Dormiamo stretti io e te

Vanni Bianconi

Vanni Bianconi

Dormiamo stretti io e te
come le due cifre della mia nuova età –
e se uno nel sonno si gira
anche l’altro subito si incunea –
i due tre;
da una settimana hai trent’anni
e un tre anche tu, l’altro non è un numero
ma il tondo della tua pancia
(e tuttavia il tondo dello stupore)
per chi la abita da tre mesi,
siamo tre
tre.
Vanni Bianconi (Locarno, 1977), da Il passo dell’uomo (Marcos y Marcos, 2012)

Parler est facile, et tracer des mots sur la page / antologia, Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

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Parler est facile, et tracer des mots sur la page,
en règle générale, est risquer peu de choses:
un ouvrage de dentellière, calfeutré,
paisible (on pourrait même demander
à la bougie une clarté plus douce, plus trompeuse),
tous les mots sont écrits de la même encre,
«fleur» et «peur» par exemple sont presque pareils,
et j’aurais beau répéter «sang» du haut en bas
de la age, elle n’en sera pas tachée,
ni moi blessé.
Aussi arrive-t-il qu’on prenne ce jeu en horreur,
qu’on ne comprenne plus ce qu’on a voulu faire
en y jouant, au lieu de se risquer dehors
et de faire meilleur usage de ses mains.
Cela,
c’est quand on ne peut plus se dérober à la douleur,
qu’elle ressemble à quelqu’un qui approche
en déchirant les brumes dont on s’enveloppe,
abattant un à un les obstacles, traversant
la distance de plus en plus faible – si près soudain
qu’on ne voit plus que son mufle plus largeque le ciel.
Parler alors semble mensonge, ou pire: lâche
insulte à la douleur, et gaspillage
du peu de temps et de forces qui nous reste.
Parler alors semble mensonge, ou pire: lâche
insulte à la douleur, et gaspillage
du peu de temps et de forces qui nous reste.
Philippe Jaccottet (Moudon, 1925), Chants d’en bas(Payot, 1974; traduzione italiana: P. Jaccottet, Alla luce d’inverno. Pensieri sotto le nuvole, a c. di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos, 1997).
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Parlare è facile, e tracciare parole sulla pagina
vuol dire, per lo più, rischiare poca cosa:
lavoro da merlettaia, ovattato,
tranquillo (perfino alla candela si potrebbe
domandare una luce più dolce, più ingannevole),
le parole sono tutte scritte con lo stesso inchiostro,
«fetore» e «fiore» per esempio sono quasi uguali,
e quando avrò ricoperto di «sangue» l’intera pagina,
lei non ne sarà macchiata,
o io ferito.
Capita dunque di provare orrore per questo gioco,
di non capire più cosa si voleva fare
giocandoci, invece di arrischiarsi fuori,
e di fare un uso migliore delle proprie mani.
Questo
è quando non ci si può più sottrarre al dolore,
quando il dolore somiglia a qualcuno che viene,
strappando il velo di fumo in cui ci si avvolge,
abbattendo uno per uno gli ostacoli, colmando
la distanza sempre più lieve – d’improvviso così vicino
che non si vede più che il suo muso più largo
del cielo.
Parlare allora sembra menzogna, o peggio: vigliacco
insulto al dolore, e inutile spreco
del poco di tempo e forze che ci resta.
Questa poesia della piena maturità apre una breve suite composta di sette testi e intitolata Parler. Si tratta di una serie memorabile, forse uno dei punti più alti dell’arte di Jaccottet, qualcosa che si potrebbe definire una ars poetica; l’origine è il lutto, il dolore per la perdita di una persona cara e la meditazione dunque sulla morte. Ma, sin dal titolo d’assieme, questa meditazione riguarda anche la poesia stessa, il suo senso e i suoi limiti. Di fronte al male, al dolore proprio e soprattutto altrui, al disfacimento dei corpi: cosa può fare, con che diritto può ancora provare a proporsi la parola poetica? Scrivere (cioè «parlare») è un atto positivo, il gesto che prova a trovare un senso dietro l’apparenza delle cose, o un atto di rinuncia, quasi una viltà di fronte alla pienezza della vita?
Ho incontrato questa poesia e quelle che la seguono molti anni fa, quando ancora non conoscevo nulla di Jaccottet, in un volumetto acquistato a Losanna, e intitolato Chants d’en bas (titolo ben comprensibile, ma non facile da tradurre bene in italiano con tutte le sue risonanze: canti che provengono dal basso, che riguardano ciò che si trova sotto, e così via). Dopo avrei letto il resto. Ma forse, senza questo incontro sconvolgente, non avrei neppure pensato di tradurre Jaccottet.
(Fabio Pusterla)

A Nina che ha paura

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciaquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, 2009)

Ci vorrebbe prudenza

Rainer Brambach

Rainer Brambach

Cosa ti spinge a scrivere versi?
Perché non vendi sale,
case, fucili o tabacco?
Ci vorrebbe prudenza, sai, perché presto
caleranno di nuovo i corvi – neri predicatori
dalla stridente voce – per gridare ai quattro venti
la tua miseria, mentre sereno in giro te ne vai.
Quando il ghiaccio penderà dalle fontane,
non avrai altra dimora che una sala d’attesa,
dove echeggiando in molte lingue
un’unica cosa sono arrivare e dirsi addio.

Philippe Jaccottet L’Ignorante

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

Tipperary, dall’irlandese Tiobraidarann: fonte
di percezione, illuminazione, intelligenza
(…)
È lunga fino a Tipperary
e quando ci arrivi
niente ti aspetta, né cartelli, né fanfara
o comitato di benvevuto che con tanto
di stendardo proclami che sei a Tipperary
e un medaglione da portare al collo.
Troverai solo quanto
ti sei portato in cuore.
Allora, una cosa devi fare,
compiere e lasciare lì un ricordo
di quel che la tua Tipperary significa per te,
una testimonianza per quanti indietro
sono in cammino per le loro Tipperary.
È lunga fino a Tipperary
e lì posano tutti i nostri cuori.
Traduzione di
Alessandro Gentili

Poesia n. 320 Novembre 2016
Desmond O’Grady.Tipperary
a cura di Alessandro Gentili

 

 

 

 




Corpo stellare

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Mi segui con un pensiero, sei un pensiero
che non devo nemmeno pensare, come un brivido
mi strini piano la pelle, muovi gli occhi
verso un punto chiaro di luce. Sei un ricordo
perduto e luminoso, sei il mio sogno
senza sogno e senza ricordi, la porta che chiude
e apre sulla corrente di un fiume impetuoso. Sei una
cosa
che nessuna parola può dire e che in ogni parola
risuona come l’eco di un lento respiro, sei il mio vento
di foglie e primavere, la voce chiama
da un posto che non so e riconosco e che è mio.
Sei l’ululato di un lupo, la voce del cervo
vivo e ferito a morte. Il mio corpo stellare.

Fabio Pusterla

(Mendrisio, 1957), daCorpo stellare(Marcos Y Marcos, 2010)

Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi.
I sassi sono neri d’acquate,
I sentieri pesanti.
Sul bordo delle rogge:
girini, latte scure. Una valigia
incatramata.
Un filo d’olio cola
sulla ghiaia. Sopra, cemento.
Se gratti la terra: detriti,
mattoni scagliati, denti di coniglio.
Si possono pensare rumori umani,
passi, palle da tennis. Voci eventuali.
Ogni frantume è ammesso purché inutile.
Siccome questo è il vuoto c’è posto per tutto,
E quel poco che c’è, è come se non ci fosse.
Anche i binari sono perfettamente inerti,
le lucertole immobili, i vagoni
dimenticati.
E poi il pollaio. Le cose senza storia.
O fuori. Una carriola
che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio
privo di fondo. Il nome di uno scemo:
Luigino. Piume dentro la rete, di gallina.
Buchi dentro la rete. Trame rotte.
Quello che non chiamate crudeltà.
Io sono questo: niente.
Voglio quello che sono, fortemente.
E le parole: nessuno adesso me le ruberà.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia(Marcos y Marcos, 1994)

Incantesimo

Kuno Raeber

Kuno Raeber

Ma insieme volevamo
fare una sfera
chiusa riflettente
e liscia all’esterno da cui
la pioggia scivolasse via i lampi
rimbalzassero e se cadeva
a terra rotolasse via intatta.
Che dentro però ci fossero
giardini con fontane con aiuole
piene di rose ci fossero
soffici prati e boschi
azzurri come dei Bassano
e boschi le ster-
paglie sotto impenetrabili.
Un mondo selvaggio là dentro per te
e per me là dentro un rifugio
una sfera
per te e per me
noi volevamo fare.