Vento

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

I
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
va bene che c’era un po’ di vento
e non ti avevo detto da che parte della stanza
e non sapevi poverino l’ora esatta
ma solo la sera della settimana
non mi ricordo più le cose
da quando ti sono stata presentata
proprio quella sera che non mi hai notata
abbiamo parlato solo due tre volte
ti ho detto solo quattro cinque cose
nome cognome e che sono separata
non puoi saperlo poverino
che mi sono innamorata
II
Nonostante ci fosse un po’ di vento
sei venuto questa sera all’appuntamento
e mi hai dato due baci sulle guance
e mi hai fatto una carezza e un complimento
mi gira forte la testa
ma non c’entra il vento
III
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
eppure non c’era in cielo il vento
e ti avevo detto da che parte della stanza
e anche son sicura l’ora esatta
non mi muovo sto qui ad aspettare un complimento
e siccome mi sono innamorata io mi sento
con dentro alla testa un po’ di vento.

Vivian Lamarque

(Tesero, 1946), da Teresino (Società di poesia, 1981)

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

Ho compreso, colmato di carezze il silenzio,
ho trasportato il suo acume dalla tua carità alle mie orecchie,
per non ricusare, oppormi alla tua quiete.
Mi hai portata nella tua mancanza di suono,
nel non dire, tra le pause della tua voce
e mi hai accompagnata fino all’assenza totale dei rumori.
Ho capito l’astensione del parlare,
la muta esistenza del corpo.
Mi hai dato in mano il suo accordo all’abbandono
delle richieste, dei tuoi desideri.
Mi hai consegnato tutto nella tua privazione
e senza rimpianto e senza nostalgia da un giorno all’altro
non hai più detto, non hai proferito, non risposto, non hai capito.
E da lì, dal tuo tempo distante, coerente luogo il tuo,
non hai cambiato silenzio, non lo hai più tradito.
Da le beatitudini della malattia 2013, Einaudi

Il ventre della poeta

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

C’è un’avidità ordinaria riposta fra il torace e il bacino,
confidenza continua di visceri a voce bassa. Si pronuncia
cupo e profondo da mattina a sera un linguaggio impudente,
che senza fare nulla si preoccupa soltanto di mangiare e di bere.
E predica infame, sembra stia in continuo digiuno,
è recipiente degli ingordi rapporti questo ventre in abbandono.
In passato mi è stato utero, un felice grembo materno, testimone
che lì dentro si conferma l’esistenza. Io da fuori
l’ho accolta, tenuta tra le mani, curata e cresciuta.
Ora questa è cosa cessata. Dò quindi ai versi
un tempo trascorso al quale ho potuto dire: madre,
io dimentico me stessa, eppure sono
tutta in accordo col mondo. Questo è ora il mio volume.
Guarda dunque, risolvo i miei passi con ritmo pesante,
ciò che porto con me è la vita. Quale ornamento
per questo cervello di poeta sventrato
dal pensiero, sempre unico del parto.
Ma in questo altro tempo il sempre
è solo memoria di una sua precedente condotta.
Questo ventre è luogo dove non passa nessuno.
Credo di avere ragione a chiamarlo
il ventre della poeta.
Da sincope 2018, Einaudi

Sincope I

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

Lì in fondo ad ogni ultimo verso
improvvisa è la perdita di coscienza.
Lettore, io emetto suoni su tempi deboli,
che siano essi di giorni riposti o demenza,
così l’alcol, così l’amore e la morte.
Sono queste le mie verità,
lasciano le visioni accese persino al gelo notturno.
Che nella notte, io le rumino.
ma nel giorno, io di loro mi alimento.
Da sincope 2018, Einaudi

I mattini ghiro mio

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

I mattini ghiro mio
come vorrei che tu imparassi ad amare i mattini
soffriresti meno ad alzarti forse
se da te fosse come qui
che quando apri le finestre
subito hai lì alberi perfetti
immobili ma a guardare bene
con anche un punto dove le foglie tremano
per un uccello appena volato via
al rumore della finestra
(o forse ghiro mio avresti sonno lo stesso).
Vivian Lamarque (Tesero, 1946) da Poesie 1972-2002 (Mondadori, 2002)

Caro albero meraviglioso / la poesia alle elementari

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni lì
stupito
sulla mano del ramo
come per dire
“cos’è questo fiore strano
speriamo che il vento
se lo porti lontano”.
Ci vediamo
al prossimo viaggio
ricorderò il numero
del filare, il tuo
indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.
Vivian Lamarque (Tesero, 1946), da Gentilmente (Rizzoli, 1998)