L’amicizia per te non è stata da sempre

Cesare Viviani

Cesare Viviani

L’amicizia per te non è stata da sempre
lotta assidua, inclemente
contro l’immobilità? quella che ora ti è preso,
e solo le scosse di un’auto impazzita
fanno balzare il tuo corpo, imitano
una ripresa della vita?
“So a memoria le poesie che scrivi:
e anche se non le capisco – dicevi –
le recito per te, come l’amore
passa per queste vesti che nessuno cura,
logore, sporche, ora anche tu hai lasciato
l’ordine della casa per un letto di spine,
per i bagliori dell’acqua, per la corrente
impalpabile di questo fiume.
Morissero –
e piangevi sulla tua tonaca – quelli che hanno
pensato anche una sola volta al mio letto,
liberassero il mondo dal peso
della loro spaventosa allegria,
Dio! – gridarti atterrito –
nella tua infinita misericordia ingiustizia
togli loro la vita,
l’idea di salvezza che imbrattano
per non incontrare il dolore”.
Cesare Viviani (Siena, 1947), da L’opera lasciata sola (Mondadori, 1993)

La realtà del virtuale

Liliana Ugolini

Nel mio sangue sto interna
a mucchiar l’ossa e dei nervi
le cime. Intorno il Ciberspazio.
Di me s’intuban fughe di leggende
e m’avviluppo in mostre di parole.
I denti, immensi denti in sibili labiali
mostrano in schermi proiezioni e suoni.
Il canal ride addosso al virtuale.
Ora l’immagine fa sparire le zolle
ed i cervelli danzano già soli nella ridda
d’un fuori che poi diventa dentro.
Un video-casco, please, un Eye-Phone,
un Head-Mounted Screen, per non vedere
il muro delle pietre.
Di qui in aut-put si parte. Io sto
nelle geometriche alla distanza
degli occhi non più miei.
Decostruisco la vista che m’automa.
L’odor di terra porta un verme grasso
al succo d’illusione d’un sistema.
Dal trasduttore-casco
cado nel video e muovo parallele.
Se fossi fuori vedrei nuvole
a specchio in movimento d’acque
in antico splendore d’apparenze.
L’evocazione mi toglie al sasso.
La tattica m’inganna e tutto me
nel pixel non dà tocco e mi convince
oggetto della cosa. La visione
stereoscopica non basta al punto
dei due punti di vista sopra il mondo.
Esser studiati affinché l’effetto
mostri ( la realtà?) al cervello
ed il reale diventi un venticello
( fuori) un poggiapiedi in bilico
( la macchina) alla macchina.
Per un volant seduta
lenta al pasto, m’erutta
un video guasto di TiGi.
Così condisco un fiocco
d’insalata al Cernobyl
con la Percossa a morte
dentro un sacco. ( E’ martedì
d’un tre Novembre Novantotto).
Mi lancio per un film, certa che la finzione
m’allieti dal non vero. Quincy
si trova ad indagar sul nero (sacco)
d’una donna massacrata a botte
( il glotto sdoppia fiction nel reale).
Ho solo un tasto, immemso plateale.
Lo spingo nel futuro del suo tubo ( scuro)
in truce di canale.
E’ dato al percepire avere abbaglio
per convinzione d’altro che cova
nel possibile. Il brivido è dentro
nel credibile. Così si vola in cubi
d’astrazione, in teste artificiali
nello scarto millesimo d’un calcolo
che interattivo attende quello sgancio.
Era la spada di Damocle una punta
nel centro della svolta. Ora annuendo
pieghiamo sotto il collo la veduta
d’un pullular di salto fin dove
la certezza è immaginabile
nella telepresenza del suo via.
Sta nel suo fatto il tatto.
La perdita si trova nel contatto.
Allo studio un palesar
nel virus virtuale, un cuscinetto
elettrodo superbo al simular concreto.
Dove sta il volo è strano. Si poggia
sopra i piedi d’un divano e regge
su forchetta un monte di cuscini
per star comodo. L’essenza
è che si creda che nel cervello
è già disposto il bandolo a scontrollo.
Un pulsar dell’istinto
metabola il suo tempo dentro al pasto.
Così in foresta nell’acquitrino
chiaro di tempesta il coccodrillo
insanguina quel ciber
Il drillo cocca la preda
sia pesce o gazzella. Espone
come un tronco due nocchie
sotto il pelo. S’agguata bianco
dentro pala bocca, s’aguzza
della forza contenuta.
Com’antro sgola e aggozza
ed il dolor del tramite m’avvince.
Il perder forze in un baleno
è soffoco o squarcio alla laringe.
Dura quel fiato la liberazione
l’immobile che placa la sua tregua
ora che l’accaduto accade, fino alla fine.
E mi consolan l’acque ancora ferme
per un doler passato, per un’attesa
d’ altra morte in diretta
Dove si muta l’immutata
voce d’usignolo che nasce
martellante nel bambino
e ancora batte ornata d’usignolo
oltre le primavere?
Dove si muta l’immutabile
arrivo nonostante?
Scorso di nodi scorre
nell’identico moto la bellezza
e spazia seducendo i grembi già maturi
d’offerta. Inebria la salita
avviluppata a speranza noncurante.
E’ della natura la disuguaglianza
e nessuno saprà dal balbettio
la sua incapacità. Un bandolo
scientifico si sa ma non lo stillicidio.
L’altro è il mio fuori e dentro di noi due
due filastrocche tonde un uroboro.
La luce è dentro al foro dell’occhio quasi cieco per un tentar col morso
della coda la chiusura del cerchio al volo sempre aperto.
da IMPERDONATE

I due ragazzi preparano l’esca

Sauro Albisani

Sauro Albisani

I due ragazzi preparano l’esca
con attenzione perché il mare premi
la loro grande sete di avventura,
sognano ad occhi aperti la paranza
sorridendo ai dragoni dalle forme
inverosimili e possibili, hanno
tanta felicità davanti a sé.
Intirizziti dentro l’aria fresca
spingono spingono sui loro remi,
si prepara burrasca, hanno paura
ad occhi chiusi nella loro stanza
dove ai piedi del letto il gatto dorme
sognando i loro sogni, pescheranno
pesce vivo in un mare che non c’è.
da Orografie (Passigli, 2014)

FOGLIO DI VIA

Franco Fortini

Franco Fortini

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.
Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.
Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.
Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

Alba

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dormi, ora che in vece la tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Essere con gli altri

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

Porta dentro di sé un avversario interno. Succede a molti,
succede spesso. Oggi però capisce di essergli inferiore,
di esserlo sempre stato, irrimediabilmente.
Dorme di pomeriggio, il giorno si sfascia, in televisione
guarda un programma dove vendono aspirabriciole;
pensa a questa forma di vita, alla vita
di qualcuno che vive vendendo aspirabriciole.
Una volta ho fatto una specie di escursione in campagna
fra persone che non conoscevo.
Non parlavamo di nulla, raccontavamo aneddoti,
descrivevamo i rapporti nei nostri
luoghi di lavoro, le immagini inconsce, i desideri di facciata.
Oppure ci assentavamo internamente e io guardavo il paesaggio
come un oggetto mobile, come una massa
di microeventi oltre il bulbo oculare.
Eppure a poco a poco (qualcuno raccontava
la storia di un neonato che scivola, rotola,
cade senza farsi male) qualcosa cresceva fra gli ego,
era una forma di indulgenza, una pellicola buona. Ho ripetuto
le idee insensate degli altri per stare sopra questa patina,
per mimetizzarmi, giustificarmi fino a sera.
Non ricordo chi siano, è un evento minore.
Si ripete sempre, poi dimentico.
L’avversario gli è superiore, lui lo sa, le giornate si sfasciano.
Lavorerà per non saperlo, costruirà
una pellicola dentro la quale regredire-
le parole e i gesti come segni asemici,
superfici o utensili, il tempo come distruzione,
futilità o salvezza. L’uomo raccoglie le briciole,
mette foga nel discorso, sembra contento.
Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)

Sei

Marina Pratici

Marina Pratici

Sei nella ruga ritorta
che segna confine nel mio sguardo,
nel mio labbro imbronciato
che si rappacifica e distende lento.
Nella mia ansia di mangiare la vita
a mestolate, nel mio sbattere di porta
su verità ammorbata, ideale imbrattato,
valore profanato.
Nella mia mano dall’unghia mandorlata,
ferrea e temibile nell’atto decisivo,
di velluto guantata nella carezza serale
su lanuginosi sonni bambini.
Nella mia destrezza a ammainar la vela
nel fiutar bufera in familiari oceani,
nel mio spegnermi in mattini assolati
e nel mio rinascere in pomeriggi impolverati.

Nevica polline quasi la primavera

Annalena Aranguren

Nevica polline quasi la primavera
volesse imitare Natale
e invece è uscire dalle mura
questo maggio, respirare ampio
gettare i pensieri di un inverno
che hanno infeltrito i maglioni.
È la speranza di un futuro
a far nido sotto ai tetti
che d’illusioni
di speranze e d’inganni
si rinnovano le stagioni.
Annalena Aranguren (Firenze, 1958), Poesie nell’ordine giusto (Manni, 2014)

I cavalieri della notte di carnevale

Romano Battaglia

Romano Battaglia

Strada piccola
che te ne vai col vento
e sai di tristezze
che stanno nascoste dietro gli alberi.
Quando le canne saranno bruciate
non rimarrà che questo grido
di stelle figlie di nessuno.
Non mostrare il tuo vestito rosso
e la carne di neve
perché la notte è di lurido fumo.
No, non danzare
ricordati del vento
e del granoturco sull’aia
ricordati di rose piantate dai morti
e di perle di pianto
di una strada piccola piena di vento
che accoglie il tuo cuore
e quello di tutti.
Non danzare con le stesse scarpe
che sono passate laggiù.
Non ti confondere
fra cravatte e camicie
e scarpe lucide
e abiti scuri.
Non danzare
ricordati del cancello
che cigola nel vento
in fondo a quella piccola strada
dov’è tua madre.