Come scrivere altro, altre immagini

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

Come scrivere altro, altre immagini
se quieta sera mi raccoglie sempre uguale,
che le storie tristemente volute e contorte
rendono simili i versi al dare saggio della propria bravura.
Niente di tutto ciò mi lega, che intorno al corpo
ho intera l’umana condizione, colei che si addormenta
per stanchezza e spessore di mano.
Sottratta vita a ogni profanazione, per sacro sentire
l’odore indubitabile delle mani d’inverno.
È odore di stalla, di latte e di urina,
di fieni concilianti al freddo e nel mite lume
raccogliere in uno sguardo l’ordine in un fienile.
Ciò è per me intelletto, facoltà di intuire il rapporto
nella pratica del rigore. Nulla dipende dai nostri umori soltanto,
niente dalle nostre possibilità creative.
A cosa serve sapere e compiacersi del sapere
se non per distinguere un filo d’erba da un altro.
Da le beatitudini della malattia 2013, Einaudi

Caro albero meraviglioso / la poesia alle elementari

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni lì
stupito
sulla mano del ramo
come per dire
“cos’è questo fiore strano
speriamo che il vento
se lo porti lontano”.
Ci vediamo
al prossimo viaggio
ricorderò il numero
del filare, il tuo
indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.
Vivian Lamarque (Tesero, 1946), da Gentilmente (Rizzoli, 1998)

Sincope I

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

Lì in fondo ad ogni ultimo verso
improvvisa è la perdita di coscienza.
Lettore, io emetto suoni su tempi deboli,
che siano essi di giorni riposti o demenza,
così l’alcol, così l’amore e la morte.
Sono queste le mie verità,
lasciano le visioni accese persino al gelo notturno.
Che nella notte, io le rumino.
ma nel giorno, io di loro mi alimento.
Da sincope 2018, Einaudi

Credo

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

Credo nelle anime sante,
nella loro indipendenza conquistata sui sensi di una preghiera.
Credo nel lamento di un uomo in agonia,
inaccessibile silenzio degli ultimi istanti in una vita.
Credo nel lavaggio del suo corpo fermo,
nel suo vestito a festa e nell’incrocio delle mani,
testimoni di un battesimo confidato.
Credo nella gloria dei vinti.
Credo nelle loro carni piegate sotto le macerie,
i loro respiri cessati.
Credo nelle distese di orti trasformati,
dentro al loro recinto le ossa dei popoli ammazzati.
Credo nei miserabili che annegano alle porte d’Italia.
Credo in quelli che rimangono e il giorno dopo chiamiamo clandestini.
Credo nelle loro bambine vendute ai nostri piaceri,
nella loro tristezza che sorride vittima di un rossetto ingrato.
Credo negli angeli senza ali,
in quelli che a piedi nudi camminano dentro a una fede.
Credo nel mondo,
quello fuori dalla vetrina in ginocchio a guardare dentro.
Credo nel colore delle pelli che indossa,
negli occhi neri dei figli che perde affamati.
Credo nella verità delle madri e del loro amore.
Credo nella miseria e nell’umiltà di questi versi.
Credo nella bellezza
e qui conviene fermarmi.
Da la terra più del paradiso 2008, Einaudi

serenata

Norbert C. Kaser

Norbert C. Kaser

così le notti stanno intrepide sulla neve
il giorno si è smarrito dietro i salici bianchi
ragazza mia
ragazza mia
Tu
sei lontana
non so se ora pensi o
sogni o dormi
intrepide stanno le nostre notti
separate
come le orme dei corvi
sui giardini
qui e lì

Traduzione di Gio Batta Bucciol

Poesia n. 234 Gennaio 2009
Norbert Conrad Kaser. La dolcezza della ribellione
a cura di Gio Batta Bucciol




Vento

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

I
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
va bene che c’era un po’ di vento
e non ti avevo detto da che parte della stanza
e non sapevi poverino l’ora esatta
ma solo la sera della settimana
non mi ricordo più le cose
da quando ti sono stata presentata
proprio quella sera che non mi hai notata
abbiamo parlato solo due tre volte
ti ho detto solo quattro cinque cose
nome cognome e che sono separata
non puoi saperlo poverino
che mi sono innamorata
II
Nonostante ci fosse un po’ di vento
sei venuto questa sera all’appuntamento
e mi hai dato due baci sulle guance
e mi hai fatto una carezza e un complimento
mi gira forte la testa
ma non c’entra il vento
III
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
eppure non c’era in cielo il vento
e ti avevo detto da che parte della stanza
e anche son sicura l’ora esatta
non mi muovo sto qui ad aspettare un complimento
e siccome mi sono innamorata io mi sento
con dentro alla testa un po’ di vento.

Vivian Lamarque

(Tesero, 1946), da Teresino (Società di poesia, 1981)

Il ventre della poeta

Roberta Dapunt

Roberta Dapunt

C’è un’avidità ordinaria riposta fra il torace e il bacino,
confidenza continua di visceri a voce bassa. Si pronuncia
cupo e profondo da mattina a sera un linguaggio impudente,
che senza fare nulla si preoccupa soltanto di mangiare e di bere.
E predica infame, sembra stia in continuo digiuno,
è recipiente degli ingordi rapporti questo ventre in abbandono.
In passato mi è stato utero, un felice grembo materno, testimone
che lì dentro si conferma l’esistenza. Io da fuori
l’ho accolta, tenuta tra le mani, curata e cresciuta.
Ora questa è cosa cessata. Dò quindi ai versi
un tempo trascorso al quale ho potuto dire: madre,
io dimentico me stessa, eppure sono
tutta in accordo col mondo. Questo è ora il mio volume.
Guarda dunque, risolvo i miei passi con ritmo pesante,
ciò che porto con me è la vita. Quale ornamento
per questo cervello di poeta sventrato
dal pensiero, sempre unico del parto.
Ma in questo altro tempo il sempre
è solo memoria di una sua precedente condotta.
Questo ventre è luogo dove non passa nessuno.
Credo di avere ragione a chiamarlo
il ventre della poeta.
Da sincope 2018, Einaudi

Per chi ha vegliato una notte una madre

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

Altro che la visione delle immacolate
vette dell’Himalaya, altro che le meraviglie
dei vulcani in ripresa d’attività, altro
che da una sponda osservare le maestose
cascate come nel film Niagara
affacciata alla sponda del tuo letto d’ospedale
la visione della candida collina del lenzuolo
che faticosi respiri fanno sollevare
abbassare sollevare, nella bianca camicia
un ricamo trasale, trema un bottone
di madreperla in precario equilibrio
quieto luccica il termometro
sul comodino posato e luccica
come un’aurora un tramonto il rosa
della flebo e nel sacchetto l’oro
dell’urina e lo scialle bianco fa la collina
coperta di neve tanta neve infatti
stai cercando di formare la frase senti che
freddo qui che freddo che fa?

Madre d’inverno