la sera faccio appena in tempo
a posare la borsa nel mio studiolo
e la cena è in tavola. Ma lascio
la luce accesa sul quaderno bianco,
nella stanzina vuota.
Non uno spirito di vento volta la pagina.
Tuttavia spero sempre di vedere
i penati
rientrando a sorpresa.
E poi, oltre tutto, ho ancora paura del buio.
da Orografie (Passigli, 2014)

I due ragazzi preparano l’esca

Sauro Albisani

Sauro Albisani

I due ragazzi preparano l’esca
con attenzione perché il mare premi
la loro grande sete di avventura,
sognano ad occhi aperti la paranza
sorridendo ai dragoni dalle forme
inverosimili e possibili, hanno
tanta felicità davanti a sé.
Intirizziti dentro l’aria fresca
spingono spingono sui loro remi,
si prepara burrasca, hanno paura
ad occhi chiusi nella loro stanza
dove ai piedi del letto il gatto dorme
sognando i loro sogni, pescheranno
pesce vivo in un mare che non c’è.
da Orografie (Passigli, 2014)

Capre

Sauro Albisani

Sauro Albisani

I fari illuminano le capre
che come ogni sera hanno risalito la scarpata
per ammusarsi sull’asfalto
alla luce delle stelle.
Non vogliono più erba
ma il tepore di questo lenzuolo
liscio e innaturale.
Di qui non passa un’anima fino a giorno,
potrei premere sull’acceleratore
e lasciarmi alle spalle
un bagno di sangue,
come Aiace che infierisce
su quella mandria inerme.
Dopo, però, l’eroe si risveglia.
Invece freno, esco dall’auto e le accarezzo.
Ruzzano con la mia mano
che indugia sulle loro labbra umide.
Io non so più parlare,
ma non c’è bisogno di parlare.
Forse quando cadiamo in quel torpore mortale
esseri superiori ci osservano
e potrebbero annichilirci in un attimo,
chiudere la partita
senza dircelo,
ma non lo fanno.
da La valle delle visioni (Passigli, 2012)