La casa della Gjave

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Sono finiti gli anni della casa,
anche quelli che si pensava fossero ancora lì
con gli abeti, la bicicletta che tenevano su.
Ci sono un ragazzo e una donna
nei movimenti che si rompono senza dolore
lungo quello che è il loro cortile.
C’è dell’erba di là, come non saprei dire,
sotto gli alberi che fa un po’ di prato.
Come le viti sono i legni secchi dei rovi,
qualche foglia strana dei rovi.
Sono un fiore che cresce più di quello che possa,
di quello che è a toccarlo.
Come quando si dice “mi hai portato dei fiori”,
e sono solo dei poveri fiori.
Come quando si dice “così sono stati i poeti”.

La penisola della Hague

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Hanno gli occhi provati dal mare, dal grande cimitero marino.
Anche la fabbrica nucleare tiene le navi lontano
con i suoi tubi alti e chiusi, con il ferro di un porto innaturale.
La volpe stasera non è venuta, le galline aspettano la mattina.
La capra legata fa in modo di restare vicino ai due bambini e grida.
Mangiamo sempre dalla signora di Auderville, io per ascoltarla:
Prévert era una persona di modi semplici, mangiava qui a volte.
Salendo, la casa è ciò che vogliamo vedere,
le ortensie, l’acqua che sgorga infinitamente dalla canaletta di legno.
Piove. Il vento è quasi freddo. D’autunno come saranno
queste pietre con i nomi nel cespuglio di piccole rose?
A Brest è piovuto una volta per sempre.
Un viso, una corsa sono stati amati per sempre, per sempre.
Ti guardo dalla sabbia che sembra non finire nemmeno lì dove sei.

Città e campagna

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Mi sento nel giro che facevi a prendere la legna,
nel rumore del camion che va perché si possa entrare
in trattoria durante l’ora di pausa: nei pensieri
che accompagnano la terra da togliere in cantiere.
Lo scavo è lo sguardo che lo tiene, quando si va via la sera,
e volendo ci si può chiedere com’è stata, che cosa, la giornata:
restare in una melodia o con un disegno più nervoso e impossibile.
Così mi penso nelle parole che risalgono il cortile,
dopo averti sentita nell’aria che ti affaticava: e un po’ intorno
come una sera d’aria tra le pietre e sulla campagna.
Dove la neve è occuparsi di che cosa sono le erbe e i sassi,
rimanere sulle cose per un po’, nel bianco della neve:
con le piane che avevano il tuo sguardo grande,
tu che diventavi le giornate, lavoro e prati di un mondo.

Sono finiti gli anni della casa

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Sono finiti gli anni della casa,
anche quelli che si pensava fossero ancora lì
con abeti, la bicicletta che tenevano su.
Ci sono un ragazzo e una donna
nei movimenti che si rompono senza dolore
lungo quello che è il loro cortile.
C’è dell’erba di là, come non saprei dire,
sotto gli alberi che fa un po’ di prato.
Come le viti sono i legni secchi dei rovi,
qualche foglia strana dei rovi.
Sono un fiore che cresce più di quello che possa,
di quello che è a toccarlo.
Come quando si dice “mi hai portato dei fiori”,
e sono solo dei poveri fiori.
Come quando si dice “così sono stati i poeti”.
Mario Benedetti (Udine, 1955), da Una terra che non sembra vera (Campanotto editore, 1997)

Per mio padre

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
Intorno ha una cassettiera con lo specchio,
due sedie scure, un armadio, l’incandescenza minuscola di una stufa.
Dei centrini, la stampa di una natività con il rametto di ulivo,
un taccuino, dei pantaloni, delle cose sue.
Davanti il cielo che è venuto insieme a lui,
gli alberi che sono venuti insieme a lui. Forse una ghiaia di giochi
e dei morti, che sono silenzio, un solo grande silenzio, un silenzio di tutto.
A volte l’acqua del Cornappo era una saliva più molle,
un respiro che scivolava sui sassi.
A volte tutto era l’uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura
vicino a una poesia scritta in grande da imparare a memoria.
A volte niente, venire di qua a prendere il pezzo di cioccolato
e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose,
gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male.

Brest

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Il colore delle barche scendendo tra i depuratori di Le Hildy.
Le poche nuvole, i gabbiani che bevono l’acqua sporca oltre le reti.
Il colore delle barche
cerca di costruire le sue ragioni anche per me che soltanto le guardo:
pescatori con le proprie barche, colori di qui, di Pont-Aven.
Vado per poter venire un po’ più vicino al niente
sulla spiaggia che va e che viene, e stare come fanno a cercare qualcosa:
bucano la sabbia con le pompe, hanno il secchio per i granchi.
Si va molto avanti, si intravede Place de la République, alta
con gli alberi-hotel per le ragazze venute da Ploudalmézeau.
E una ragazza appoggiata al cemento della postazione militare,
figlia della dea dai capelli di erba della lunga costa.
Il vento graffia le case scrostate,
qualcuno le bagna nel silenzio. Ore di vento.
Di sera le scogliere di Crozon sono una bianca nave leggendaria
come il pensiero che si alza dal libro della Légende de la Mort
sul muro chiaro della stanza: povere cose messe nell’aria prima di dormire.

Non più

Idea Vilariño

Idea Vilariño

Ormai non sarà
ormai no
non vivremo uniti
non alleverò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti possederò di notte
non ti bacerò prima di uscire.
Non saprai mai chi sono stata
perchè altri mi amarono.
Non riuscirò mai a sapere perché né come
né se era vero
quello che dicesti che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere uniti
amarci
aspettarci
rimanere.
Ormai non sono altro che io
per sempre e tu ormai
per me non sarai che tu.
Ormai non sei
in un giorno futuro
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi.
Non mi abbraccerai mai
come questa notte
mai.
Non potrò più toccarti.
Non ti vedrò morire.