Il preside ha indetto una riunione

Antonio Turolo

so remember, it’s better
to burn out then to fade away
Kurt Cobain (dal messaggio suicida)
Il preside ha indetto una riunione;
ci parla dei programmi, da svecchiare:
basta con Manzoni, una ciofèca!
propone Boris Vian o Dylan Thomas
Passiamo poi in rassegna i nostri alunni,
sia nel profitto che nella condotta.
“Questa qui finirà male- dice –
sappiamo come vanno queste cose:
alcol o droga, una disadattata”.
Strano destino, quello dei poeti:
leggetene le opere, ragazzi,
non la vita.
Antonio Turolo (Mestre, 1962), daCorruptio optimi pessima (Nuova dimensione, 2007)

Bastoncini sulla pietra

Corrado Benigni

Corrado Benigni

Bastoncini sulla pietra
IV
Afferrali insieme in un colpo solo
veloce stringili nella mano:
persone, luoghi, forma, clima, tempi.
Poi lasciali cadere come bastoncini sulla pietra
osserva gli incroci, decifra lo specchio
dei dimenticati, leggi le ossa.
(Traduzione di Paola Splendore)
***
Poco tradotta in Italia, ma conosciutissima nei paesi di lingua inglese, Ingrid De Kok, classe 1951, è oggi una delle poetesse sudafricane più interessanti e vigorose. La sua poesia – che si distingue per l’economia del verso, i tratti smorzati, l’assenza di retorica e di sentimentalismo – si inserisce nel solco tracciato da poeti come Robert Frost, Elisabeth Bishop e Thomas Hardy.
In questo testo – magistralmente tradotto da Paola Splendore – l’autrice sembra chiedersi come sia possibile sottrarre i propri ricordi alla storia ufficiale del paese e riconciliarsi con un paesaggio amato che porta ancora i segni della violenza subita. Il tema, soltanto all’apparenza privato, si apre a una riflessione più ampia fino a includere un territorio che non è più solo personale. (Corrado Benigni)

disguîd d’un grîs

Stefano Delfiore

Disguîd d’un grîs
c’an dîs d’un grîd
l’òmbra cla cambiè
la mî strè tàinti vôlt.
… E la vétta, dla mî vétta,
’na sfialôpa cunténnua
cla brûsa e l’an s’arsòura
t’ê fât
da “inoltranze”

Scarsa lingua di terra

Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria, l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero ̶ dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato aspetto.
Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.
Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita
la mia caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.
Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
̶ aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.
Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.
Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.
Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

II – LEZIONI DI RESPIRO

Francesco Dalessandro

Francesco Dalessandro

*
la mente innamorata di un’idea
la corteggia finché la possiede
e genera l’amore che con sete
di conoscenza in silenzio s’iddia
nel vuoto mondo (nessuna via
di perfezione gli è chiusa ma vede
allontanarsi ogni giorno le mete
più alte e il desiderio – lui medea
di sé – l’uccide ancora innocente
col tossico acre dell’indifferenza
e dell’errore), un mondo senza
salvezza dove apre ali di cera
l’idea e s’invola nell’aria leggera
sedotta dalla luce della mente
che la consuma, disperatamente

Lettera di una mamma alla figlia

Caterina Turroni

Un giorno, all’improvviso
mentre ti starai pettinando, in silenzio
o mentre ti infilerai una calza
ti verrà in mente un mio gesto
e ti ritroverai a sorridere pensandomi.
Un giorno, all’improvviso
pedalando veloce sotto le prime gocce
di una calda pioggia di settembre
sentirai un odore arrivarti al naso
e risvegliare un ricordo di mestoli e tegami
e mi vedrai davanti al fuoco, per un attimo.
Un giorno, all’improvviso
farai qualcosa che facevo anch’io
proprio allo stesso modo in cui la facevo io
e te ne meraviglierai moltissimo
perché non avresti mai pensato
di potermi somigliare così tanto.
Un giorno, all’improvviso
ti guarderai il dorso delle mani
e con il pollice e l’indice
ti pizzicherai la pelle , sollevandola
e conterai il tempo che impiega a stendersi
pensando a quando lo facevi alle mie mani
Un giorno, all’improvviso
ti ritroverai stanca, ad abbracciare un figlio
mi chiederai scusa per le volte che ho pianto
sapendo già che ti son state tutte perdonate.
E ti mancherò da fare male
Ma sarò con te in ogni gesto
o nel muoversi delle foglie
nel frusciare di un gatto nel giardino
o nelle orme di un pettirosso sulla neve
come solo l’eterna presenza di una madre lo può.

la città ha una luce affilata

Giuseppe Condorelli

Giuseppe Condorelli

La città ha una luce affilata,
i suoi rami sono i capillari
del cielo. Gli incroci
hanno nostalgia
della neve e i cortili d’estate
inseguono le divinità
dello scirocco oltre i palazzi
e le edicole notturne.
I morti chiamano invano
dalle tombe d’arenaria,
gettano una pietra
all’ombra del primo passante
smaniano per un gesto
per la voce che li restituisca
all’odore del pesce
e al rumore delle tazzine nei bar.
Dalle lave dove scorre
il sangue della ginestra,
dal verde estremo dei giardini
la città si apre sui muri
che estinguono il mare.
All’alba, quando conta
lo schianto dei cavalli lanciati
sui controviali, la città sogna
finalmente il fiume, traccia
sul cemento dei moli i nomi
di chi resta, le latitudini e il vento
di ogni viaggio e supplica
per tutte le partenze
mentre sulle panchine
le sillabe dei baci
sbiadiscono
in un filo di mani.
Da:Desinenza in nero(inedita)

Io sono sòlo

Federica Bologna

Federica Bologna

Io sono sòlo
di vertigine composta.
Incline agli sbalzi,
al circolo lunare.
Devo prima abituarmi
ai tagli del tuo corpo
devo calcolare le cadute,
con la dedizione della sarta
nelle quinte del balletto.
Devi prendermi a mani fredde,
baciarmi quando sono a piedi scalzi
sapere la distanza tra le mie scapole.
Federica Bologna (Rimini, 1995), inedito

La casa nell’aria

Anna Santoliquido

Anna Santoliquido

col passare degli anni
ho costruito una casa
tra cielo e terra
la proteggono i venti
gli spiriti dell’aria
e le stelle binarie
è impastata di sogni
e brina del bosco
riluce notte e giorno
non ho tradito
la casa di pietra
mi attira la leggerezza
la casa sospesa
è adornata di versi
e germogli
mi rifugio
quando sono stanca
e trabocco