Sera d’uragano

Paolo Buzzi

Il cielo è nero fumo che voltola, sfiocca, imperversa
come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere
per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine
si riproducono e ripercotono.
Tutto fugge come a un fosco mare.
Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,
mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.
I lampi sono rosei
come i filari efimeri delle gambe alle ballerine
in passo di finale.
Le folgori son come bisce verdi e violette.
Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve
la scena de’ monti lontani.
I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.
Eccoli dispariti.
Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,
in un canto della nerezza, teso.
Piovon tutte le acque,
a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.
Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle [piante:
i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:
le foglie degli alberi tremano per l’Universo.
Io m’abbandono
a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano.