Come posso dirti

Chiara Bazzani

Come posso dirti?
Vieni vicino a me,
così posso dirti
un segreto.
Non voglio che senta l’aria
che tira di questi tempi,
che puzza d’invidia,
e dilaga nelle città
anonime in cui
s’annida la miseria
di chi non ha più domande.
Tra cupi portici, striati
da ombre violacee
di colonne,
occhi pieni di malizia,
curiosi e nemici,
ammiccano, prensili,
a gara, a chi più segreti
carpisce,
che mano mortale nasconde,
e seppellisce.
Colme le giare
dei vizi dell’uomo,
alla terra ritornano,
e l’argilla cotta
di cui sono fatte
restituiscono.
Come posso dirti?
Vieni vicino a me,
così posso dirti
un segreto.
Non voglio che le parole
leggere, si spandano
e si dileguino
tra mucchi di pietre
da cui, si ergono solitarie,
– antiche vestigia
di una passata gloria –
colonne in rovina,
che vuoti archi aggettanti
collegano al nulla,
come ponti franati,
tra chiese violate,
campanili muti e cattedrali
stinte dal sole, ed erose
dal salso vento.
Denso vento
che spira dal mare
di sangue, versato dal cuore
umiliato e naufrago,
alla deriva, del suo
dolore,
da quando la ragione
gli ha strappato l’anima.
Come posso dirti?
Vieni vicino a me,
così posso dirti
un segreto,
per quel che tu sei,
per tutte le volte che ti ho conosciuto,
per tutte le volte che mi hai sorpreso,
palpito di rivelazione,
minacciosa frana di ogni certezza,
che nera t’inoltri
nelle profondità del mio pensiero,
e tremenda disveli innumerevoli
sensi, grappoli carichi
di significati inauditi.
Frutti dimenticati
da un Tempo ordinato e pulito,
che pendono turgidi e traboccanti,
dai bianchi pampini
della follia.
Lussureggianti si spandono,
e nuovo senso mi donano.
Come posso dirti?
Vieni vicino a me
così posso dirti
poesia
(da Come posso dirti, Colombini Editore)

Forse il crepuscolo nero

Gian Maria Annovi

Gian Maria Annovi

Forse al crepuscolo il nero diventa un oscuro
pericolo. Forse ogni incontro che faccio
è una jambalaya

*

d’esistenze. In altre parole
un negro può sopravvivere. Qualcosa è accaduto
a Sanford, qualcosa è accaduto a Ferguson
e Brooklyn e Charleston, qualcosa è accaduto
a Chicago e Cleveland e Baltimora e accade
in questa nazione quasi ovunque ogni giorno.
Forse c’è chi è sempre una preda negli incontri.
Non potrai mai ammetterlo. I nomi che vivono sono come i nomi
nei sepolcri. Forse al crepuscolo il nero diventa un oscuro
pericolo. E un cancello. Forse il blu della pelle
di un nero è identico al blu della pelle
di suo figlio come ogni crepuscolo è identico ad un altro.

La madre

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Cronache della luce

Francesco Dalessandro

Francesco Dalessandro

alla tua fiamma appartiene la luce
del pensiero quando al risveglio spazia
acuminato quando concilia o produce
la consumazione del tempo i sensi sazi
poi che il segno la trama o delinea
come l’opera di un ragno il progetto
severo del fuoco quando affina
il legno intagliato e ne tempra il difetto
sono file filari di parole solchi e vene
nella terra arsa dell’anima che incisi
si fanno ordito e trama aeree nivee
scie nell’azzurro del cielo rotonde rive
salate del mare forme che se le svisi
perdi presto come tracce nella cenere
*
Traslucente al mattutino primo
lucore l’aria è lo specchio in cui misuro
e peso le offerte del nuovo mese: l’oro
vecchio della memoria e il metallo brunito
di un verso a lungo scarnito dalla punta
secca della matita l’ottusa lena e la boria
del mare i sassi levigati, contrappeso
a un futuro diverso e disadorno, un altro
anello nel cuore del pino la promessa
di nuove fioriture di rinascite…
illusioni elusive e vane regole invano
seguite, incapace d’ironia ti sei messa
su una cattiva strada mia
poesia –
————
comunque vada la verità
e il suo rovescio hanno un destino già scritto
segnato dal ritorno a casa dove ancora
il muro di verde d’anno in anno più alto
e fitto impedirà l’evasione il salto eliso
domestico o nostra caienna volontaria
deriva o secca “ma l’amore coltiva e
cura i suoi confini: il giardino la rosa
canina la siepe di lauro la sua
mondanità” – fiore proteso sull’infimo
abisso del mondo spolpato fino
all’osso e arso il verso come stella
alpina sopravvive alla mia
siccità.
*
“Berryman scrisse innamorato una centuria
e più di sonetti audaci appassionati –
suo modello Petrarca, un caso dubbio
secondo Pound – e li tenne per vent’anni
nell’incuria dei cassetti clandestini
come l’amore che vi era raccontato…”
anch’io (m’ero ripromesso di non scriverne
più) più per caso che per amore ne ho fatti
alcuni (doppi come ha due facce ogni umana
realtà: cuore e ragione corpo e anima
acqua e fuoco, così si dice) un colloquio
“o un conflitto?” con me stesso l’aspetto
estivo e fervido d’una cosa maturata
durante l’inverno l’aprirsi d’una porta…
“una scorta devota ai recessi della tua
mente (il poeta lui stesso stupisce del suo
ardire), come un’ospite inattesa si siede
e fa colazione insieme a noi sarà questo
la poesia? capire se il divario fra idea
e forma è dovuto a fortuite coincidenze
a fortunate interferenze a un disturbo
del pensiero o della visione; la tua prima
estate di vena dopo il Miles e un inverno
reticente, hai infilato i tuoi versi come i grani
di un rosario: a quale scopo?” non l’avevo
premeditato: furono il mio trastullo
e riposo dopo le calde mattine
sulla spiaggia le nostre soste per la spesa
come comuni villeggianti all’Ossostore.

Stare con un bambino

Paolo Donini

Paolo Donini

Gli alberi sono verdi, se c’è vento
le foglie tremano, quelle sono rondini, questo posso dirti: nei millenni
attendiamo la sillaba, la clausola assolta
sul labbro, non arriva, basta
a distrarre una caramella nella vertigine, una mentina
è stata promessa all’abisso, non altro: ti porterò a scuola.
Ti porterò a casa da scuola. Ti riporterò a casa
ogni giorno dalla scuola della luce, dai licei del tremore,
quando andrai a giocare fino ai margini, ti prenderò
in tempo prima di quel vuoto. Non altro, ti porterò
a giocare sui confini.
Gli alberi sono gialli, quando piove
vuole dire che è autunno, quelli sono passeri, questo posso dirti, quando
vengono nella mano a beccare è perché
hanno fame, è perché lo so, dà loro
le briciole che abbiamo tenuto da parte, anche tu avrai fame, ti cercherò
il cibo, non altro, posso darti questo: il cibo, il luogo
dove dormire, la veste, le scarpe, la veglia
sul tuo sonno, quando piangerai,
ti abbraccerò. Ti laverò. Nessuno
potrà toccarti finché sarò con te, ti sosterrò
quando ti alzerai e ti terrò nei passi, ti lascerò andare
fino all’aria, all’erba, sul confine. Cadrai,
ti alzerò. Ti lascerò andare. Non altro, ti insegneranno
a scuola. Ti porterò a casa, ogni giorno
ti riporterò a casa dalle scuole, da tutte le scuole ti porterò a casa, ti darò
il cibo, il caldo, il sonno, staremo
insieme, ti farò e mi farai ridere, ti comprerò il quaderno,
altri ti insegneranno, io ti porterò a casa, ti farò e mi farai ridere, staremo
insieme, ti lascerò andare, niente
fin che sarò con te potrà toccarmi.
Paolo Donini (Pavullo nel Frignano, 1962), inedito
– consigliato da
Emilio Rentocchini

Nato in quegli anni e lì disperso

Fulvio Segato

Fulvio Segato

Sono nato in quegli anni e lì disperso,
– il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
– ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati, con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell’acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.
Fulvio Segato (Trieste, 1959), da La consuetudine dei frantumi, Fara, 2013

Contrazione rapida (Delfi)

Cesare Ruffato

Cesare Ruffato

Dentro la pigra mitosi
dell’inverno abbiamo attinto
il grido schiumoso del fuoco
gli aromi, il sibilo di lunghi
viaggi. Dalle cime un caldo
solcava smerigliava
le rovine prestigiose
il cilindro della nostra estate,
qualche suono-cinabro ai cipressi.
A soqquadro quelle pietre
ci parvero esate,
parole sulla soglia,
astrusi trofei scherniti
dagli aghi di pino.
Fummo tempuscolo di fuoco,
contrazione rapida, aquila
accorta sinapsi.
*
Sulla losanga del gabbiano
nei cristalli glissa, s’affila
dei frutici fatua
supinazione lacunare
diaframma-mare.
Negli archi il mio dorso
nudo, giungla d’arenaria,
gomiti seni liquidosi, foglia
d’un volto di barca, cruna
drepano-luna.
da VANITOSO PIANETA

Lettera

Beppe Salvia

Beppe Salvia

Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.

Silenzio

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

Conosco una città
che ogni giorno s’empie di sole
e tutto è rapito in quel momento
Me ne sono andato una sera
Nel cuore durava il limìo
delle cicale
Dal bastimento
verniciato di bianco
ho visto
la mia città sparire
lasciando
un poco
un abbraccio di lumi nell’aria torbida
sospesi

Avere questa memoria labile 

Amilcare Caselli

Avere questa memoria labile
e il caro mondo ridotto al minimo
è un orizzonte d’acqua
e terre piatte
che sembra non avere confine.
La libagione celebra
l’irreversibile
e il suo resto, lo spreco d’un sacrificio
lungo il soffio di un respiro
sono queste terre emerse dal mare.
Amilcare Caselli (San Benedetto del Tronto, 1961) da La città santa (Sigismundus, 2017)