Dio mi da

Nagy Laszlo

 

Nagy Laszlo

 

Dio mi dia fortuna,
amore, mi dia
forno bello caldo,
frumento nel mio staio,
nella mia mano un’altra,
nella lampada la fiamma,
che non debba ancora
andare a letto a quest’ora.
Mi mandi le risposte
a tutte le mie domande,
perchè non crolli la mia fede,
mi dia tanta luce,
al posto di tomba dia vita,
– per me chiedere non è vergogna,
ma anche se non lo chiedo
me lo dia.

Chi porta l’amore

Nagy Laszlo

 

Nagy Laszlo

 

Se si spegne la mia esistenza,
il violino del grillo chi l’adora?
Sul ramo ghiacciato la fiamma chi la spira?
Sull’arcobaleno chi si adagia?
Chi rende morbido campo la roccia,
piangendo, mentre l’abbraccia?
Le crepe nella mura chi l’accarezza?
E da bestemmie chi alza cattedrale
per fedi sconvolte?
Se si spegne la mia esistenza,
l’avvoltoio chi lo scaccia via?
E sull’altra sponda del fiume
chi lo porta l’amore?

Trasparenza

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Vi invito alla trasparenza
vi invito all’istante di verità
Che vale una vita come la nostra
vi chiedo
Osservate l’infinito delle costellazioni
osservate il lungo cammino
della nostra specie intelligente
immergetevi nel dedalo senza uscita
dell’uomo
ma meditate infine
fermate la macchina infernale
dell’accumulazione
infrangete il tempo
del progresso senza memoria
ricordatevi della vostra infallibile ferita
accettate questo piccolo lotto di smarrimento
Così
voliamo in soccorso del futuro

Nessuno parlerà

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Nessuno parlerà
nella lingua arcaica dell’anima
con questa musica di cuore che si scortica
e quel mormorio di lacrime che fendono la pietra
Con quelle parole intagliate nelle radici
e il becco ricurvo dell’aquila
Con il tuono che sghignazza
col fuoco che s’inghiotte e risputa
Con il panico
e la promessa di sette flagelli
Con la stella che appare
e il delirio che ha senso
Con la folla in preghiera
e i tiranni che muoiono
di uno strano mal di testa
Ma dove sono i profeti di un tempo?

L’epoca è banale

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

L’epoca è banale
meno sorprendente della tariffa di una prostituta
I satrapi si divertono parecchio
al gioco della verità
I diseredati si convertono in massa
alla religione del Lotto
Gli amanti si separano
per un chilo di banane
Il caffè non è né più né meno amaro
L’acqua resta sullo stomaco
La siccità colpisce i più affamati
I sismi si compiacciono nel complicare
il compito dei soccorritori
La musica si raffredda
Il sesso guida il mondo
Solo i cani continuano a sognare
per tutta la durata del pomeriggio e delle notti

La Lingua di mia madre

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Non vedo mia madre da vent’anni
si è lasciata morire di fame
dicono si togliesse ogni mattina
il foulard dalla testa
per sbatterlo in terra sette volte
maledicendo il cielo e il Tiranno
io ero nella caverna
là dove il forzato legge nelle ombre
e dipinge sulle pareti il bestiario dell’avvenire
Non vedo mia madre da vent’anni
mi ha lasciato un servizio da caffè cinese
le cui tazze si rompono l’una dopo l’altra
senza che m’importi per quanto sono brutte
Ma ne amo ormai solo il caffè
oggi, quando solo
chiedo in prestito la voce di mia madre
o meglio è lei che parla dalla mia bocca
con le sue bestemmie, grossolanità e imprecazioni
l’introvabile rosario dei suoi diminutivi
tutta la specie in estinzione delle sue parole
non vedo mia madre da vent’anni
ma sono l’ultimo uomo sulla terra
a parlare ancora la sua lingua

C’è un cannibale che mi legge

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

C’è un cannibale che mi legge
è un lettore ferocemente intelligente
un lettore di sogni
non lascia passare una parola
senza soppesarne il peso di sangue
Solleva perfino le virgole
per scoprire i frammenti di scelta
Lui sa che la pagina vibra
di una splendida respirazione
Ah quel subbuglio che rende la preda
allettante e già sottomessa
Lui attende la fatica
che cala sul volto
come una maschera di sacrificio
cerca la crepa in cui balzare
l’aggettivo di troppo
la ripetizione che non perdona
C’è un cannibale che mi legge
per nutrirsi

Ci sarà

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Ci sarà
in fondo a una grotta o a un deserto
il solito superstite di olocausti
catastrofi nucleari
epidemie informatiche
Alcuni già se ne figurano la gioia
gli affibbiano l’ingegnosità di Crusoé
l’incitano a lasciare la sua tana
per ripubblicare la genesi
fare uscire della sua coscia la femmina
e concepire
Ma egli finisce per coricarsi
ricoprirsi di sabbia
Decide di iniziare
lo sciopero della vita

Una notte in Tunisia

El Habib Louai

 

El Habib Louai

 

Il sentimento non è più lo stesso
Cari fratelli e sorelle non siete da biasimare
Folle di persone agitate e furiose
Che si riversano da ogni dove urlando
Semplicemente non possiamo più lasciar fare
Contro vostri ordini facciamo scudo
Certamente questa sarà la fine
Di atteggiamenti inflessibili
Di ladri avidi e puzzolenti
Di pance piene di cibo altrui
Di mani macchiate di sangue
Di piedi di squadristi che calpestano corpi
Le nostre lacrime si sono congelate nel vostro pugno
Mentre ci strappavate i capelli
Ci siamo rifugiati cercando di riscaldare
I feriti con i nostri corpi l’uno contro l’alto
Forse ci osservate fermi d’alto
Seduti su una panchina lassù in collina
Come sciocchi che deridono da una Casa
Dipinta di Bianco, torvi e ubriachi
Questa è la fine di un danno segreto
Laici sostenuti con sentimento per anni
Buttati via in gran fretta in tempi di amnesia
Mentre un ritornello fluiva da una Notte in Tunisia.

La mia patria è un volto

Tahar Ben Jelloun

 

Tahar Ben Jelloun

 

La mia patria è un volto
un chiarore essenziale
una fontana di sorgente viva
È mano che attende
trepida il crepuscolo
per posarsi sulla mia spalla
È una voce
di singhiozzi e di risa
un sussurro per labbra che tremano
La mia patria non ha altro orizzonte
che trattenuta tenerezza
negli occhi neri
una lacrima di luce
sulle ciglia
È un corpo di tormenti
preziosi
come un fascio di radici
vicino alla tera calda
È poesia
generata dall’assenza
un paese che nasce
sul bordo del tempo e dell’esilio
dopo un sonno profondo
sospeso a un albero
dai fragili rami
agitati nel vento
La mia patria è un incontro
avvenuto su un letto di foglie
una carezza per dire
e uno sguardo per dormire
paese lontano dalle parole
tanto da calpestare il ricordo
Tra le nostre dita
un ruscello
perché il silenzio sia
Il mio viso è di quel cielo ostinato
vuoto
ferito dall’eleganza del rifiuto
La mia caduta il nostro amore
albero dissanguato
sfigurato dalla grazia spezzata
lo stesso dolore
ha afferrato i nostri corpi
Restano quei versi
cordoglio tardivo
per una patria che non ha più volto.