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Il flauto

Ziagol Soltani

Stanotte liberami dalla verità dello specchio
Chiamami, perché la notte sta per finire, e l’alba è già qui
In questa spiaggia dove ho confinato me stessa
Lascia che io mi riconosca
L’inverno ha lasciato una cicatrice azzurra sulle mie spalle
Invitami alla verde stagione primaverile
Che ne sai della paziente melodia del mio silenzio?
Fammi accordare con il flauto
L’infausto bruciare della fiamma sta scritto sulle ali della falena
Fammi andar via dalla buia moltitudine della creazione
Sono già stata condannata al tormento della segregazione
Stanotte liberami dalla verità dello specchio

Sguinzagliare ricordi

Yehuda Amichai

Yehuda Amichai

In questi giorni penso al vento fra i tuoi capelli,
agli anni che fui nel mondo prima di te
e all’eternità che prima di te andrò a incontrare,
ai proiettili che non mi uccisero in battaglia
ma uccisero i miei amici,
di me migliori perché
non vissero oltre come me,
penso a te nuda davanti al fornello d’estate,
sul libro curva per leggere meglio
nella luce morente del giorno.
Vedi, abbiam vissuto più di una vita,
ora dobbiamo pesare ogni cosa
sulla bilancia dei sogni e sguinzagliare
ricordi che divorino ciò che fu il presente.

Sfasciafamiglie

Ocean Vuong

Ocean Vuong

Così ballavamo: le vesti bianche
delle madri ci traboccavano dai piedi, fine agosto
ci mutava in rosso cupo le mani.  così amavamo:
una bottiglia di vodka e un pomeriggio in soffitta, le tue dita
tra i miei capelli – i miei capelli foresta in fiamme. Ci tappavamo
le orecchie e l’accesso d’ira di tuo padre si mutava
in palpiti del cuore. Quando le nostre labbra si toccavano, il giorno
si serrava in una bara. Nel museo del cuore
due persone senza testa erigono una casa che brucia.
C’era sempre un fucile appeso
al caminetto. Sempre un’altra ora da ammazzare – per poi implorare
un dio di restituircela. Se non la soffitta, la macchina. Se non
la macchina, il sogno. Se non il ragazzo, i suoi vestiti. Se non vivo,
metti giù il telefono. Perché l’anno è un percorso
compiuto in cerchio. Insomma: abbiamo
ballato così: da soli in corpi dormienti. Insomma:
abbiamo amato così: un coltello sulla lingua
che si muta in lingua.

Il buongiorno

John Donne

John Donne

In verità mi chiedo, che abbiamo fatto
tu e io prima di amarci?
Non eravamo ancora svezzati?
E suggevamo rustici piaceri come infanti?
O alla grossa dormivamo
nell’antro dei sette dormienti?
Fu così. Tranne questo,
ogni altro piacere è fantasia.
Se mai bellezza vidi,
che desiderai, e che fu mia,
fu solo un mio sognarti.
E ora buongiorno alle nostre due anime
che si svegliano e si guardano
l’un l’latra, non per paura,
perché amore, amore d’altre viste esclude
e fa di una stanzetta un ogni dove.
Lasciamo ai naviganti i nuovi mondi.
Lasciamo ad altri anche le carte –
mondi su mondi hanno mostrato.
Teniamo un mondo solo noi che abbiamo
il nostro proprio mondo, e un mondo siamo.
Il mio volto nei tuoi occhi. Il tuo nei miei.
Cuori sinceri e aperti sui nostri volti.
Dove possiamo trovare due emisferi più perfetti,
senza tagliente nord, senza caduco occaso?
Ciò che muore non fu commisto in parti uguali;
se il tuo, il mio amore è uno,
o tu e io in amore siamo così uguali,
nessuno può morire, nessuno può mancare.

In quanti modi ti amo?

Elizabeth Barrett Browning

Elizabeth Barrett Browning

In quanti modi ti amo? Fammeli contare.
Ti amo fino alla profondità, alla larghezza e all’altezza
Che la mia anima può raggiungere, quando partecipa invisibile
Agli scopi dell’Esistenza e della Grazia ideale.
Ti amo al pari della più modesta necessità
Di ogni giorno, al sole e al lume di candela.
Ti amo generosamente, come chi si batte per la Giustizia;
Ti amo con purezza, come chi si volge dalla Preghiera.
Ti amo con la passione che gettavo
Nei miei trascorsi dolori, e con la fiducia della mia infanzia.
Ti amo di un amore che credevo perduto
Insieme ai miei perduti santi, – ti amo col respiro,
I sorrisi, le lacrime, di tutta la mia vita! – e, se Dio vorrà,
Ti amerò ancora di più dopo la morte.

Acque e agenti chimici

Dorothy Porter

Dorothy Porter

È un muro
O un vallo
O una ferita aperta
A crescere tra due amanti?

Ho letto troppa poesia
Forse è più semplice

Prendete due fiale di carne
Piena d’acqua e sostanze chimiche

Sfregatele forte
L’una contro l’altra

E state a guardare le loro catene
Di strane molecole
Mutare e gemere. (tratto dal racconto poliziesco in rima ‘la maschera di scimmia’)

La festa dei granchi

David Malouf

David Malouf

Impossibile più vicino
di così. La lingua s’infila
nel più intimo, nel più soave
dei tuoi angolini. So tutto,

ora so tutto dei tuoi segreti.
Spaccato il guscio
più niente tra di noi.

Assaporo il chiaro di luna

Fattosi carne
e le bolle che salgono su
dalle acque di scolo. M’immergo
tra radici e bacche di mangrovie

sotto cenere di luna, al freddo.
Sapevo che la baia
era più d’un semplice scintillio,
sapevo che se esistevi
potevo penetrare
nella tua vita e giù in fondo
afferrare le tue abitudini e conoscendo
le nostre differenze giungere a pensare che siamo
una cosa sola.

(Traduzione di Graziella Englaro su “Poesia” Anno II, numero 12, Dicembre 1989, Crocetti Editore)

Marionette

Daniela Raimondi

Vede, Signora,
io sua figlia l’ho sempre amata.
Arrivavo ogni mattina con in tasca
pesci vivi, oroscopi e poesie.
Ma la sua bambina aveva nel corpo
lune insanguinate,
l’impronta infangata di uno stivale.
Il suo odio fermentava con la frutta in cantina.
Il suo odio cresceva e cresceva,
strangolava la casa
Vede, Signora,
sono nato in una valle di fantasmi.
Un paese di morti dove quando fa buio
le divise dei soldati marciano vuote lungo le strade.
E ogni notte la sua bionda bambina mi chiedeva di morire,
ogni notte lasciava un cadavere di cenere sul letto.
Un uomo ha in bocca la fame mai sazia dei lupi.
Ha sempre bisogno di mordere,
di succhiare il sapore selvatico.
E il mio sperma impazziva nei lombi,
la nutrivo ogni notte con le gocce dei miei sogni.
Non l’ho cercata, lo giuro.
Mi ha trovato seguendo un’orbita errata di stelle.
Nuotando e nuotando contro corrente.
Allargava i suoi occhi nel buio,
fiutava il mio odore col ventre.
La chiamai dalla riva.
Era un luccio gigante,
una cornucopia di luce nella marea del mattino.
Guizzò nell’aria: aveva un feto nell’iride dell’occhio,
si dibatteva con furia contro l’uncino del mio sesso.
Vede, signora,
ero un baco senza pupille
lei mi chiuse le palpebre con dita sudate,
mi avvolse con un filo di bava
nel suo bozzolo bianco.
E a casa la sua bambina bella cadeva fra i narcisi.
Si rompeva in mille pezzi,
pura e dolorosa come un grido.
Un crack fra le mie mani, così.
La vita le usciva da un fianco,
il sangue tornava alla terra.
Io non centro, lo giuro.
Fece tutto da sola.