I tempi morti

Paolo Febbraro

Paolo Febbraro

Finisce novembre e gli uccelli
portano alle tettoie stecchi
nudi, sminuzzano in volo i venti.
Col pane fresco in braccio due vecchi
teneri di fame e nostalgie pensano
ai propri vent’anni, ai denti.
Scorrono campi di cardi attorno
alla stazione suburbana; ritardi
si annunciano in alto ad alta voce; sulla
panchina, le gambe a croce, medita
il passeggero i suoi eterni torti.
Son questi – pensa – i tempi soliti,
i tempi morti.
Il patimento si aggiorna, banale
si sfoglia la pagina di cartavetro:
lo mormora l’acquirente del giornale
e vorrebbe tornare indietro. La Borsa
titoli cade, il mondo vale meno;
le vertebre del viaggiatore avvertono
sul sedile la restituzione del freno.
Studenti scendono in fretta, chiassosi
nella uniforme giovanile: fra storico
e vile è lo sguardo di due anziani
reduci del Novecento, fra le mani
due sorti. Più degli andati – si stringono –
verranno tempi morti.
Al finestrino accanto, c’è uno che vive,
nel vagone male scaldato, incide
sul foglio parole afone, prive
di socievolezza; solo, un po’ curvo,
scarta e intride, si prende il disturbo.
Come per musica annota
ciò che ha sentito più casualmente;
svuota i doveri del tempo libero,
il giardinaggio della mente, incastra
pensieri cari, termini corti.
Non pagherà la moneta dei vivi
– mormora – la cura dei tempi morti.
Da Il bene materiale, Scheiwiller 2008