disguîd d’un grîs

Stefano Delfiore

Disguîd d’un grîs
c’an dîs d’un grîd
l’òmbra cla cambiè
la mî strè tàinti vôlt.
… E la vétta, dla mî vétta,
’na sfialôpa cunténnua
cla brûsa e l’an s’arsòura
t’ê fât
da “inoltranze”

Femminile tombale

Stefania Crozzoletti

Dovrei essere tutto
invece non so che essere
una cosa alla volta
La capacità di sovrapporre i ruoli
propria del mondo femminile
in me diventa
calca di apparenti strati leggeri
ammasso di pietre
praticamente una tomba
Stefania Crozzoletti (Isola Della Scala (VR), 1966), da Prima vita (Fara, 2009)

Orchidee all’amata

Silvia Rizzo

Orchis morio, ophrys fusca, gymnadenia,
neottia nidus avis, orchis simia,
dactylorrhyza maculata e fuchsii,
serapias lingua e vomeracea e tante
altre dai nomi e dalle fogge strane
dischiudono corolle non vistose,
simili a vulve femminili o in forme
bizzarre, come d’elmo, con speroni,
con rilievi, con creste, con puntini,
purpuree, bianche, maculate, rosa,
verdastre, gialle, brune, quasi nere,
con placche blu, con strani geroglifici.
Per riprodursi attirano gli insetti
imitando una femmina di bombo,
d’ape o di vespa, oppure col profumo
acuto che diffondono la sera,
o ancora coi colori variegati
e col nettare in gole spalancate.
Ognuna ha un solo insetto che può fare
il miracolo. E poi non è finita:
occorre ancora, perché il seme germini,
che presti un fungo le sue ife e se
prevale il fungo quel germoglio muore,
ma muore senza il fungo. Ognuna ha il suo
terreno: acido, basico, arido, umido,
argilloso, leggero, di pineta,
di quercia, di castagno, di faggeta.
Impossibile farle germogliare
e fiorire a comando; non le trovi
né in giardini né in luoghi coltivati.
Stanno in luoghi selvaggi e abbandonati,
nel sottobosco, in magri pascoli, anche
sul bordo delle strade, ovunque l’uomo
non le disturbi. Sono le orchidee
nostrane, quasi ignote, senza i fasti
letterari di quelle tropicali
(la cattleya di Proust), e l’apparire
ne è difficile, raro ed inatteso.
Silvia Rizzo (Roma, 1946), da Orchidee all’amata (Edizioni di Storia e Letteratura, 2015)
-consigliato da
Claudio Pasi

Se saprai starmi vicino

Rosita Vicari

Rosita Vicari

Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.
Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…
Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Il canto della filandera

Paolo Buzzi

Io amo, io amo!
Questo muggir dell’acqua, e del fuoco,
questo bollor della putredine,
questo filar dei fili senza termine mai,
queste larve di negra carne sfatta,
accendon le mie vene. Ho nude le braccia e le gambe.
Fra poco mi sbocciano i seni
fuor della tela macera di sudore.
Io amo, io amo!
E’ in mezzo alla foresta la prigione mia.
Il fumo dei fornelli e delle ciminiera
soffia come tormenta sui nidi.
Le capinere arrostano, in un ultimo canto paradisiaco,
all’inferno della mia fornace.
Le foglie degli elci e dei faggi e gli ontani attigui
vivono un giorno della loro primavera. Io vivo
un anno della primavera mia.
Noi si nasce perché si ha molta fretta di morire.
Bisogna strame assai per l’inverno: strame assai.
Vengo dalla tribù della fame:
qualche eritema pallido di pellagra mi tatua
le braccia che piacciono al Giso mio ch’è via soldato
e a Don Leo il curatino mio che mi confessa.
Ho tutti i miei, giovani e vecchi,
seminati nel campo che s’arbora di croci.
Dormo con la vacca (degli altri):
la vedo, impregnata, esplodere:
ogni vitello è il fratellino mio: che pianti
quando gli altri lo vendono! E non mangerò
mai carne bianca, divenissi padrona!
La ruota di pan giallo è agra e soda: tura
lo stomaco per ore. L’acqua
fresca, all’alba,
è bollente all’aurora. Io bevo e vivo:
e le mosche e le pulci mi succhiano il sangue felice.
Questa bava ch’io filo è la mia ragna dove
me stessa attiro
e impegolo
e avvoltolo
e sorbo fino all’osso.
Io sono il ragno suicida in giallo
fra due travi di forca
sopra una gora fumante di letame.
La spoglia mia non vale il bordocco
che mercano ancora i miei ricconi
sulla piazza, esca di pesci e d’usignoli.
Io amo, io amo!
Le spole che girano
mi dànno vertigini ignote.
Dalla finestra aperta il giorno m’appare
come una ruota pazza
che tutta mi prenda, arterie e capegli.
Mi sembra ch’io sia come una cascata
della terra che rombi sul cielo.
E m’ubriaco della stessa linfa mia
rossa come orizzonte di vespero.
Bevo e vomito sangue.
Non mangio e sono mangiata.
Qualcuno mi batte sulle carni ignude.
Io mi darei a qualcuno
se mi battesse più forte sino a farmi morire.
Le nubi del fumo che volano
mi portano sulle cime degli angeli.
Che non vi sia lassù, chi mi sporga una lingua di piacere?
Io amo, io amo!
E canto.
Con la gola arsa da fuochi di fucina, io canto.
Canto il cuore, così, quale mi singhiozza.
Perciò, come canto,
cadono dagli alberi della selva
le poche fronde ancora verdi. Strappate, cadono:
e il ramo, allo strappo, geme una lacrima:
e il bosco puzza di pioggia amara.
Le mie compagne cantano anch’esse il loro cuore.
Ci si sfiora cantando in coro al cielo d’Italia
la nostra lombarda gloria di dolore.
Un tempo, avevamo la testa stellata d’argento.
Ora, venduti gli spilloni delle nonne, siamo più povere
di quando eravamo più belle.
Ci si sfiora cantando in coro al cielo d’Italia
la nostra lombarda gloria di dolore.
Reca il vento, se gli Appennini appaiono, là in fondo,
l’eco d’un altro canto, giù dalle risaie.
Come le capinere
e come gli uomini che dicono poeti,
cantiamo.
Io canto come il poeta mio.
V’è un poeta che mi guarda, sì, mi guarda:
ogni sera, quand’esco dall’inferno
e torno alla mia cuccia di cagna.
E’ della Città immensa
dove l’Uomo ha fatto alla Donna una montagna di marmo.
Se non è ricco, pare. Ha gli occhi di frutto. Ieri
m’ha detto, a curvo d’un sentiero:
“Bella tu, non morire!”.
Che mi dirà, stasera?
Egli è già là. Vedo l’ombra
che slunga dal boschetto sulla strada gialla.
Io voglio rispondergli come sento, se non come so.
Che mi farà domani?
Non ho mai mangiato un dolce in vita mia.
Io amo, io amo!
Tornerà il Giso
quando il piccolo Re dei quattrini vorrà.
Se non ancora morta,
forse, mi sposerà. Ma crescon le nipoti di Don Leo…
La più grande guarda le SUE finestre chiuse…
Avrà due campi e il molino, a prete morto…
Non pensare al Giso soldato…
Compra femmine a due soldi in basso porto.
Non pensare al poeta che aspetta…
Sogna di farti un ventre e fuggir come il cervo.
La ragna fila
d’oro, d’oro, d’oro
e scottati le dita
e respira l’aria marcia
e canta il cuore
sino a fargli una crepa!
E tendi l’orecchio al suon della Macchina eterna
che ti divora le fibre:
e cerca d’addormentarti in quello come a una
Ninna-Nanna;
e torna, questa sera, a casa
pel sentiero del cimitero:
ché la strada maestra è piena di sassi
e tu potresti scagliarne uno
sull’automobili che volano in polvere
con le bagasce di seta dei padroni.

Dedicata

Paola Loreto

Paola Loreto

Portarti all’acero
rosso,
disteso e largo
nell’orto.
Lucore ardito,
trasparente nell’aria.
Narratore onnisciente
di ciò che c’importa.

Paola Loreto
L’acero rosso
Crocetti Editore, 2002




Sera d’uragano

Paolo Buzzi

Il cielo è nero fumo che voltola, sfiocca, imperversa
come a un fiato d’incendio. Corron ruote di cenere
per l’infinito campo: gorghi d’ocra e di fuliggine
si riproducono e ripercotono.
Tutto fugge come a un fosco mare.
Le case impallidiscono di spasimi sulle montagne,
mostrano i mille occhi dalle palpebre chiuse.
I lampi sono rosei
come i filari efimeri delle gambe alle ballerine
in passo di finale.
Le folgori son come bisce verdi e violette.
Spesso han vene di sangue a capo, a coda. Sparve
la scena de’ monti lontani.
I monti attigui sono i lontani. S’opaca la distanza.
Eccoli dispariti.
Una dolomia, sola, il chiaro picco mantiene, alto,
in un canto della nerezza, teso.
Piovon tutte le acque,
a gocce, a schegge, a frecce, a micce ebbre di fuoco.
Gli uccelli fuggono gli occhi accesi dei gatti saliti sulle [piante:
i gatti fuggono le spire di bragia delle folgori:
le foglie degli alberi tremano per l’Universo.
Io m’abbandono
a tutti i fiumi oscuri di me stesso che straripano.

Zingari

Paolo Buzzi

Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli selvatici docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò di rabbia i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia vita
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.

Stare con un bambino

Paolo Donini

Paolo Donini

Gli alberi sono verdi, se c’è vento
le foglie tremano, quelle sono rondini, questo posso dirti: nei millenni
attendiamo la sillaba, la clausola assolta
sul labbro, non arriva, basta
a distrarre una caramella nella vertigine, una mentina
è stata promessa all’abisso, non altro: ti porterò a scuola.
Ti porterò a casa da scuola. Ti riporterò a casa
ogni giorno dalla scuola della luce, dai licei del tremore,
quando andrai a giocare fino ai margini, ti prenderò
in tempo prima di quel vuoto. Non altro, ti porterò
a giocare sui confini.
Gli alberi sono gialli, quando piove
vuole dire che è autunno, quelli sono passeri, questo posso dirti, quando
vengono nella mano a beccare è perché
hanno fame, è perché lo so, dà loro
le briciole che abbiamo tenuto da parte, anche tu avrai fame, ti cercherò
il cibo, non altro, posso darti questo: il cibo, il luogo
dove dormire, la veste, le scarpe, la veglia
sul tuo sonno, quando piangerai,
ti abbraccerò. Ti laverò. Nessuno
potrà toccarti finché sarò con te, ti sosterrò
quando ti alzerai e ti terrò nei passi, ti lascerò andare
fino all’aria, all’erba, sul confine. Cadrai,
ti alzerò. Ti lascerò andare. Non altro, ti insegneranno
a scuola. Ti porterò a casa, ogni giorno
ti riporterò a casa dalle scuole, da tutte le scuole ti porterò a casa, ti darò
il cibo, il caldo, il sonno, staremo
insieme, ti farò e mi farai ridere, ti comprerò il quaderno,
altri ti insegneranno, io ti porterò a casa, ti farò e mi farai ridere, staremo
insieme, ti lascerò andare, niente
fin che sarò con te potrà toccarmi.
Paolo Donini (Pavullo nel Frignano, 1962), inedito
– consigliato da
Emilio Rentocchini