Partire

Aimé Césaire

Aimé Césaire

Come ci sono uomini-iena e uomini-
pantera, sarei un uomo-ebreo
un uomo-cafro
un uomo-indù di Calcutta
un uomo di Harlem che non vota
l’uomo-carestia, l’uomo-insulto, l’uomo-tortura
si poteva in ogni momento afferrarlo, avvolgerlo
di colpi, ucciderlo – perfettamente ucciderlo – senza dovere
rendere conto ad alcuno, senza avere scuse da presentare ad alcuno
un uomo-ebreo
un uomo-pogrom
un cucciolo
un mendicante
ma si uccide il Rimorso, bello come la
faccia stupita di una signora inglese che trovasse
nella sua zuppiera un cranio di Ottentotto?

Calendario lagunare

Aimé Césaire

Aimé Césaire

abito una ferita sacra
abito antenati immaginari
abito un volere oscuro
abito un lungo silenzio
abito una sete irrimediabile
abito un viaggio di mille anni
abito una guerra di trecent’anni
abito un culto abbandonato
tra bulbo e derivato abito lo spazio trascurato
abito del basalto non una colata
ma della lava il mascheretto
che risale la valle e va spedito
e brucia tutte le moschee
m’adatto quanto posso a questa manifestazione
d’una versione del paradiso fallita assurdamente
– è ben peggiore d’un inferno –
abito di quando in quando una delle mie piaghe
ogni minuto cambio appartamento
e la quiete mi sgomenta
vortice di fuoco
ascidio senza pari di polveri
di mondi dispersi
vulcano che ha già sputato le interiora d’acqua viva
io resto coi miei pani di parole e i miei minerali
segreti
abito quindi un pensiero vasto
ma il più delle volte preferisco relegarmi
nella più piccola delle mie idee
oppure abito una formula magica
le prime parole soltanto
che il resto è dimenticato
abito l’aggrumarsi
abito il disfarsi
abito il lembo d’un gran disastro
abito più spesso la mammella più arida
del picco più scarno – la lupa di queste nubi –
abito l’areola delle cactacee
abito un gregge di capre che s’attacca al capezzolo
dell’argania più spoglia
a dire il vero non so più il mio indirizzo esatto
batiale o abissale
abito la tana dei polpi
mi batto con un polpo per una tana da polpo
fratello non insista
mucchio di varech
che m’avvinghio come cuscuta
o mi dispiego come porana
è lo stesso
e che il flutto travolga
e che salassi il sole
e che flagelli il vento
gobba tonda del mio nulla
la pressione atmosferica o meglio quella storica
accresce i miei mali a dismisura
anche se rende sontuose alcune delle mie parole