Sono restato seduto dietro una panchina per anni

Domenico Cipriano

Domenico Cipriano

5. finale
Sono restato seduto dietro una panchina per anni
il cielo è rosso vermiglio e ricordo la tua pelle liscia
quando mi scorre il latte sulle guance.
La notte è un piedistallo e restiamo immobili solo io e te
con gli occhi che sono camaleonti
sotto la luce dei lampioni. Il verde condiziona il giorno
schiarendo le tonalità del cielo
ora che tutto è disteso e senza confini
non si vedono più le staccionate
e il buio serve solo a consolare.
Voglio consegnarmi alle distese della terra fertile
lontano dal mare che paradossalmente
è sterile ed esplora. Qui nulla ti riconosce e inganna
c’è un profumo di uva secca e muschio
una finestra per il sole, senza un confine netto
tra vivere e sperare.
Da Il centro del mondo (Transeuropa, 2014)

Una stagione

Giustina Menegazzi

Una nuova stagione
si apre alla vita
nel suo vortice
inarrestabile.
Il cielo si frantuma
con nuvole dai colori infiniti.
L’aria si ferma statica
in attesa di eventi impossibili,
impaurita dai pensieri.
Il silenzio è rotto da echi lontani,
voci perdute nella memoria.
L’oggi è un atollo solitario
dove la coscienza si è smarrita.

Bibliotecario dell’effimero, qui è il regesto

Giuseppe Conte

Bibliotecario dell’effimero, qui è il regesto
di ciò che sa morire e sa tornare e
il cui passaggio non ha parole ma nidi e
vento: il cipresso, la quercia, l’acacia e le
rose rampicanti, e l’acanto. Abbiamo
dimenticato tutto – ma per che
cosa? Dimenticato l’estasi e l’attesa
dell’alba, il silenzio e l’urlo del fiore che vuole
sbocciare
Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945) da L’oceano e il ragazzo (Rizzoli, 1983)

Lei, Lucy, avrebbe avuto oggi 41 quarantuno anni

Domenico Cipriano

Domenico Cipriano

Lei, Lucy, avrebbe avuto oggi 41 (quarantuno) anni
senza acciacchi – se la vita le fosse stata benigna –
e un lavoro giornaliero. Chissà
se avrebbe civettato col suo aspetto
impreziosendolo o trasformando le fattezze.
Frutto
di un secondo parto – dal ventre della terra –
perché comprendessimo
la nostra provenienza astrale, la trasformazione
e la memoria racchiusa nelle cose, se nascoste
dall’incedere degli anni.
La terra
restituisce a volte i suoi diamanti
per condurci in un luogo del sapere, avvolgendoci
nell’inquietudine
di provare a conservare i suoi frammenti, mentre cambia.
(25 novembre 2015)

Da L’origine (L’Arcolaio, 2017)

Lui

Fernando Romagnoli

Con Lui non abbiamo contatti.
Firma e sigillo: l’impronta del suo pollice.
Stipuliamo impossibili contatti,
di cui fingiamo attenti la lettura:
corrugata la fronte, gli occhi bassi
obnubilati da lacrime.
Gli eletti che hanno accesso all’anticamera
e gli porgono istanze alla fessura
hanno il sorriso storto dei graziati,
le pupille corrose dal riverbero.
Le finestre non guardano che pietre,
da che segarono l’albero e il fringuello
portò altrove il suo canto.
Adesso qui
le ingobbite poiane dei telefoni
gracchiano in coro, ci fanno fretta.
e sempre a null’altro precipita l’ascolto
che al più nudo silenzio.
Noi da quello
riconosciamo ch’è Lui.

Non servivano un piglio da segugio

Marco Bini

Marco Bini

Non servivano un piglio da segugio
o sensi apertissimi per distinguere
nella polvere annidata la traccia.
Ci colse la conoscenza del vento
che tirava impreparati una sera.
Del tutto mai chiarito fu il momento
preciso del sorpasso: accadde ancora
una volta che là fuori nel cosmo
qualcosa si sganciasse, poi partisse
imprendibile per noi, velocissimo.
Marco Bini (Vignola, 1984), da Conoscenza del vento (Ladolfi, 2011)

Un antenato

Jacopo Galimberti

Jacopo Galimberti

Adesso accendo la luce e faccio la doccia.
Fintanto che c’è. Mi accendo persino la stufetta.
Poi scendo dal cinese a lasciargli i maglioni,
sarà un mattino terso.
Andrò a vedere al cantiere se hanno bisogno,
mi hanno detto che cercavano.
Sembro più vecchio di quello che sono, forse.
Questo è certo, l’attesa segna.
La colazione: al bar.
Il cameriere con il ghigno correrà tra i tavoli,
io farò sempre attenzione alle solite pagine degli annunci,
poi la spesa. Se è bello vado al parco
a vedere i cigni. Magari mi fumo un sigaro.
lo dico che prima o poi arriverà una lettera.
Credere al destino non logora mai.
Il destino di questa casa, mi copre,
ma non sa quanto mi costa.
Questo soffitto bianco è la pace raggiunta,
le formiche irretite nel loro tran tran…
le spugne erano animali che respiravano?
La luce l’ho accesa, ora alzarsi, fare la doccia.
Tutto intorno gli amici sottratti alle cure terrene:
la bici sul balcone, le maniglie consunte, la stessa
pattumiera, gli interruttori
nella loro mandorla di nume domestico.
Solo che non hanno una figlia loro.
Smetterla di cercare lavoro
spegnere la luce.
Jacopo Galimberti (Pavia, 1981) da Senso comune 2004 – 2009 (Le Voci della Luna, 2011)

Un tempo senza nome

Cesare Ruffato

Cesare Ruffato

Sciogliere nel sangue
questa roccia tanto amica.
Ora che sono vicino alle nubi
e il cielo mi annega
so di capire il tempo
che mi sta intorno senza nome
puro come la voce d’iddio.
Mi segui nel mare di vento
che intristisce la pelle
e crei la mia opera.
Restare così fissi
ascoltando le mani
che cercano il vuoto la pietra.
da LA NAVE PER ATENE