Epilogo da Pietà del figlio

Antonio Di Mauro

Antonio Di Mauro

(Epilogo)
Sul lastrone di tufo intagliato deposto
il corpo non è ancora rigido, eppure
già nell’inerzia inanimata invaso in parte
dal gelido biancore che sbiadisce i lividi
della carne martoriata cicatrizza le ferite
confonde le rigature di sangue al circuito
venoso…
appare mosso il disegno
delle membra nelle forme marcate
che resistono per un’ultima prospettiva
prima di precipitare nell’appiattimento…
la pietà, la pietà l’ha ricomposto alla meglio
l’ha reso materia disponibile sul bancone
all’obitorio, sul tavolo di anatomia…
l’ha consegnato all’oscurità senza tempo
compiuto ogni gesto nella certezza
del distacco, persino il sigillo impresso
sulla pietra tombale a separare un altrove
di solitudine la più grande, cominciata
nell’orto dell’abbandono infinita solitudine.
È il corpo della vittima, tutte le vittime
corpo pacificato ora che il sacrificio
necessario è stato consumato, lavata
ogni macchia di natura, espiata ogni colpa
sopraggiunta, fatta giusta ingiustizia
ogni nascita a questo fine segnata
nel sangue o solo nel patimento
perché il dolore trovi le sue ragioni…
Da: Pietà del figlio, “Almanacco dello Specchio”, Mondadori, Milano 2008

Casa bagnata

Sebastiano Gatto

Sebastiano Gatto

T’inviterei in questa casa bagnata,
che il peso dei muri non tiene,
né i passi che calco sulle piastrelle.
Coprono ormai il collo dei piedi
calcinacci e cocci di tegola:
sporcano e strisciano fino a far male.
Potrei staccare gli elettrodomestici
e cogliere in silenzio una preghiera:
che per una volta l’umido ceda
il suo posto al tepore, abbastanza
da farti tornare tra il muschio
e la muffa di questa stanza.
Sebastiano Gatto (Mestre, 1975), da Horse category (Il Ponte del Sale, 2009)

Sta ancora aspettando la comparsa

Marco Scarpa

Marco Scarpa

Sta ancora aspettando la comparsa
di un’ipotesi plausibile, una qualche
teoria vaga, con denti da latte, trovata
di frodo, un pensiero lineare, limpido
che sappia ridurre in grani la questione
righi la scorza dura, la corazza, che riesca
a spiegare senza inganni quale bene
sia il migliore, quello più corretto
senza coda che trascini sporcizia,
intrichi, cose turpi, il bene puro
veloce più del male, dal chiarore certo.
Marco Scarpa (Treviso, 1982), inedito

E così te ne vai tu pure, estate

Diego Valeri

Diego Valeri

E così te ne vai tu pure, estate.
Di giorno in giorno più breve è la luce,
più basso il cielo.
Un’ala lunga di vento
si stende liscia su la faccia del mondo.
È il vento umido, molle, delle sere precoci.
Cosa più resta al vecchio cuore
che già si gonfia di pianto?
Restano le tristi dolcezze di autunno
E la luce dell’ultima sera.

Nell’angolo

Giovanni Sato

Giovanni Sato

L’intreccio si sfa,
nell’angolo che accenna
fermo nell’ombra
delle cose sincere.
Quelle che non lasciano
passare l’ora
e non tradiscono mai
l’inizio del mattino.
Sembrano solo passi,
ma le mani sanno
dove tendere,
fra gli incavi addormentati
della città.
da CANZONI NEL MEZZO DELL’AMORE – SONGS IN THE MIDDLE OF LOVE

Le foglie

Arrigo Boito

Arrigo Boito

Nascean le stelle; la lontana chiesa
Emanava armonie. Reprobamente
Vagolando pe’ campi io le sentivo;
E una voce, repente,
Surta dall’ombra e che parea d’un vivo
Gridommi a lato: — «Tutto ciò che pesa,
Uomo, ha peccato.»
Io tutto mi restrinsi per paura,
Nè corpo vidi che paresse accanto;
La notte s’avanzava e in bel celeste
Cangiava l’amaranto.
Era l’ora che fa le cose meste,
Quando negli orti — fra le vecchie mura
Errano i morti.
La sinistra parola m’avea scosse
Le radici del core e all’aura bruna
Vagavo al pari di corsier che aòmbra.
Le foglie ad una, ad una,
Cadean dai rami lor, pagine d’ombra,
E in vol scosceso — parean carche e mosse
Da un grave peso.
Se non è fatua visïon che illuda
La mente mia, pensai, qual è il peccato
Che sì vi fuga o foglie intorno, intorno?
E allor la larva a lato
«Esse tremar di voluttà quel giorno,»
— Mi rispondeva — «che covrir la nuda
Bellezza d’Eva.»

Yoram sotto le armi

Francesca Brandes

Hai più paura
della pace
che della guerra.
Vuoi mappe
che spieghino il mondo
paludi conosciute
di odio
e non uscirne
non rischiare
non toccare con mano
il boccio del cuore
altrui
visi occhi spalle piegate
suoni portati dal vento.
Hai paura della pace
perché la pace
è il cambio di rotta
inversione
assalto al muro
la pace è pugno
che accarezza
fango che si crede casa
casa con più stanze
sorpresa di aprile.
Neve che si scioglie
è pace
pace sul bilico
vertigine con nastri
tamburi nel dirlo
e coraggio.
Mi guardi
l’arma in spalla
e arma sei tu
in ogni fibra
di movimento nodoso
così fragile
nonostante il fucile
che sembri un bimbo
quando gioca ai soldati
in riva al mare.
Hai un piccolo peso
tra gli occhi
un peso che arde e consuma
e braccia per l’amore
la terra l’azzardo.
Sei seme e frutto
di stagione precoce.
Offesa gioventù
che alla gioventù si addice
l’inquietudine,
non il morire senza scopo.