Preghiera tra la notte e il giorno

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

All’ora incerta in cui la muta dei fantasmi
fa ressa alle finestre, e in gran subbuglio
per un’esitazione tra ombra e giorno
minaccia bisbigliando la chiarezza,
un uomo prega: gli è distesa accanto
la splendida guerriera inerme e nuda;
poco distante giace il loro erede,
tenendo stretto come stelo il tempo.
“Una preghiera dentro la paura, ardua a esaudire,
specie senza soccorso dall’esterno; una preghiera
detta dentro il crollo delle città,
la fine della guerra, i morti in folla:
perché la dolce aurora, la tenace,
la luce quando giunge sui crinali, se allontana
la lieve luna, così anche la mia favola cancelli,
e veli del suo fuoco anche il mio nome”.

Traduzione di Fabio Pusterla

Poesia n. 200 Dicembre 2005
Crocetti Editore 2005

 




Gli scricchiolii notturni e quel silenzio

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciacquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), daPietra sangue (Marcos y Marcos,1999)

A Nina che ha paura

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciaquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, 2009)

Nella boscaglia

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Balugina ancora a tratti
la strada maestra fra gli alberi
con le sue luci bianche i rettifili
d’ogni giorno ogni ora e scompare.
Boscaglia adesso e fremiti di bestia.
È che a volte bisogna scartare
di lato gettarsi tra i rovi
rimettersi in cammino fuori via
per non morire. Nelle stazioni
di sosta tra vampe di neon
cecchini e benpensanti vegliano
scrutano gli arrivi,
montano e smontano lesti
fucili perfettamente ingrassati.

Fabio Pusterla

(Mendrisio, 1957), da Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010)

Se camminiamo

Yari Bernasconi

Yari Bernasconi

Se camminiamo è per andare avanti,
per cercare qualcosa, per non abbandonare
una speranza. Dimenticando tutto il resto.
Tornare ha sempre avuto poco significato.
Tornare dove? Riconosciamo i sassi
e gli orizzonti: i sentieri ci dicono
che ci siamo, che andiamo.
Yari Bernasconi (Lugano, 1982), da Nuovi giorni di Polvere (Casagrande, 2015)

Ci vorrebbe prudenza

Rainer Brambach

Rainer Brambach

Cosa ti spinge a scrivere versi?
Perché non vendi sale,
case, fucili o tabacco?
Ci vorrebbe prudenza, sai, perché presto
caleranno di nuovo i corvi – neri predicatori
dalla stridente voce – per gridare ai quattro venti
la tua miseria, mentre sereno in giro te ne vai.
Quando il ghiaccio penderà dalle fontane,
non avrai altra dimora che una sala d’attesa,
dove echeggiando in molte lingue
un’unica cosa sono arrivare e dirsi addio.

Portovenere / antologia, Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

La mer est de nouveau obscure. Tu comprends,
c’est la dernière nuit.Mais qui vais-je appelant?
Hors l’écho, je ne parle à personne, à personne.
Où s’écroulent les rocs, la mer est noire, et tonne
dans sa cloche de pluie. Une chauve-souris
cogne aux barreaux de l’air d’un vol comme surpris,
tous ces jours sont perdus, déchirés par ses ailes
noires, la majesté de ces eaux trop fidèles
me laisse froid, puisque je ne parle toujours
ni à toi, ni à rien. Qu’ils sombrent, ces «beaux jours»!
Je pars, je continue à vieillir, peu m’importe,
sur qui s’en va la mer saura claquer la porte.
Philippe Jaccottet (Moudon, 1925), daL’Effraie(Gallimard, 1953) – Traduzione italiana: P. Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorant (con un saggio di Jean Starobinski, a c. di Fabio Pusterla, Einaudi, 1992)
Portovenere

Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo? A nessuno
parlo, all’infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi «bei giorni»! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.
Questa è, a mio avviso, una delle poesie più belle e più intense di Philippe Jaccottet; e anche uno dei tentativi di traduzione che mi sembrano meno insoddisfacenti. La situazione è topica: l’io deve affrontare la fine di qualcosa, un abbandono, la conclusione probabilmente di una storia d’amore, e il tu che appare quasi disperatamente verso la fine è già solo un ricordo, il segno di un dialogo ormai impossibile, l’oggetto di un rimpianto senza soluzioni. Ma questa condizione esistenziale, nota a molti di noi, è potenziata dallo scenario particolare, già annunciato dal titolo: siamo in un luogo di grande e per così dire ufficiale bellezza, Portovenere, dove i grandi poeti inglesi dell’Ottocento come Byron amavano soggiornare; e questa bellezza imponente e marmorea, proprio come il mare in tempesta e la violenza degli elementi, si rendono ora per l’io ancora più insopportabili nella loro indifferenza. Rendono più netto e più vivo il dolore individuale. Tutto questo, che riguarda fin qui l’argomento e le immagini, si può ritrovare nella trama di suoni e di ritmi che attreversa la poesia, che va prima di tutto ascoltata come una musica cupa. Una curiosità conferisce infine al testo una profondità particolare: il pipistrello che si agita frenetico ha cominciato a volare circa un secolo prima, in uno degli Spleen di Charles Baudelaire, compresi nelle Fleurs du mal.
E quel distico finale: che forza!
(Fabio Pusterla)

Cuore

Marta Celio

Marta Celio

Quando il cuore scricchiola
E le mani l’accompagnano
Sento un refolo d’autunno
Ché autunno non è
Ma già
E ancora
Infinita primavera
Padova 1 dicembre ore 22.45
Marta Celio (Santa Maria, Svizzera, 1976), da In punta di piedi (Mimesis, 2017)

Isla persa / antologia, Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Crepacci la circondano, le smorfie
raggelate del ghiaccio che si sgretola. Dall’alto
franano sordi blocchi di granito.
E se un camoscio, o uno stambecco troppo audace,
si avventurasse sui costoni e con uno scarto
nervoso scivolasse sulle pietraie in un gorgo di luce,
qui sarebbe inghiottito e nessuno lo saprebbe mai.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Pietra sangue (Marcos y Marcos, 1999)
Le cose riflettono la volontà dell’autore di aderire alla superficie del reale (dal punto di vista stilistico ciò è evidente nelle descrizioni, nelle enumerazioni, nella tendenza alla nominazione (Questo è un fiume) o presentativa (C’è il silenzio)). Lo sguardo è una componente essenziale dei suoi versi, ma per ottenere un effetto opposto a quello del soggettivismo: ci osservano / le cose, il loro immobile / resistere a quel vento. Il poeta vuole cioè far uscire la luce dalle cose attraverso le parole, di cui purtroppo è incrostata la storia umana. In questo egli deve lavorare come gli artigiani della Valle Intelvi, che usavano sette tipi di pietre per rifinire gli intonaci, l’ultima delle quali era l’ematite, la pietra sangue, per far uscire la luce dalla materia difettosa. Lo sguardo deve saper essere spoglio per rinunciare al possesso delle cose (v. Appunti di luce e sabbia) e l’io deve darsi da parte, mettersi in ascolto.
Roberto Cescon