Brest

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Il colore delle barche scendendo tra i depuratori di Le Hildy.
Le poche nuvole, i gabbiani che bevono l’acqua sporca oltre le reti.
Il colore delle barche
cerca di costruire le sue ragioni anche per me che soltanto le guardo:
pescatori con le proprie barche, colori di qui, di Pont-Aven.
Vado per poter venire un po’ più vicino al niente
sulla spiaggia che va e che viene, e stare come fanno a cercare qualcosa:
bucano la sabbia con le pompe, hanno il secchio per i granchi.
Si va molto avanti, si intravede Place de la République, alta
con gli alberi-hotel per le ragazze venute da Ploudalmézeau.
E una ragazza appoggiata al cemento della postazione militare,
figlia della dea dai capelli di erba della lunga costa.
Il vento graffia le case scrostate,
qualcuno le bagna nel silenzio. Ore di vento.
Di sera le scogliere di Crozon sono una bianca nave leggendaria
come il pensiero che si alza dal libro della Légende de la Mort
sul muro chiaro della stanza: povere cose messe nell’aria prima di dormire.

Artigas

Mario Benedetti

Mario Benedetti

S’ingegnò a essere contemporaneo di coloro che
nacquero mezzo secolo dopo la sua morte
creò una giustizia naturale per neri meticci indios e
creoli poveri
fu tanto lungimirante da cacciarsi in brutti impicci
ebbe coglioni a sufficienza per non dar la colpa agli altri

Si è soli

Idea Vilariño

Idea Vilariño

Solo come un cane
come un cieco un pazzo
come una banderuola che gira intorno all’asta
solo solo solo
come un cane morto
come un santo un casto
come una mammola
come un ufficio di notte
chiuso
incomunicato
non verrà nessuno
non verrà più nessuno
non penserà nessuno al suo tipo di morte
non chiamerà nessuno
nessuno ascolterebbe le sue grida di aiuto
nessuno nessuno nessuno
non importa a nessuno.
Come un ufficio o un santo o un palo
incomunicato
solo come un morto nella sua doppia cassa
bussando al coperchio e urlando
e a casa
i parenti inghiottiscono camomilla e valium
e alla fine dormono
e a quell’altro la morte gli chiude la bocca
tace e muore e la notte tempesta su lui
solo come un morto come un cane come
come una banderuola che gira intorno all’asta
solo solo solo.

Non più

Idea Vilariño

Idea Vilariño

Ormai non sarà
ormai no
non vivremo uniti
non alleverò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti possederò di notte
non ti bacerò prima di uscire.
Non saprai mai chi sono stata
perchè altri mi amarono.
Non riuscirò mai a sapere perché né come
né se era vero
quello che dicesti che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere uniti
amarci
aspettarci
rimanere.
Ormai non sono altro che io
per sempre e tu ormai
per me non sarai che tu.
Ormai non sei
in un giorno futuro
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi.
Non mi abbraccerai mai
come questa notte
mai.
Non potrò più toccarti.
Non ti vedrò morire.

Rue de Siam

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Girano nell’estuario davanti a Recouvrance i battelli,
e lo popolano di vele, e ancora lungo la banchina è porto
dove adesso è porto militare, e strade riservate con la guardia…
Con gli occhi aperti delle donne ferme che ho visto
e la giacca per il vento, quasi lussuosa e unica la tua giacca,
a cosa ti posso assomigliare, quasi una stampa nella via…
Mangio qualcosa, sono qui
i giornali, i cibi, mi piace stare seduto a guardare
alla finestra le nuvole, dormo,
tornano delle mani nelle tue, allegre, attimi,
ecco, sono questo, prendimi mio Signore,
stare così raccolto.
Come si fa sempre a vivere. Avere nelle mani il freddo, il vento…
sentire solo perché un altro ti veda così e ti porti per sempre via.

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

(Udine, 1955), da Tersa morte(Mondadori, 2013)

Come farti capire

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che nessuno stabilisce norme salvo la vita,
Che la vita senza certe norme perde forma,
Che la forma non si perde con l’aprirci,
Che aprirci non è amare indiscriminatamente,
Che non è proibito amare,
Che si può anche odiare,
Che l’odio e l’amore sono affetti,
Che l’aggressione è perché sì ferisce molto,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che definirsi non è remare contro corrente,
Che non quanto più forte si fa il segno più lo si scorge,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che negare parole implica aprire distanze,
Che trovarsi è molto bello,
Che il sesso fa parte del bello della vita,
Che la vita parte dal sesso,
Che il “perché” dei bambini ha un perché,
Che voler sapere di qualcuno non è solo curiosità,
Che volere sapere tutto di tutti è curiosità malsana,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che l’autodeterminazione non è fare le cose da solo,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che per dare dovemmo prima ricevere,
Che affinché ci dìano bisogna sapere anche come chiedere,
Che sapere chiedere non è regalarsi,
Che regalarsi è, in definitiva, non amarsi,
Che affinché ci vogliano dobbiamo dimostrare che cosa siamo,
Che affinché qualcuno “sia” bisogna aiutarlo,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che adulare è tanto pernicioso come girare la faccia,
Che faccia a faccia le cose sono oneste,
Che nessuno è onesto perché non ruba,
Che quello che ruba non è ladro per suo piacere,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che non ci si deve dimenticare che esiste la morte,
Che si può essere morto in vita,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che alziamo muri per non essere feriti,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che quasi tutti siamo muratori di muri,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Che non per il molto portarsi avanti si leva prima il sole,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?

con il sole nel muro grande di casa

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Con il sole nel muro grande di casa,
e il cortile che un poco brilla sulle punte di erba, è mattino.
E io vorrei le parole per dire gli occhi
fermati sulla colazione, dire che il pane
è più una cosa che mi nutre di altri giorni di allegria.
Come allora il tavolo è i bicchieri che porta, le bottiglie e i bicchieri.
Come non siamo capaci di non pensare, di non immaginare
e solo in questo i fiori nel cortile, o la ghiaia, per esempio,
le pietre della casa, sono andati nelle canzoni.
Sono andate le vecchie strade a mostrare il loro ciglio di erba
incontro alle nuvole, o nella trasparenza di certe giornate
fino ai tramonti animati dalla polvere più bella, più dipinta.
Le ortensie sono l’ombra che fiorisce, la sera è lungo il muro dipinta.
Saremo una sera chiara, quasi di primavera, sopra i vasi di menta,
le conche di terra e foglie in più di un bosco.

I monti del Cantal

Mario Benedetti

Mario Benedetti

In fondo ai monti del Cantal, di sera,
guardiamo la casa più vecchia di Saint-Flour.
E’ stato un uomo a tenere la casa per noi.
A poco a poco ha comperato
le cose che sapeva di un tempo e di un altro. E adesso è così.
Siamo entrati l’indomani. In basso
c’era un po’ di archeologia del posto,
e poi del legno, pavimenti, armadi
dei contadini del Cantal.
Poi ho voluto comperare le fotografie di Jacques Dubois, Les Auvergnats.
La notte abbiamo dormito bene per l’aria fresca
che c’è sempre anche d’estate. E ho visto un carro con i buoi
che andava via per l’occidente:
solo hanno le musiche e sanno sognare con forza i giorni
nell’Europa dell’est, credo di averti detto.
Abbiamo mangiato cose delicate e cercato di ricordare il vino,
poi ti ho parlato, mi hai detto senza capire cosa,
la mattina quando ti sei svegliata
triste e come disperata per la mia vita.
(Da Umana gloria, Mondadori 2004)