Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l’aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinnn …
due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì
ti farei sedere sull’orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta’ attenta
sta’ attenta a non dirmi “avvicinati”
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

Angina pectoris

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

Se qui c’è la metà del mio cuore,dottore,
l’altra metà sta in Cina
nella lunga marcia verso il Fiume Giallo.
E poi ogni mattina,dottore,
ogni mattina all’alba
il mio cuore lo fucilano in Grecia.
E poi,quando i prigionieri cadono nel sonno
quando gli ultimi passi si allontanano
dall’infermeria
il mio cuore se ne va,dottore,
se ne va in una vecchia casa di legno,
a Istamburg.
E poi sono 10 anni,dottore,
che nn ho niente in mano da offrire al mio popolo,
niente altro che una mela
una mela rossa,il mio cuore.
E’ per tutto questo,dottore,
e non per l’alteriosclerosi,per la nicotina,per la
prigione,
che ho questa Angina Pectoris.
Guardo la notte attraverso le sbarre
e malgrado tutti questi muri che mi pesano sul petto
il mo cuore batte con la stella più lontana.

L’uomo

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

Le piante, da quelle di seta fino alle più arruffate
gli animali, da quelli a pelo fino a quelli a scaglie
le case, dalle tende di crine fino al cemento armato
le macchine, dagli aeroplani al rasoio elettrico
e poi gli oceani e poi l’acqua nel bicchiere
e poi le stelle
e poi il sonno delle montagne
e poi dappertutto mescolato a tutto l’uomo
ossia il sudore della fronte
ossia la luce nei libri
ossia la verità e la menzogna
ossia l’amico e il nemico
ossia la nostalgia la gioia il dolore
sono passato attraverso la folla
insieme alla folla che passa.

Sono nato nel 1902

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

Sono nato nel 1902
non sono più tornato
nella città natale
non amo i ritorni indietro
quando avevo tre anni
abitavo Alep
con mio nonno pascià
a 19 anni studiavo a Mosca
all’università comunista
a 49 ero a Mosca di nuovo
ospite del comitato centrale
del partito comunista
e dall’età di 14 anni
faccio il poeta
alcuni conoscono bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c’è quasi pietanza
che non abbia assaggiata
quando avevo trent’anni hanno chiesto
la mia impiccagione
a 48 mi hanno proposto
per la medaglia della Pace
e me l’hanno data
a 36 ho traversato in sei mesi
i quattro metri quadrati
di cemento
della segregazione cellulare
a 59 sono volato
da Praga all’Avana
in diciotto ore
ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel ’24
e il mausoleo che visito sono i suoi libri
hanno provato a strapparmi dal mio Partito
e non ci sono riusciti
e non sono rimasto schiacciato
sotto gl’idoli crollati
nel 51 con un giovane compagno
ho camminato verso la morte
nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
per quattro mesi sdraiato sul dorso
sono stato pazzamente geloso delle donne ch’ho amato
non ho invidiato nemmeno Charlot
ho ingannato le mie donne
non ho sparlato degli amici
dietro le loro spalle
ho bevuto ma non sono stato un bevitore
ho sempre guadagnato il mio pane
col sudore della mia fronte
che felicità
mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
ho mentito per non far pena agli altri
ma ho anche mentito
senza nessun motivo
ho viaggiato in treno in areoplano in macchina
i più non possono farlo
sono stato all’Opera
i più non ci vanno non sanno
nemmeno che cosa sia
e dal ’21 non sono entrato
in certi luoghi frequentati dai più
la moschea la sinagoga la chiesa
il tempio i maghi le fattucchiere
ma mi è capitato
di far leggere la mia sorte
nei fondi di caffè
le mie poesie sono pubblicate
in trenta o quaranta lingue
ma nella mia Turchia
nella mia lingua turca
sono proibite
il cancro non l’ho ancora avuto
non è necessario che l’abbia
non sarò primo ministro
d’altronde non ne ho voglia
anche non ho fatto la guerra
non sono sceso nei ricoveri
nel mezzo della notte
non ho camminato per le vie
sotto gli aerei in picchiata
ma verso i sessant’anni mi sono innamorato
in una parola compagni
anche se oggi a Berlino sono sul punto
di crepare di tristezza
posso dire di aver vissuto
da uomo
e quanto vivrò ancora
e quanto vedrò ancora
chi sa.

Notte d’autunno

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa alla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Notturno in tram a Berlino

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti
E quattro camminiamo fianco a fianco senza parlarci
Ciascuno cammina solo ma siamo
L’uno a fianco dell’altro
Che cosa non avremmo dato gli uni
E gli altri per non sentire
Il rumore dei passi gli uni degli altri
Dentro di noi abbiamo pietà imprechiamo
Gli uni contro
Gli altri ma ci amiamo perchè non crediamo
Gli uni negli altri
Che cosa non avremmo dato per arrivare
A un incrocio e infilare presto
Quattro strade diverse ma non so
Se uno di noi morisse se
Quelli che restano sarebbero contenti
La vecchiaia la solitudine e io
E poi una malinconia tutti e
Quattro camminiamo fianco a fianco
La notte prendiamo il tram i tram
Che non sappiamo dove vadano
La notte i tram puliti larghi a tre vagoni ci portano in
Qualche luogo con stridori sferragliamenti
A un tratto si levano davanti a noi
Dei muri bruciati e sotto
Il riverbero dei lampioni marciano
Diritti e testardi verso di noi
Delle finestre appaiono davanti a noi
E vengono in folla verso
Di noi schiacciandosi l’una con l’altra
Finestre che non hanno né vetri né  infissi
Che non sono finestre
Delle stanze degli uomini ma finestre del vuoto
Passiamo davanti alle porte senza battenti le porte
Che aprono su nulla
Sui marciapiedi degli uomini con tre punti
Sopra il bracciale aspettano il tram
Sono appoggiati sui loro bastoni
Dalle punte di gomma
Non so se tutti i muti sono anche dei sordi
Ma certo la maggior
Parte dei ciechi sono dei ciechi
Con gli occhi aperti e le luci dei
Tram cadono nei loro occhi aperti ma loro
Non si rendono conto
Che la luce cade nei loro occhi
Vecchie bigliettaie stanche fanno salire
I ciechi sui tram
Donne che mi avete guidato teneramente
Tenendomi per mano
A quasi tutte voi non ho dato che qualche poesia
E forse un po’ di tristezza
Sono grato a voi tutte
Traversiamo le tenebre degli spiazzi vuoti
Dove crescono i ciuffi d’erbacce
I tram traversano le piazze i cui palazzi barocchi
Sono distrutti
E le pietre bruciate spezzate si somigliano
Talmente che la testa
Ci gira e giriamo in tondo
Questa città è tutta bucata perchè ha mandato
I suoi soldati
A distruggere altre città
Ho visto città rase al suolo avevano mandato
I loro soldati a distruggere
Altre città e i soldati delle altre città le avevano
Rase al suolo
Ho visto città che preparavano i loro soldati
Per mandarli
A distruggere altre città ed essere distrutte esse stesse
Dei violinisti salgono in tram con le scatole
Dei violini sotto
Il braccio e i loro lunghi capelli tristi non riescono a
Nascondere la loro calvizie
Questo agosto è forse l’ultimo agosto del mondo
Ha chiesto uno dei
Violinisti alla bigliettaia in una lingua
Che non conosco
Sulle piattaforme dei tram ci sono dei giovani
In collera
Credo ch’essi stessi non sappiano perchè e contro
Chi sono in collera
Che ora sarà adesso all’avana amore mio
Sarà notte o giorno
Le ragazze scendono dai tram
Le loro gambe sono abbastanza ben fatte
Senza fare un gesto seduto dove sono le seguo
E sotto il ponte
Di pietra sento vicinissimo al mio viso il calore
Delle loro bocche e
Volto la testa a una giovane donna che mi tocca
La spalla senza ch’io sappia dov’è
I suoi capelli son paglia d’oro le sue ciglia azzurre
Il suo collo bianco è lungo e rotondo
Alle fermate vecchie donne terribili con cappelli di
Paglia nera traversano le rotaie tenendosi per mano
L’uomo seduto alla mia destra s’è inabissato
Dentro se stesso
S’è perduto dentro se stesso
È così lo so è così che la vecchiaia comincia
Tuttavia non è in mio potere non cadere nelle
Onde tristi
Così comincia la vecchiaia
L’uomo seduto alla mia destra è caduto ancora
Nelle onde tristi
Alla porta del deposito siamo scesi dall’ultimo tram
Rientriamo a piedi
Tutti e quattro
La vecchiaia la solitudine e io e poi una malinconia
Quando arriviamo all’albergo il sole
Comincia a spuntare
Nella nostra stanza apriamo la radio
Parla dei vascelli cosmici.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

Nâzım Hikmet Ran

Nâzım Hikmet Ran

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Il custode dei fantasmi

Mehmet Yashin

Mehmet Yashin

Tutti pensano che ai fantasmi non serva alcun oggetto.
Attraversano i muri fluttuando e basta evocarli
perché si aggirino ondeggiando.
Una volta che ti hanno trovato libero
non se ne andranno nemmeno se li scacci.
La loro stanza da letto è negli angoli più oscuri della memoria
“Essere qui o là”, ti verrebbe da dire
“che differenza farà mai per un fantasma
se traslocando l’ho portato con me?”
Ma i fantasmi non amano i traslochi
e la questione non è semplice quanto si pensi.
Per cominciare, i viaggi provocano in loro attacchi di panico
e hanno i propri traumi, temono l’abbandono,
soffrono di sindrome da separazione e così via.
Un fantasma può metterla così:
“Se anche lui se ne va chi guarderà la mia foto nello specchio,
chi raccoglierà la mia polvere
e il piatto di terracotta che uso di solito
sarà ancora al suo posto al mio ritorno?”
Richiedono la massima attenzione
i vecchi oggetti non funzionanti
perché appartengono ai fantasmi.
La cosa migliore è fare attenzione
alle apprensioni altrui, per quanto bizzarre,
rispettando i bisogni degli altri.
Se vuole procedere per la propria strada
l’uomo deve prendersi buona cura del fantasma
soprattutto del fantasma dell’infanzia.