Giardinaggio con Galina

Gerda Stevenson

 

Gerda Stevenson

 

Ogni parola che, io e te,
abbiamo piantato è cresciuta
con così grande lentezza:
ciascuna un seme riposto profondo,
nel terriccio della tua mente.
In silenzio, abbiamo atteso,
nel susseguirsi delle stagioni, e nel frattempo
appreso che le mani sanno parlare;
finché, alla fine,
germogli di suoni acerbi s’estendono
dalle radici fino all’ancia della tua gola,
le foglie s’aprono, i girasoli traboccano dalle tue labbra:
semi scuri intrecciati d’oro per noi da piantare,
ancora e ancora parole dorate per noi da coltivare.

Io sono la Esperance

Gerda Stevenson

 

Gerda Stevenson

 

Io sono la Esperance, navigo sulla vostra scia,
le vele spiegate, nel ventre la speranza,
mentre voi affluite nel Glasgow Green –
siamo il vostro coro, io e le mie sorelle,
vostra creazione, una flotta di fiducia, di ritorno al Clyde
dai sette mari: la veterana Hikitia, gru galleggiante,
unica al mondo nel suo genere, è di nuovo a casa
da Wellington; e la Empire Nan, il nostro tozzo rimorchiatore,
la Delta Queen – la sua grande ruota sciaborda a poppa la schiuma
mentre avanza tra gli sbuffi sul Mississippi; e l’audace Akasha,
carica di memorie dal Nilo; scintilliamo per voi,
con le sartie cigolanti e i fumaioli roboanti al vostro grido:
‘Diritto Al Lavoro, No alla Chiusura dei Cantieri,
Non Resta A Casa Nessuno’, i vostri vessilli e striscioni
come onde dinanzi a noi, ci sospingono a casa in una grande marea,
qui c’è la Umoja, il suo nome riassume il nostro intento odierno –
unità – un luccichio a prua; la Moonstone e la Seva,
nessuna come loro sa tutto sui recuperi –
e lì c’è Uhuru, il cui nome sta per libertà,
Uhuru, Uhuru, mia sorella Uhuru, naviga con me
sulla vostra scia, le mie vele spiegate, un carico di speranza,
mentre voi vi riversate nel Glasgow Green, onda dopo onda.

Parla la nebulosa testa di cavallo

Gerda Stevenson

 

Gerda Stevenson

 

Eccomi qua, sotto la cintura di Orione a dimenare la testa,
al galoppo tra la polvere infuocata della mia costellazione;
per millenni ho cavalcato onde stellari, nell’ignoto, finché
una donna dagli occhi come stelle ardenti posa lo sguardo,
m’imbriglia, misura, cataloga e doma.
M’inorgoglisco, poiché a strigliarmi con tanta deliziosa cura
è qualcuno capace in tutto – una domestica, era lei,
all’acquaio, nella cucina del professore, finché lui s’accorse
della sua mite dote di scorgere la luce, con una precisione
che di molto superava i suoi uomini di Harvard;
e poi, s’intromettono gli uomini. Mi reclamano
come loro scoperta, e mi chiamano: “Cupo Mietitore”,
“Cavallo Nero degli scacchi”, dicono,
ma neppure notano che sono una giumenta.
Mi vien voglia di saltar giù
da questa piastra fotografica,
lasciandola per miracolo vuota,
per portarla con me,
la mia signora delle stelle, che per prima mi avvistò –
insieme gareggeremmo nel cielo,
galoppando negli anni luce, gettandoci
senza sella, tra i scintillanti raggi di Zeta,
lungo tutta la cintura del Cacciatore,
da Mintaka fino ad Alnitak.

Sgatach

Gerda Stevenson

 

Gerda Stevenson

 

Sono un’ombra, solo un mormorio, ora,
in cori sparsi di lingue,
pur se ancora la luce del sole infrange le onde
nell’arco del mio castello in frantumi,
come i coltelli che io insegnavo a Cu Chulainn a scagliare;
oltre la baia, s’ergono ancora i Cuillin, là dove un tempo
il sole vibrò una lancia; rupi scure ch’artigliano il cielo
di gabbro lacero; a Tokavaig, i boschi di nocciolo
bisbigliano ancora la saggezza che qui radunavo e impartivo
ai miei guerrieri inesperti. Ma da tempo
la mia arte è perduta: la via della pazienza, che tiene l’ira
in equilibrio su un filo d’erba, al vento della piana,
a stemperare, finché si colga lo sfacelo
ch’avrebbe inflitto; quante volte invano ammonivo
Cu Chulainn che la sua furia avrebbe ammazzato suo figlio:
“Quella tua indole”, gli dicevo, “per molte lune
farà terra bruciata, là dove la pace avrebbe forse prevalso.
“Stana prima le tue paure”, dicevo. “Senti il calore del respiro
sulla corda dell’arco mentre scocchi il dardo, poi,
trattienilo, e attendi, prima di colpire
al cuore ciò che non serve uccidere”.

Non Educatemi

Norman MacCaig

 

Norman MacCaig

 

Non imparo molto, sono un uomo
di poche migliorie. Il mio naso aspira ancora aria
in modo amatoriale. Le mie idee profonde
una volta erano giocattoli sul pavimento, li amo, ho leccato via
quasi tutta la vernice. Un bicchiere di whisky
è un sonaglio che non agito. Quando amo
una persona, un luogo, un oggetto, non ci vedo
nulla da argomentare.
Ho imparato parole, ho imparato parole: ma la metà
è morta per mancanza di esercizio. E quelle che uso
spesso mi guardano con uno sguardo che sussurra, Bugiardo.
Come ammiro gli edredoni che si gettano
con un anello preciso senza schizzi e la sula che all’improvviso
arpiona il mare ― Io sono un’uria
che si tuffa ancora
al vecchio modo conosciuto: mette sotto la testa
e vola basso.

Un punto nel tempo

Hugh MacDiarmid

 

Hugh MacDiarmid

 

Ora tu capisci come le stelle ed i cuori si uniscono l’uno con l’altra,
E come ora ci può essere una fine, ora un ostacolo
Come le dimore sconfinate, perfette ed inseparabili nello spirito,
Come ogni parte può essere infinitamente grande o infinitamente piccola,
Come la lontananza estrema non è che un punto, e come
Luce, armonia, movimento, forza
Tutti identici, tutti separati, tutti uniti sono vita.

Ubriaco di luna

Hugh MacDiarmid

 

Hugh MacDiarmid

 

Quando il sonoro vortice del mondo
E’ sibilo di trottola, quel chiaro
Corpo di corvo che è la luna siede
Ai crocicchi del vento e scruta attorno.
E mi vede – mi vede – mi balza
Con esattezza sul vivo del cuore,
E il suo raggio dorato con freddezza
Completamente ubriaco mi rende.
Il ruggito di tutti gli oceani mi sembra
Ora soltanto un suono debolissimo, il tuono,
Soltanto il tintinnio d’una campana,
E il tempo il volteggiare d’una mosca.

Glagsow 1960

Hugh MacDiarmid

 

Hugh MacDiarmid

 

Tornavo a Glasgow dopo una lunga assenza
niente sembrava aver mutato aspetto.
Autobus e tram erano diretti a “Ibrox”,
e passavano, strapieni come un tempo.
C’è una partita, pensai, ma per sicurezza,
lo chiesi a un tale che mi guardò
severo e disse: Ma dove vive, lei?
Allo stadio sarà record di incassi,
ma la causa di questa agitazione
è una discussione su “la loi de l’effort converti”
tra il professor MacFayden e uno spagnolo.
Boccheggiai. Poi giunse trafelato uno strillone:
Edizione straordinaria! Il Nuovo
Carme Astruso del Poeta Turco col Commento
dei Critici Scozzesi! – e, santo cielo,
vidi quel giornale vendere come se fosse pizza.

Viaggiare (alla maniera di Gosta Agren)

Kate Clanchy

 

Kate Clanchy

 

Se dovessi andare a Samarcanda
magari troveresti Sherazade
in mille riproduzioni,
vestita di lustrini, come souvenir,
e le cupole dorate di Al-al-Din
ricoperte di segnali turistici sovietici
e ossidate, su un cielo metallico.
Ma restare è come partire.
Da qui si stendono i campi
dell’Oxfordshire
già del colore di una sovrana d’oro.
E quando il fieno è raccolto in balle
che sembrano ruote, e l’occhio corre
dai solchi scuri dei trattori all’orizzonte
nudo dell’autunno,
là brucerà là Samarcanda
e Samarcanda, e Samarcanda.

Scoppia il ritardo

Kate Clanchy

 

Kate Clanchy

 

Immaginavo che ti sarei mancata, pensavo
ti saresti aggirato sul parquet con delle strane
calze logore, guardato l’orologio starsene fermo,
fatto tardi al lavoro, scritto il mio nome tutto maiuscolo
tenuti premuti Maiusc/Interr, perso autobus e pasti
o seduto con la forchetta a mezza via, perso, per interi minuti,
ore, dormito male, tardi, sognato inseguimenti, tremato
mandato le dita a sprimacciare il cuscino, trovato
il vuoto, svegliato di colpo, girato, abbracciato un’assenza,
un dolore, passeggiato, alba umida naturalmente,
avvolto in un impermeabile con il collo su, sbirciato
una fetta di faccia, fermato un estraneo, avuto amnesie;
come me. Ogni volta, corro a schiacciare la tua faccia
sulla mia, la mia, che splende di pioggia immaginaria.