Fili de Pute

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Quasi illeggibili ormai le parole. Vi si arriva
seguendo crosci d’acqua misteriosi, scale nere
consunte e ad ogni svolta un cunicolo che vaga
nel silenzio di un muro o di una tenebra
analfabeta e muta. Scancellata
dal tempo, l’iscrizione sopravvive solamente
nelle aule scolastiche: le prime
sillabe vere della lingua che parliamo
sono sillabe di scherno e di potere, ordini secchi e ingiurie
di un padrone ai suoi servi, e anche un invito alla tortura
di un uomo troppo clemente e forse santo: «traite,
fili de le pute. Traite!». Ma Gosmario
Albertello e Carvoncelle: chi erano? Che paure o speranze
li agitavano? Possiamo forse immaginarli nelle sere dell’Urbe
piegati di fatica mentre imprecano e cercano
dentro il caldo di giugno un altro caldo
forse di pane o di donna nei dolori
di un tempo senza tempo né futuro, senza ieri o domani
e senza pace o salvezza.
E se mille anni più tardi il vento di un refuso da computer
spazza via una dentale, Albertello, il povero Albertello si trasforma
sulla nitida dispensa in Alberello. «Professore che albero era
questo alberello, poi? Forse una quercia? Una betulla? Un acero?» potrebbero
chiedere allora in buona o cattiva coscienza
legioni di studenti. «Era davvero un alberello, carissimi,
antenato dei vostri genitori e di voi stessi; un alberello
meraviglioso e precario dentro il bosco
della storia di noi tutti, fragilissimo e fiero,
prigioniero innocente o colpevole travolto
dall’incendio dei giorni che divampano
e scompaiono nel vento e si traducono
in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva
imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,
ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,
o un frammento di sasso, o un po’ di polvere
che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,
in una cenere spersa, in un velo
di ossa frantumate. Ma Alberello/
Albertello e i suoi amici sgraziati,
figli di buona donna come ogni povero cristo,
miseri schiavi, schiene da frustare, carne
inessenziale e non memorabile, parlavano
come parliamo noi,
nel nostro affannoso dialetto.
Non vi basta a guardarli, cari,
con reverenza ed affetto?»
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), dall’inedito Argéman (lapoesiaelospirito.wordpress.com)

Dormiamo stretti io e te

Vanni Bianconi

Vanni Bianconi

Dormiamo stretti io e te
come le due cifre della mia nuova età –
e se uno nel sonno si gira
anche l’altro subito si incunea –
i due tre;
da una settimana hai trent’anni
e un tre anche tu, l’altro non è un numero
ma il tondo della tua pancia
(e tuttavia il tondo dello stupore)
per chi la abita da tre mesi,
siamo tre
tre.
Vanni Bianconi (Locarno, 1977), da Il passo dell’uomo (Marcos y Marcos, 2012)

Visita notturna / antologia, Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Stai sognando
cratassi, tirabraccia, il drago soffia-naso.
Chissà cosa sognava Anna Brichtova, che stanotte
viene a trovarci con il suo mosaico
di carte colorate: la sua casa
col tetto rosso, gli alberi
nel prato verde, il cielo: e fuori un lager.
Questo è il vero regalo
che ho portato da Praga senza dirtelo.
Era con me sul treno, la mattina
che ho creduto di vivere all’inferno: Stoccarda,
o giù di lì, dentro un ronzare
di gente che lavora a non sa cosa
o per chi, ma lavora, preme tasti,
invia messaggi a ignoti dentro l’aria.
Solo occhi e dita, solo
un giorno dopo l’altro, smisurato
trascorrere di un tempo che non varia, che appartiene
per sempre ad altri,
ad altro che a sé stessi, e la paura, l’odio
del paria contro il paria, questa rissa
d’anime perse, nuovi schiavi. Il Grande
Bevitore di Birra, la Donna Occhi nel Vuoto,
Mazinga, i miei compagni di viaggio.
Chissà come sognava Anna Brichtova,
a cosa sogni tu, e come vedete
il mondo voi bambini. Lo troverete,
fra i vostri giochi, il gioco che ci salvi?
Noi tutti lo speriamo
guardandovi dormire.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia (Marcos y Marcos, 1994)
L’attenzione alla realtà sommersa e senza storia (che si traduce anche in vere e proprie poesie “civili”, dal chiaro riferimento alla politica presente) produce anche un movimento verticale nello sguardo dell’io, quando si rivolge dentro di sé, a ricercare un’origine che travalichi la storia nell’infanzia e nella geologia. È forse Jaccottet, uno dei poeti tradotti e amati da Pusterla, ad averlo rivelato nel modo più efficace: ogni cosa attraverso la sua voce ferma, sobria, mirabilmente dotta, è sempre insieme quotidiana, vicina, vera e vasta, reale e nondimeno misteriosa. C’è dunque una tensione che trascende le cose e, concentrandosi sulle figure umane, soprattutto i bambini, ed animali (per esempio mediantelo sguardo verso gli uccelli, indifferenti alle miserie umane, c’è la percezione di essere sommersi dal presente eppure pensarli in volo, questo aiuta), vuole ancora interrogarsi sulla possibilità di uno sguardo positivo sul reale.
Roberto Cescon

Preghiera tra la notte e il giorno

Philippe Jaccottet

Philippe Jaccottet

All’ora incerta in cui la muta dei fantasmi
fa ressa alle finestre, e in gran subbuglio
per un’esitazione tra ombra e giorno
minaccia bisbigliando la chiarezza,
un uomo prega: gli è distesa accanto
la splendida guerriera inerme e nuda;
poco distante giace il loro erede,
tenendo stretto come stelo il tempo.
“Una preghiera dentro la paura, ardua a esaudire,
specie senza soccorso dall’esterno; una preghiera
detta dentro il crollo delle città,
la fine della guerra, i morti in folla:
perché la dolce aurora, la tenace,
la luce quando giunge sui crinali, se allontana
la lieve luna, così anche la mia favola cancelli,
e veli del suo fuoco anche il mio nome”.

Traduzione di Fabio Pusterla

Poesia n. 200 Dicembre 2005
Crocetti Editore 2005

 




A Farewell

Giovanni Orelli

Giovanni Orelli

La rocca. Nient’altro. Il caprifico e il basalto.
Un mare corazzato. Non c’è spazio per genuflessioni.
Fuori dalla porta del Cristo Elkòmenos
un porpora profondo nel nero. Le vecchie coi loro
calderoni
candeggiano il tessuto più lungo della storia
appeso agli anelli
di quarantaquattro camere a volta bizantine. Il sole,
implacabile amico, sta con la lancia di fronte alle mura,
e la morte è diseredata in questa luminosità infinita
dove ogni tanto i morti interrompono il sonno
con cannonate e lampioni arrugginiti, su e giù
per i gradini tagliati nella pietra. I loro acciarini
scoppiettano sulla mano; scintillano.
Io – disse –
salirò più in alto, sopra la morbida continuazione,
camminando sulla
cupola della grande chiesa sottomarina con i candelabri
accesi. Io
con l’osso azzurro, l’ala rossa e i denti candidi. Monovasià, 28.IX.74

Storie dell’armadillo, 2

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Addosso la corazza e l’elmo in testa: così va
con la sua vistascarsa e le sue carni
deliziose e protette. Va perché va,
perché bisogna andare, perché il mondo
è grande, il tempo breve. Poi il profumo
di certi fiori, davvero delizioso.

Fabio Pusterla

(Mendrisio, 1957), da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010)

La rosa che non vuoi ricevere

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

La rosa che non vuoi ricevere
quella che non puoi offrire
cresce nella sua gloria senza nome,
sopra scarpate o ghiacci
nel silenzio, ma cresce solitaria
fuori dal tempo, fuori dallo spazio
visibili; sta lì a ricordare la cosa
che hai visto una volta, sta lì
a ricordare la rosa.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Argéman (Marcos y Marcos, 2014)

Se camminiamo

Yari Bernasconi

Yari Bernasconi

Se camminiamo è per andare avanti,
per cercare qualcosa, per non abbandonare
una speranza. Dimenticando tutto il resto.
Tornare ha sempre avuto poco significato.
Tornare dove? Riconosciamo i sassi
e gli orizzonti: i sentieri ci dicono
che ci siamo, che andiamo.
Yari Bernasconi (Lugano, 1982), da Nuovi giorni di Polvere (Casagrande, 2015)

A Nina che ha paura

Fabio Pusterla

Fabio Pusterla

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciaquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, 2009)