Trinidad

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom

Questo spesso io sono stato:
un uomo sulla strada di campagna,
un uomo su un aeroplano,
un uomo con una donna.
E questo spesso io sono stato:
un uomo che sotto un sasso
vorrebbe nascondersi
per non vedere più la luce.
Questi due uomini
portano i miei bagagli,
leggono i miei giornali,
guadagnano il mio pane.
Insieme attraversiamo
il rumore e l’odore del mondo
in cerca dell’invisibile statua
in cui tutt’e tre si erigono
in forma di uno.

da Le porte della notte(Edizioni del Leone, 2003)

Posta

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom

Ma sono poi davvero chiare le tue idee?
domandò il postino. In quell’istante
si oscurò il cielo,
ma non fu per quello,
qui succede sempre cosí,
da un momento all’altro.

Pioverà, disse, e cosí accadde.
Grosse gocce. Dietro di lui vedevo la baia,
un aereo pesante tra le nubi,
lento. Atterrava.

Che ne è di tali momenti?
Quanto brusio può andare perduto?
Quali dialoghi possono non
infrangersi contro il muro del tempo, in mancanza
di memoria, da qualche parte, laggiú
in un sogno?

Finzione, una casa su una collina,
il salmo della pioggia, pagina sei,
portalettere, discesa, sentiero di collina,
entrando nell’oblio,
il suo, il mio,
il lardo del tempo.

Come qualcuno volta una pagina
senza averla letta,

tutto scritto per niente.

Senza un’immagine

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom

Senza un’immagine appare una poesia,
forma che ancora deve generarsi
dal territorio delle parole,
ereditata da chi non ho mai conosciuto.

Linguaggio, levigato nei sogni, sui pulpiti,
impastato nei letti, in camere solitarie,
da usarsi in vita e in morte, arma
nella lotta contro il caso, astuzia
del destino.

Chi eravamo, il nostro cammino
attraverso l’enigma
sta scritto nelle parole,
scrittura come figlia della lingua,
sussurro, lamento, il midollo
dei pensieri,

testamento di un’emozione
svanita, suono di decreti per il futuro
quando la folla si disperderà
dirigendosi alla sua muta
casa.

Sera (in memoria di Hugo Claus)

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom

La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
nostalgica della costa, ogni cosa un alfabeto
di desideri segreti, questa è la sua
ultima visione prima del buio,

il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme delle parole,
nel calice solo la feccia,
linee tra loro scollegate

che un tempo erano pensieri,
non verrà piú parola alcuna
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini sfocate senza legame,

del vento il suono
ma non piú il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo,

domestico pigro, in attesa
in corridoio, sorride stupidamente
sfogliando il giornale
con le sue folli notizie.

Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge
e se lo porta via a nuoto,
animale mansueto
con la sua preda.

Immagine ingannevole

Cees Nooteboom

Cees Nooteboom

Mai stato chi volevi essere,
chi pensavi di essere.
L’abito sbagliato
in un mondo alla rovescia.
Sempre andato avanti a menzogne,
la prima fidanzata, non hai mai creduto
che le frasi più semplici
fossero le più intime. A te l’apparenza
era più familiare
del primo pensiero,
avevi troppo mondo, troppo muschio
sulla tua statua, ti ergevi
con il libro che nemmeno desideravi leggere,
un uomo di carne divenuto stucco,
un angelo d’ombra, solo,
e avvolto nella vuota professione
del tuo nome

La Penultima Volta

Michel Faber

Michel Faber

Non sapevamo mai
quando sarebbe stata
l’ultima volta.
Era importante
non saperlo.
Facevamo l’amore
la penultima volta,
sempre la penultima volta,
tante volte
quanto il tempo ne concedeva.
Andavamo a letto
e accostavamo le teste,
cercando di scoprire
dov’eri andata.
La tua malattia era un terreno
vasto ma, in un modo o nell’altro,
ancora e sempre,
ti trovavamo.
(Traduzione di Luca Manini)