Il Monaco Malato

PENCHO SLAVEJKOV

PENCHO SLAVEJKOV

Da molti anni giaceva nel suo letto
di legno, il poveretto.
Ma nella carne sua morta e contrita
lo spirito viveva e pien di vita
lo sguardo aveva un che di sovrumano,
una luce celeste, un fuoco arcano.

Nella sua cella quanta e quanta gente
viene pietosamente
a veder l’infelice! In fronte scritta
legge ad ognun sempre la stessa afflitta
muta domanda di pietà: “Signore,
perché viver così? perché non muore?”

Giudican quelli da sé stessi il mondo,
ma l’infermo nel fondo
dell’anima sua muta non consente
col giudizio di quelli. Dolcemente
li guarda tutti con serena pace
e li condanna, ma sorride e tace.

E col pensiero, senza un fil di voce,
fa il segno della Croce;
giace la mano inerte irrigidita,
pietrificate tendonsi le dita.
Solo le mute labbra una devota
bisbigliata preghiera par che scuota:

“La vita iniziata nei tormenti,
o Signor, mi consenti
ch’io viva ancor, lasciami ancora in vita,
ché la battaglia mia non é finita.

Tu comandami ed io sarò da Te.
Ma pur consenti che
i giorni miei vivere possa ancora
nello strazio che il corpo m’addolora,
che nel dolor mondiale a Te, Signore,
levi il mio canto d’infinito amore.

E sentan tutti quelli cui straniera
giunge la mia preghiera,
sentan la lode che a Te sale, o Dio,
fra le pene del corpo dal cuor mio.

Essi vivano sani! Un altro fato
hai per me decretato…
Ch’io viva di rinuncia e sofferenza…
Essi deboli son nella potenza
del Tuo volere. Ed io col mio destino
son forte, o Dio, nel Tuo voler divino…