Quel giorno

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Quel giorno in cui giunge la notizia
che è morto qualcuno di vicino, un vero amico, oppure
qualcuno
che non conoscevamo, ma soltanto ammiravamo
da lontano
il primo istante, le prime ore: egli oppure ella ormai
non è più vivo,
ciò sembra certo, inesorabile, forse finanche
dimostrato, ci fidiamo (malvolentieri) della persona
che c’informa
attraverso il telefono, disperata, oppure forse dello
speaker di un’indifferente
stazione radio, eppure non possiamo crederci,
per niente al mondo possiamo accettarlo,
perché ancora non è morto (per noi), non è
completamente, non è affatto morto,
egli non c’è più (ella), ma ancora non è svanito
per sempre, al contrario, è, sembra, nel più forte
punto della sua esistenza, ancora cresce,
sebbene non ci sia più, ancora parla,
sebbene si sia ammutolito, ancora trionfa,
sebbene abbia già perso, abbia perso la lotta – con
che cosa?
col tempo? col corpo? – ma no, non è vero, ha vinto,
ha conseguito la pienezza, la più grande pienezza
possibile,
è così pieno, così grande, magnifico, che
non trova spazio
nella vita, fa scoppiare il fragile vaso della vita,
svetta sui viventi, come se fosse composto
di un altro materiale, del più duro dei bronzi,
e contemporaneamente cominciamo a figurarci,
temiamo, indoviniamo, sappiamo
che fra poco sopraggiungerà il silenzio
e l’impotente pianto.

Nuvole

Czeslaw Milosz

Czeslaw Milosz

l’istante prima del sorgere del sole, probabilmente
appartiene a Dio
fanno un sussulto giunchi e pesci attraverso la foschia
trasuda un pigro
sonno un muggito del bue nel prato vaporoso dietro la
palude
dicono preghiere i draghi con strette le manine rosee
Traduzione di Jurga Po Alessi e Davide Ferrari

Poesia n. 343 Dicembre 2018
Donaldas Kajokas. All’asinello sordo
a cura di Jurga Po Alessi e Davide Ferrari

 

 

 

 




Sotto una piccola stella

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

Contributo alla statistica

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Su cento persone:
che ne sanno sempre più degli altri
– cinquantadue;
insicuri a ogni passo
– quasi tutti gli altri;
pronti ad aiutare,
purché la cosa non duri molto
– ben quarantanove;
buoni sempre,
perché non sanno fare altrimenti
– quattro, be’, forse cinque;
propensi ad ammirare senza invidia
– diciotto;
viventi con la continua paura
di qualcuno o qualcosa
– settantasette;
dotati per la felicità,
– al massimo poco più di venti;
innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
– di sicuro più della metà;
crudeli,
se costretti dalle circostanze
– è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;
quelli col senno di poi
– non molti di più
di quelli col senno di prima;
che dalla vita prendono solo cose
– quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;
ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
– ottantatré
prima o poi;
degni di compassione
– novantanove;
mortali
– cento su cento.
Numero al momento invariato

Dalla vita degli oggetti

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?
Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.
(Traduzione di Krystyna Jaworska)
Questa poesia, che dà il titolo all’intera scelta antologica italiana, presenta uno dei traslati ricorrenti in Adam Zagajewski: l’animazione degli oggetti. Essi parlano, si muovono, e intrattengono un dialogo con il poeta. Le voci immaginate servono a rendere dinamica la scena, e nello stesso tempo ad immobilizzarla, in un istante particolare, per sottrarla così al flusso del tempo.
Nel componimento in questione l’autore sembra trovarsi, al calar della sera, in una stanza piena di oggetti. Nella prima strofa, composta di 8 versi, le cose dicono di essere come palpebre che, muovendosi, sfiorano l’occhio e l’aria, l’oscurità e la luce, l’India e l’Europa. Nella seconda strofa, di 10 versi, il poeta – in un impeto quasi di rabbia – si rivolge ad esse chiedendo se abbiano mai provato le sensazioni e i sentimenti caratteristici dell’essere umano. Alle numerose domande fa eco, nel distico finale, dopo il silenzio, una breve e incisiva risposta (affermativa): «Sulla parete danza l’ago del barometro». Questa immagine, insieme a quella iniziale («La pelle levigata degli oggetti è tesa / come la tenda di un circo»), fanno di Zagajewski uno straordinario «poeta degli oggetti», capace di descriverli con precisione fenomenologica e di coglierne l’essenza.
(Lucia Pascale)

Risveglio alla luce della grazia

Julia Hartwig

Julia Hartwig

Mia madre è in piedi accanto al letto.
Alzati, dormendo ti sei persa milleduecento mattine assolate
e una quantità infinita di mattine nebbiose. Ti stanno aspettando.
Ma non c’è nessuno. Non c’è più neanche lei.
Accendo la radio per sopraffare il ricordo della sua voce.
Sull’erba si vedono tracce di brina notturna.
Durante la notte gli alberi si sono scrollati di dosso le ultime foglie.
Ma come mai c’è in me felicità e dolore nello stesso tempo.

Gli sono troppo vicina

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.
Non volo su di lui, non fuggo da lui
sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.
Non con la mia voce canta il pesce nella rete.
Non dal mio dito rotola l’anello.
Sono troppo vicina. Una grande casa brucia
senza che io chiami aiuto. Troppo vicina
perché la campana suoni appesa al mio capello.
Troppo vicina per entrare come un ospite
dinanzi a cui si scostano i muri.
Mai più morirò così leggera,
così fuori dal corpo, così ignara,
come un tempo nel suo sogno. Troppo,
troppo vicina. Sento il sibilo
e vedo la squama lucente di questa parola,
immobile nell’abbraccio. Lui dorme,
più accessibile ora alla cassiera d’un circo
con un leone, vista una sola volta,
che non a me distesa al suo fianco.
Per lei ora cresce dentro di lui la valle
con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato
nell’aria azzurra. Io sono troppo vicina
per cadergli dal cielo. Il mio grido
potrebbe solo svegliarlo. Povera,
limitata alla mia forma,
ed ero betulla, ed ero lucertola,
e uscivo dal passato e dal broccato
cangiando i colori delle pelli. E possedevo
il dono di sparire agli occhi stupiti,
sono troppo vicina perché mi sogni.
Tolgo da sotto il suo capo un braccio
intorpidito, uno sciame di spilli.
Sulla capocchia di ciascuno sono seduti,
da contare, angeli caduti.

Chiedo scusa

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.