York: In Memoriam W. H. Auden

Josif Aleksandrovič Brodskij

Josif Aleksandrovič Brodskij

Le farfalle dell’Inghilterra settentrionale danzano sulla malerba
sotto il muro di mattoni di una fabbrica morta. Dopo il mercoledì
arriva il giovedì, eccetera. Il cielo è arroventato,
e i campi bruciano. Le città sanno di ammuffito
panno a strisce, le dalie soffrono la sete.
E la tua voce – “Ho conosciuto tre grandi poeti.
Ognuno di loro era un gran figlio di cane” – risuona
nelle mie orecchie con nettezza inattesa. Rallento il passo, sono

La bottega del pesce

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Ed ecco, scordata l’astuzia della gente,
entriamo in un altro regno…
Qui il corpo rosato d’uno storione,
del più bello di tutti gli storioni,
pendeva a braccia distese,
con la coda infilata in un gancio.
Sotto di lui un salmone ardeva di carne,
le anguille simili a salami,
con affumicato sfarzo e pigramente
fumavano, piegati i ginocchi,
e tra loro come una gialla zanna
sedeva su un piatto il re-balyk.
O sontuoso monarca della pancia,
dio e sovrano dell’intestino,
capo segreto dello spirito
e architriclino di riflessioni, –
io ti voglio! Concediti a me,
lasciami divorarti fino alla gola!
La mia bocca freme – tutta nel fuoco,
gli intestini tremano come ottentotti,
lo stomaco, teso nella passione,
a rivoli il succo della fame secerne –
ora si stende come un drago,
ora di nuovo si comprime quanto può,
la saliva turbina e nella bocca borbotta
e le mandibole sono doppiamente serrate, –
io ti voglio! Concediti a me!
Dappertutto rimbombano le conserve,
mugghiano la marene saltate in una secchia,
i coltelli, sporgendosi dalle piccole ferite,
oscillano e tintinnano;
il vivaio arde di luce subacquea,
dove dietro la parete di vetro
nuotano le scàrdove deliranti
per l’abbaglio, la tristezza,
il dubbio, e forse per l’angoscia?
E la morte su di loro , come mercante,
muove una fiocina di bronzo.
La bilancia recita il «Padre nostro»,
due pesi, tranquilli sul piatto,
determinano il corso della vita,
e la porta tintinna. i pesci si azzuffano,
e la branchie respirano al contrario!

A molti

Anna Achmàtova

Anna Achmàtova

Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali…
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.
Ecco perché amate così cúpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
non si può amare più perdutamente…
Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Metamorfosi

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Come cambia il mondo! E come cambio anch’io!
Con un solo nome io mi chiamo,
In realtà quello che chiamano me, –
Non sono io solo. Siamo molti. Io sono vivo,
Affinché il mio sangue non arrivi a freddarsi,
Io sono morto più volte. Oh, quanti corpi morti
Ho separato dal mio corpo!
E se solo la mia ragione riuscisse a vedere
E alla terra volgesse l’occhio penetrante,
Essa vedrebbe là, tra le tombe, me
Sepolto in profondità. Essa mi mostrerebbe
Me, cullato dall’onda del mare,
Me, in volo nel vento verso un paese invisibile,
La mia povera spoglia, un tempo così amata.
Ma io sono sempre vivo! Sempre più chiaro e pieno
Lo spirito abbraccia masse di prodigiose creature.
La natura è viva. E’ viva tra le pietre
Anche l’erba viva e il mio morto erbario.
Anello nell’anello e forma nella forma. Il mondo
In tutta la sua viva architettura –
Organo che canta, mare di trombe, pianoforte
Che non muore né nella gioia né nella tempesta.
Come tutto cambia! Ciò che prima era uccello,
Adesso è una pagina scritta;
Il pensiero una volta era un semplice fiore,
Il poema procedeva come lento toro;
E ciò che era me, forse cresce di nuovo
E accresce il mondo delle piante.
E così, cercando a fatica di svolgermi
Come un gomitolo di complesso filo,
A un tratto vedrò ciò che si dovrebbe chiamare
Immortalità. Oh, miseria dei nostri pregiudizi!

L’usignolo

Dmitrij Kedrin

Dmitrij Kedrin

Infelice, malato e viziato
Nell’umido giardino vaneggio.
Fischia l’usignolo di mezzanotte
Sotto una finestrella.
Fischia l’uccello maledetto
Nel giardino sotto la finestrella:
«Infelice, viziato e ubriaco,
Quale destino vorresti?
Di sorbo è amaro e di mirtillo
Il trentesimo autunno nel sangue.
Tu stesso la sorte ti sei dato,
Accarezzala ora e campa.
Ricordi quando nell’infanzia lieta
Una stella si fregava gli occhi
E sul giardino il vento era salato,
Come le labbra di bimbo che piange?
Ricordi quando nelle notti afose,
Solitario tra le stelle e le querce,
Io trillando ti profetizzavo
Successo e amore?..»
Taci uccello disumano!
Cupo è il tuo amaro potere:
Di più non si può scendere,
Più in basso non si può cadere.
Di sorbo e di amaro mirtillo
I sentieri sono saturi nel bosco.
Io stesso la mia pena mi sono dato
E solo con essa sarò sepolto.
Ma quando la terra dalla pala
Rotolerà nella fossa, risonando,
Tu diverrai un corvo, maledetto,
Per avermi così burlato!

Il ciliegio e Thomas Mann

Elena Andreevna Švarc

Aspettami ed io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c’è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami

Gelo sui vetri

Dmitrij Kedrin

Dmitrij Kedrin

Sulle finestre coperte di brina
Il gelo di febbraio ha tracciato
Un intreccio di erbe bianco latte
E di rose d’argento assonnato.
Un paesaggio di estate tropicale
Il gelo sui vetri disegna.
Perché le rose? L’inverno, si vede,
La primavera attende e sogna.

Il miele selvatico sa di libertà

Anna Achmàtova

Anna Achmàtova

Il miele selvatico sa di libertà,
la polvere del raggio di sole,
la bocca verginale di viola,
e l’oro di nulla.
La reseda sa d’acqua,
e l’amore di mela,
ma noi abbiamo appreso per sempre
che il sangue sa solo di sangue…
Invano il procuratore romano,
tra gridi sinistri della plebe,
lavò davanti al popolo le mani,
e invano la regina di Scozia
tergeva da rossi schizzi
le palme affusolate, nell’afosa
oscurità del palazzo reale…