E QUESTO È IL SONNO

Franco Fortini

Franco Fortini

E questo è il sonno, edera nera, nostra
Corona: presto saremo beati
In una madre inesistente, schiuse
Nel buio le labbra sfinite, sepolti.
E quel che odi poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento,
O è in te e dilaga e parla la sorgente
Cupa tua, l’onda vaga tua del niente.

Agli amici della Valle Tiberina

Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Pur da queste serene erme pendici
D’altra vita al rumor ritornerò;
Ma nel memore petto, o nuovi amici,
Un desio dolce e mesto io porterò.
Tua verde valle ed il bel colle aprico
Sempre, o Bulcian, mi pungerà d’amor;
Bulciano, albergo di baroni antico,
Or di libere menti e d’alti cor.
E tu che al cielo, Cerbaiol, riguardi
Discendendo da i balzi d’Apennin,
Come gigante che svegliato tardi
S’affretta in caccia e interroga il mattin,
Tu ancor m’arridi. E, quando a i freschi venti
Di su l’aride carte anelerà
L’anima stanca, a voi, poggi fiorenti,
Balze austere e felici, a voi verrà.
Fiume famoso il breve piano inonda;
Ama la vite i colli; e, a rimirar
Dolce, fra verdi querce ecco la bionda
Spiga in alto a l’alpestre aura ondeggiar.
De i vecchi prepotenti in su gli spaldi
Pasce la vacca e mira lenta al pian;
E de le torri, ostello di ribaldi,
Crebbe l’utile casa al pio villan.
Dove il bronzo de’ frati in su la sera
Solo rompeva, od accrescea, l’orror,
Croscia il mulino, suona la gualchiera
E la canzone del vendemmiator.
Coraggio, amici. Se di vive fonti
Corse, tocco dal santo, il balzo alpin,
A voi saggi ed industri i patrii monti
Iscaturiscan di fumoso vin:
Del vin ch’edúca il forte suolo amico
Di ferro e zolfo con natia virtú:
Col quale io libo al padre Tebro antico,
Al Tebro tolto al fin di servitù.
Fiume d’Italia, a le tue sacre rive
Peregrin mossi con devoto amor
Il tuo nume adorando, e de le dive
Memorie l’ombra mi tremava in cor.
E pensai quanto i tuoi clivi Tarconte
Coronato pontefice salì,
E, fermo l’occhio nero a l’orizzonte,
Di leggi e d’armi il popol suo partì;
E quando la fatal prora d’Enea
Per tanto mar la foce tua cercò,
E l’aureo scudo de la madre dea
In su l’attonit’onde al sol raggiò;
E quando Furio e l’arator d’Arpino,
Imperador plebeo, tornava a te,
E coprivan l’altar capitolino
Spoglie di galli e di tedeschi re.
Fiume d’Italia, e tu l’origin traggi
Da questa Etruria ond’è ogni nostro onor;
Ma, dove nasci tra gli ombrosi faggi,
L’agnel ti salta e túrbati il pastor.
Meglio cosí, che tra marmoree sponde
Patir l’oltraggio de’ chercuti re,
E con l’orgoglio de le tumid’onde
L’orme lambire d’un crociato piè.
Volgon, fiume d’Italia, omai tropp’anni
Che la vergogna dura: or via, non piú.
Ecco, un grido io ti do—Morte a’ tiranni —;
Portalo, o fiume, a Ponte Milvio, tu.
Portal con suono ch’ogni suon confonda,
Portal con le procelle d’Apennin,
Portalo, o fiume; e un’eco ti risponda
Dal gran monte plebeo, da l’Aventin.
Tende l’orecchio Italia e il cenno aspetta:
Allor chi fia che la vorrà infrenar ?
Cento schiere di prodi a la vendetta
Da le tue valli verran teco al mar.
Risplendi, o fausto giorno. Ahi, se piú tardi,
Romito e taumaturgo esser vorrò:
Da la faccia de’ rei figli codardi
Ne le tombe de’ padri io fuggirò.
Con l’arti vo’ che cielo o inferno insegna
Da questi monti il foco isprigionar,
E fiamme in vece d’acqua a Roma indegna,
Al Campidoglio vile io vo’ mandar.

I veli della storia

Liliana Ugolini

Del Burattinaio non seppi
se non quando vidi passare in carri
i veli della storia. Nell’immenso
immersa in tempi lunghi
tra marionette in parti
volsi domande ai burattini.
Loro per carne e fili
riannodavano i carri con i veli
certi di andare dove volevano

S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo

Cecco Angiolieri

Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco, arderei’ il mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil en profondo;
s’i’ fosse papa, serei allor giocondo,
ché tutti ‘ cristiani embrigarei;
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui:
similemente faria da mi’ madre.
S’i’ fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le vecchie e laide lasserei altrui.

Al di là dello specchio fatato

Cinzia Demi

Cinzia Demi

Da “Al di là dello specchio fatato” Fiabe in poesia
(Il Filo, Viterbo, 2010)
Il libro è un viatico per attraversare la soglia dell’altrove dove unire la fiaba con la poesia, dove provare a vincere le paure dell’inconscio, incontrare eroi ed eroine in una pausa narrativa che permetta di carpirne i segreti, lo stato d’animo, le laboriosità delle imprese. Cosa raccontano le fiabe attraverso il loro linguaggio veloce e la corsa verso il tempo degli eroi e delle eroine? Come si sposa la poesia con la fiaba? Cosa può aggiungere o togliere all’intreccio della trama? Cappuccetto Rosso, Pelle d’asino, Rosaspina, La piccola Fiammiferaia, Barbablù e persino il burattino Pinocchio (per il cui romanzo Collodi pesca molto dal fiabesco) vengono così raccontati in un’insolita veste che approfondisce le tematiche sociali che le loro storie contengono.
[…]
Cappuccetto Rosso
perché quel mantello rosso
perché proprio nel bosco
e perché quel lupo ti attirò
t’incantò col suo fare così losco
non bastarono
della mamma i consigli
i sospiri della nonna
i forti battiti del cuore
a fermare l’ardore
stregata dai suoi occhi
da tutto quel calore
dall’odore selvatico
il viatico iniziasti
della più nera perdizione
maledizione alla morale
– mi piace non può far male –
pensasti ormai rapita
non è questa la vita
non è forse un’occasione
eri già tra le sue braccia
o zampe dovrei dire
tra le sue fauci finita
addormentata per sempre
in un boccone scordata
ti trovò il cacciatore
bianca accovacciata
nel lenzuolo di seta
di rosso solo un lembo
fra le cosce e il pianto fermo
***
Pinocchio
c’era freddo quel giorno
il freddo di sempre
sotto i vestiti invadente
a strappare il berretto
di mollica
a Pinocchio
– stupido cielo stamattina
che t’accanisci su di me –
disse quel legno
dal mondo parallelo
burattino
o bambino
alla pianta di corsa
sarebbe ritornato
o a casa dal suo babbo
– ah, non fosse mai scappato –
ma la corsa
era alla morte
poteva sempre entrare
da tutte le sue porte
con lutti di bambine
e catene e impiccagioni
e fritture
e annegamenti
e poi tutti quei padri
da Mangiafuoco ai ladri
e ancora gli animali e quanti
da soma da lavoro da circo
da galera
consiglieri petulanti
e in bocca al pescecane
un buio sempre più fitto
rigurgiti di pesce
e un vecchio zitto zitto
è lui
Mastro Geppetto
-Oh, padre
a casa ti posso riportare –
e il naso gli scompare
il legno si fa carne
ora
non è più strano
la Fata gli può dare
le vesti sue d’umano
ma è un Cristo ancora in croce
che impone la sua voce
povertà per vanità
è il prezzo da pagare

O Notte, o dolce tempo

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo Buonarroti

O Notte, o dolce tempo, benchè nero,
con pace ogn’opra sempre al fin assalta,
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onora ha l’intelletto intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero,
che l’umid’ ombra e ogni quet’appalta,
e dell’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria all’alma, al cor nemica,
ultimo degli afflitti e buon rimedio,
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciugh’ i pianti e posi ogni fatica
e furi a chi ben vive ogni ira e tedio

La casa di Maria

Cinzia Demi

Cinzia Demi

Nell’Anno Santo 2015-2016, nel Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco, il lavoro di Cinzia Demi cerca di dare una delle tante possibili interpretazioni di questo gesto, tanto semplice quanto, a volte, dimenticato. L’idea di Misericordia dell’autrice parte dalla figura di Maria e dall’Annuncio che le viene fatto, accogliendo il quale la Vergine compie un gesto di Misericordia verso il mondo. Il lavoro svolto sull’Annunciazione rende una Maria simbolo di accoglienza e, come madre di tutte le madri, dà valore alla madre stessa capace di accogliere e quindi di essere misericordiosa.
Dal grande mistero dell’Annuncio e dall’alto valore simbolico dell’accoglienza, racchiuso nel sacro evento, nascono le figure umanizzate di Mara e Gabriele che non potranno non piacersi e che rinunceranno ai loro sentimenti per un fine più alto. Con un “convitato di pietra”, la “casa di Maria”, e un rappresentante del regno animale, che assurgono a testimoni dell’accaduto e diventano portatori del senso dell’accoglienza nel mondo reale calato nel destino stesso delle madri.
da “Maria e Gabriele l’accoglienza delle madri”
Sono venuto a compiere
la visione santa.
Dio mi guarda, mi abbacina…
Ma tu, tu sei la pianta.
Rainer Maria Rilke
Annunciazione (le parole dell’angelo)
dal Libro delle immagini
[…]
non mi pensate come
se fossi un reliquiario un tempo
avevo appesi ai miei chiodi
gli angoli e le vesti della festa
ero le gesta lo spirito
di una donna innamorata
della sua normalità
in me avvenne il miracolo
l’eccezionalità
insieme entrammo
nella storia in noi fu
l’oasi d’ascolto
che a Dio dette la gloria
nel silenzio smarrito
che vedemmo
farsi mistero farsi ordito
*
un senso sono qui
per dare un senso
alle emozioni stelle polari
o anfore del buio
alla potenza del destino
che si fa ombra
in un fremito di grembo
all’accoglienza che chiede
spazio alla nostra vita
e non al tempio
come la madre che
accolse il figlio
sapendo quanto fosse
seme e poi embrione
già nella voce dell’angelo
già nell’Annunciazione
*
le madri sole vi dico
conoscono l’attesa
le madri sole hanno
nel corpo l’accoglienza
l’infiorescenza del polline
portata fin sulle curve dei ponti
sui pennoni sui barconi
di pece e amianto
quando pulsa la marea
della sera quando si alza
un canto un canto che
pare un tepore di nulla
rubato agli uccelli notturni
alle ricolme acquasantiere
dei gommoni alle mani
che benedicono lo stesso
[…]
portata e raccolta
dal mistero dell’angelo
a una semplice donna
una che non è ancora storia
una che non è Madonna
“Rallegrati, piena di grazia,
il Signore è con te” le dice
aprendo l’insenatura
formando un disegno
sul corpo che è già
ricolmo e che brucia
mentre si adagia sul fianco
*
mentre cerca o crede
e ha già capito
che il suo ascolto
sarà il futuro
la fecondità la forza
del domani stringerlo
quel ventre col sorriso
già pieno d’amore
voltarsi a quella luce
chinarsi al suo volere
ora può ripassare le parole
accennare a un saluto
non temere
le fattezze o l’ardore
compiuto è il passaggio
impaginato il messaggio
*
e raccolto in un diario
aperto e quotidiano
scritto con i gesti
col segno della croce
raccontato a voce
in quell’ultima periferia
del mondo questa è la storia
di Maria la storia di Maria
che vide l’Angelo del Signore
che accolse il Salvatore
che si fidò di una parola
data ne fu per sempre
trasformata questa
è la storia che si racconta
ancora per l’accoglienza
che venne data

Perchè restare

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù, dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio – lo so – è ch’io bada
prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
da un pezzo – già non se ne fosse andata
da questi luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso uscire
da me stesso come,
dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. Io son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. Io
qui mi rispondo e ho il mio
interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
d’un frastuono senz’ombra
d’anima. Di parole
senza più anima.