così dev’essere

Antonio Di Mauro

Antonio Di Mauro

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Così dev’essere come assicurano
coloro che sanno… eppure nessuno
pare abbia mai visto qualcosa
ma se così dev’essere tuttavia
sia così… nel pieno scuotimento salutare
esserci, nel dubbio consentito e tutto
torna nella sua consistenza di elemento
acqua all’acqua terra alla terra
aria all’aria fuoco al fuoco…
nuovo vigore rigenera il sentimento.
Da: Tremore intenzionale

Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena

Mariasole Ariot

Mariasole Ariot

Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena.
Dentro, il mondo è livido e vago, guardo la scena nascosta dal vetro – se un vetro
può nascondere – ma il fuori discutibile e di strazio ha un foro da cui entrare e
uscire, da fondo a fondo sulla pietra. Ho agganciato le parti con la colla, ne man-
ca una al centro, ad occhio nudo sembra una stelletta. Se le formiche hanno biso-
gno di tagli sui nodi per camminare, il noi si deve separare con un nodo tagliato.
Le grandi voci che hai chiamato verità e poi bugia non sono che mosche nella
testa, un ronzio di fondo inseparabile, un’allucinazione per non dire vita.
La vertigine è questo corpo senza finestre , un lago artificiale ferito da una diga. Se non è
possibile una diga, fa’ che sia ramoscello. Che un lampo fulmini il larice, fa’ che cada.
Mariasole Ariot (Vicenza, 1981), da Anatomie della luce (Aragno, 2017)

Le foglie

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Nascean le stelle; la lontana chiesa
Emanava armonie. Reprobamente
Vagolando pe’ campi io le sentivo;
E una voce, repente,
Surta dall’ombra e che parea d’un vivo
Gridommi a lato: — «Tutto ciò che pesa,
Uomo, ha peccato.»
Io tutto mi restrinsi per paura,
Nè corpo vidi che paresse accanto;
La notte s’avanzava e in bel celeste
Cangiava l’amaranto.
Era l’ora che fa le cose meste,
Quando negli orti — fra le vecchie mura
Errano i morti.
La sinistra parola m’avea scosse
Le radici del core e all’aura bruna
Vagavo al pari di corsier che aòmbra.
Le foglie ad una, ad una,
Cadean dai rami lor, pagine d’ombra,
E in vol scosceso — parean carche e mosse
Da un grave peso.
Se non è fatua visïon che illuda
La mente mia, pensai, qual è il peccato
Che sì vi fuga o foglie intorno, intorno?
E allor la larva a lato
«Esse tremar di voluttà quel giorno,»
— Mi rispondeva — «che covrir la nuda
Bellezza d’Eva.»

Kacciatore

Gaetano Forno

Eroico uccellatore che ami tanto
la Natura
e da trepido amante le esplori a pugni chiusi
i suoi recessi più segreti
reso impavido e audace
dal tenere ben stretto tra le mani
il tuo tonante pene a doppia canna!
——

Dovrei proteggerti dal vento

Sebastiano Gatto

Sebastiano Gatto

Dovrei proteggerti dal vento
e standoti a ruota impedire
che ti volga indietro temendo
attacchi in salita. Ma il peso
di questi tornanti confonde
il verso dell’aria e la media
della pendenza; cercando l’arrivo
lo sguardo trova la partenza
lasciando per la strada statue di sale.
Mi sento io ogni volta a peccare:
scortarti tenendo il tuo passo,
frenare l’acido fino allo scatto
promesso; piantarmi dopo,
darti ancora un momento
finché non sia ampio il vuoto alle spalle.
E quando sia ampio aspettare da solo
il resto che sale dal fondo,
come il fumo di una fornace.

Sebastiano Gatto

(Mestre, 1975), da Horse Category (Il Ponte del Sale, 2009)

Il signore del posto era un cacciatore

Maddalena Lotter

Maddalena Lotter

Il signore del posto era un cacciatore
che non si vedeva mai, solo
gli spari a dire la sua posizione
e le teste mozze di cervi incantati
appese dove si mangia e si beve.
Dicevano fosse un uomo così duro
e magro che pareva fatto di buio,
ma erano leggende e lui era vero
con una famiglia normale.
Una volta andammo a pranzo
nella sala dei cervi
e anche quella cosa delle teste
allora ci parve normale.
Maddalena Lotter (Venezia, 1990),inedito

L’inganno dei sensi

Giovanni Sato

Giovanni Sato

I
Tutto scorre
giovanile luce che non tardi
a mostrare i tuoi fianchi,
tempo è di lasciare
l’intenso tuo sognare
ad altre vertigini
dall’alto di torri segnatempo.
Dove guardare
fra i campi mossi d’effimere
forme il vuoto sparire:
l’inganno è tale
che un bacio d’aria sale
fino a toccare
la girandola dei tuoi
variopinti prismi.
Lascia ora che vada,
un altro tempo mi attende
dall’altra parte del giorno.
II
Sembrava che alla fine
avesse trovato la strada
al solstizio d’estate,
quando il sole si avvicina
e lambisce le labbra degli amanti.
Ma poi d’improvviso
ha cambiato forma
e si è perduta nell’intrico
della città.
Rimane di essa la scia,
e le lancette ferme nel rosso
delle cose perdute.
III
Ora è tornata
febbricitante:
non resiste all’attesa,
non le importa
che le ali siano effimere
e passa da una forma all’altra.
Si tramuta in giochi di colori,
diventa ognuno dei nostri sensi.
Non sa se alla fine
rimarrà qualcosa:
forse un battito
suonerà dalla Torre
domani.
da PERCEZIONI

Parole nove

Ernesto Calzavara

«Dormono tutte le cause chiuse nei loro chiusi
e le teste mozze degli Archetipi a terra stanno»
Cusì ze sta dito in alto da quei che sa.
E noàltri cosa faremo?
Noàltri che no savémo lèzar né scrìvar
cosa diremo?
Balbetarémo nòve parole?
Chi ne darà in nòvi segni?
A B C D E …
come li metarémo insieme de no’vo?
No vegnarà nesùn a salvàrne de fòra via.
Ne tocarà a noàltri rangiàrse
rebaltàndose zo
rampegàndose su
de sto potzo dea vita.
Par vegnérghene fòra
da noàltri soli
par capir e capìrse.
«I fiori della solitudine»
quei che scrive i poeti
nesùn li agiutarà a sercàrli.
No i preti de le Ciéze
no i preti dei Studi
né quei del Governo
che oramài ze za a caza
ma i pòri cani
che se arabàta
noàltri li trovarémo.
E zveiarémo le Cause che dorme
par conto nostro e de tuti
e invidarémo le teste tagiàde
sui so còli driti
e ghe diremo a una a una
a una a una
PARLA

Dieci Agosto

Giovanni Turra

Giovanni Turra

Muovi nell’erba senza far rumore.
Una minuscola isola d’insetti
d’un tratto cessati.
Intorno alla mole adesso
senza più corpo della casa.
E le vocine di nuovo ancora,
e l’ombra gialla fina.
Infima vigile subitaneità.
Giovanni Turra (Mestre, 1973), inedito