I giorni in cui non parli con nessuno

Francesco Targhetta

Francesco Targhetta

I giorni in cui non parli con nessuno
le cose sono due:
o arrivi a cogliere il senso di tutto
o confondi corrompi ti ingarbugli,
e la tua voce che chiama il gatto
è quella, alla sera, di un crooner
(«eccoti i miei rimasugli»),
l’eco rauca e lunga
nella notte che ti riprende in scacco.
Francesco Targetta (Treviso, 1980), da Le cose sono due (Valigie rosse, 2014)

Dalla gabbia

Stefano Dal Bianco

Stefano Dal Bianco

Vi sono giorni di debolezza estrema
poiché – dice qualcuno – la pressione
atmosferica di fuori,
che ha potere sui corpi, essendo bassa,
si consustanzia a noi fin dentro il sanguecon la sua tenera virtù di morte.
Ma altri vi potranno assicurare
(e oggi io sono tra quelli)
che tutto questo spossamento, in questi giorni,
non procede dall’aria né dal corpo
ma è soltanto dolore
di anime costrette,
solitudine di molti,
vuoto vissuto male,
mancanza o assenza di uno scopo.
Stefano dal Bianco (Padova, 1961), da Prove di libertà (Mondadori 2012)

Vita e amore a noi due Lesbia

Caio Valerio Catullo

Caio Valerio Catullo

Vita e amore a noi due Lesbia
e ogni acida censura di vecchi
come un soldo bucato gettiamo via.
Il sole che muore rinascerà
ma questa luce nostra fuggitiva
una volta abbattuta, dormiremo
Dammi baci cento baci mille baci
e ancora baci cento baci e mille baci!
Le miriadi dei nostri baci
tante saranno che dovremo poi
per non cadere nelle malie
di un invidioso che sappia troppo,
perderne il conto scordare tutto.

Io canto nel tuo nome perché tu

Tomaso Pieragnolo

Tomaso Pieragnolo

Io canto nel tuo nome perché tu
da un luogo lontano tu mi senta richiamare
– evoca lui nell’occaso ammarato – perché giunga
alla tua bocca questa goccia e una sete pendente
ci racconti il vecchio mondo, la terra
già perduta nell’essenza ma sempre solvente
inalterata perfezione. Come i versi
necessari degli uccelli, degli alberi mistici
imbevuti di foschie, con un atto
della mano sulla fronte magari potrà
provocando un sorriso con lusinghe
agghindarla, quando è tempo di partire
con parole abbracciarla, ricordando
coniugato sul suo viso come sarà
sotto i suoi piedi un cammino, le sue mani
che maneggiano fiorami e sopra le vette
una parvenza di silenzio; oh ragazza
che un enigma vai tessendo con nembi
d’inchiostro sotto il dono di stagioni, che non sai
mai terminare né iniziare, né forse sommare
al tuo precipuo cambiamento, confida
nella vita in ciò che sogni e certo un mattino
così vicino, tratteggiando il tuo profilo
mentre dormi, lei ti ammalierà
per una volta ed una ancora, e tu
dal passato saprai sorriderle.
Tomaso Pieragnolo (Padova, 1965), daViaggio incolume (Passigli, 2017)

detto diversamente

Linda Mavian

Linda Mavian

la luce tagliente si dissolve rapida in una
pozzanghera di dolcezza
senso di pace
era vuoto fra le parentesi tonde
quello spazio quel tempo sono confluiti
in margini più ampi
in galassie dai bordi fluorescenti
a cui una sarta forse cuce un vestito spagnolo

Lasciando Dublino, puntando verso Achill

Roberto Cogo

Roberto Cogo

la grande città non è il paese
è solo una sua parte – tutto intorno campi verdi
e pecore e bestiame e uno stormo d’uccelli
immersi nell’aria grigia che avvolge il cielo
a chiudere del tutto lo sguardo
verso un contatto più azzurro con l’alto –
viaggiare è uguale ovunque si vada
si può andare di città in città
perdendo il contatto con la terra
ecco perché la città non è il paese intorno
ma solo una sua piccola parte
Roberto Cogo (Schio, 1963), da Senza il peso di un pensiero(Ladolfi, 2011)

Noi e l’albero viaggiamo

Giovanni Sato

Giovanni Sato

Noi e l’albero viaggiamo
con la stessa linfa,
in corridoi stretti da limiti
con le mani che nascondono il volto
per non vedere.
Quel che varia è il movimento,
così lento e dolce,
dei rami e delle foglie,
e così disarmonioso
quello del nostro incedere
piegati al giogo
che la vita pone.
Solo è dato
al sogno di stupire,
col miraggio d’essere fuori
dal giro del dolore.
E porsi così
corpo d’albero,
tronco maestro
di una nave diretta
verso l’azzurro
puro dell’isola.

Il panino col tuo nome

Francesco Targhetta

Francesco Targhetta

Risentirti almeno nel brie e nel crudo,
nella rucola pressata che s’incaglia
in mezzo ai denti, e slavarti
di nuovo con birre alla spina, fino
a farti scivolare, dopo aver sfiorato
il cuore, per miglia di intestino.
Tre euro e venti, il panino
col tuo nome, e più fame di prima.
Francesco Targhetta (Treviso, 1980), daFiaschi(ExCogita Editore, 2009)