Quasi un madrigale

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Il girasole piega a occidente
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l’aria dell’estate
s’addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S’allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest’ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.
Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull’argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l’acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s’oscura.
E l’uomo che in silenzio s’avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.

compleanno

Maria Attanasio

Maria Attanasio

Come un’anima in pena un osso d’albicocca
in vuota fruttiera tra sacchi d’immondizia
detriti della discarica in cerca di che non sapeva.
Travestita da prete entrò in una chiesa
e disse messa: i santi nelle nicchie
la guardarono incazzati. Gridò scivolò
resistette, spinta infine sul carro merci
tra i rastrellati. Suonavano le sette
all’orologio della stazione -il due febbraio
del quarantatre- tra sibili e nomi alla ruota.
da IL ROSSO E NERO VERSO
(ed. Il Faggio, Milano 2007)

lettera a un amante morto

Maria Attanasio

Maria Attanasio

Amore mio -pagina scritta anemico testo di poesia-
ci provo a dirti come stanno le cose. Che stanno malissimo.
Nostro figlio a dieci anni ricoverato nel reparto incurabili,
e l’amico tuo -il filosofo del pensiero forte-
promuove filosofie in televendita.
Una scrittura disobbediente devia fiumi e petroliere
scavando crepe tra gli zigomi e il mento
omologando ai mercati la torre di Babele.
E umani rottamati a fini produttivi.
Ogni tanto di notte sento un fiotto di grida che proviene dal mare
-un clandestino mi dico sta annegando-
tappo finestre e tivù mi chiudo ermetica tra i segni
aspettando che si faccia giorno, ma sogno martelli
coltelli da cucina punteruoli in questa veglia sbieca di morenti.
Un’ultima cosa, risibile se vuoi,
i negativi delle foto li ho persi nel trasloco,
e non li ho più trovati intelletto e verità.
Esposte a scarpe chiodate al gelo dei mattoni
le nostre figure di passione.
da IL ROSSO E NERO VERSO
(ed. Il Faggio, Milano 2007)

Cyparissus

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Nella distesa piana priva d’ombra,
sulla cima d’un colle verde d’erba tenera,
giunse Orfeo, e tocccò le corde della cetra:
e subito d’intorno nacque l’ombra. E apparve la quercia
e l’albero delle Eliadi, e l’ischio dalle alte fronde,
il tiglio delicato, il faggio, il vergine lauro,
il fragile nocciòlo, il frassino utile per l’aste,
l’abete senza nodi, il leccio curvato dalle ghiande,
il platano felice, l’acero di vari colori,
il salice che vive lungo i fiumi e il loto delle acque,
il bosso sempre verde e l’umile tamerice,
il mìrto di due colori e il viburno dalle bacche cerule.
Veniste anche voi, edere dai prensili piedi flessuosi,
con la vite densa di foglie e l’olmo avvolto di tralci
e gli orni e le picce e gli àlbatri colmi di rossi pomi
e la lenta palma, premio al vincitore,
e il pino con l’aspra chioma raccolta in cima,
caro alla madre degli dèi, anche se Ati
lasciò per Cibele la sua natura d’uomo
e s’indurí in quel tronco. E fra quegli alberi
apparve anche il cipresso, simile alle mete,
albero ora, ma fanciullo un tempo diletto
al dio che piega le corde dell’arco e della cetra.
Viveva un cervo meraviglioso, sacro alle ninfe
delle terre di Cartaia. Ramose e aperte,
fitta ombra spargevano le corna sul suo capo:
e splendevano d’oro. E dal liscio collo,
giù sugli òmeri pendevano collane di gemme.
Dal giorno della nascita, legato con tenui fili,
un piccolo globo d’argento oscillava sulla fronte,
lucevano perle alle orecchie, intorno alle tempie.
Senza timore, vinta la timidezza naturale,
entrava nelle case e abbandonava il collo
alle carezze di mani anche ignote.
Ma più era caro a te, Cyparissus,
il più bello fra gli uomini di Ceo. Tu lo guidavi
ai giovani pascoli e alle acque di chiara sorgente:
tu gli intrecciavi fiori di vari colori tra le corna,
e talvolta, lieto cavaliere, andavi qua e là
sul suo dorso e frenavi la sua bocca mansueta
con briglie purpurce. Ma un meriggio d’estate,
quando la calura ardo le curve braccia del Cancro,
il cervo riposava stanco sull’erba del prato
al fresco d’ombra che stendeva un albero;
e Cyparissus ignaro lo trafisse con un dardo.
E come vide che moriva per il colpo crudele,
invocò subito la morte. Quante parole di conforto
gli rivolse Febo dicendo che non valeva dolore
quella perdita lieve: ma, nel continuo lamento,
egli chiede agli dèi, quale dono supremo,
di lasciarlo sempre nel pianto. E senza fine pianse
tutto il suo sangue, e le membra presero a inverdire,
e i capelli, prima fluenti sulla fronte bianchissima,
divennero ruvide fronde, e già dure
volsero l’esile cima verso il cielo stellato.

Nero Seppia

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

In questo paesaggio
rimangono due mani che vangano la terra
un albero gira ed è tutta la preghiera.
Vorrei essere semplice nel dire
come questo tuo parlare senza colore
l’inizio del segno, o solo la sua conclusione.
Gli uomini sono nel mezzo.
Qualcuno si è allontanato e
ci ha lasciati soli
i poeti rimangono in un cappotto
sono attenti, nella distanza delle mani.
Chi è necessario dice ciò che resta
e non vuole niente.


Sebastiano Aglieco (Sortino, 1961) da Giornata (Ed. La vita felice, 2003)

Matri njura

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Chiama ra ‘n fossu, nu ruppu ri
tammùru ca ‘nfùnnica u sancu
ti fa vèniri ri sciancu e i to
manu m’abbràncicunu.
Veni versu a mmia
ràpiti na strata nna l’occhi
nno chiantu scuru re ucchi.
Njura, comu ti visti, comu nun
ti chiancji; stiddàta.
I frazzi sèntunu u pisu
i nnomi s’ammùccunu cu chiama.
Chisti fùrunu i spadi: bestèmmji ca
‘ncùcciunu petra e celu.
Assisi, 27/03/2005
Madre nera
Chiama da un fosso, un groppo di/tamburo che sprofonda il sangue/giungi dal fianco e le tue/mani mi afferrano./Vienimi incontro/apriti una strada negli occhi/nel pianto scuro delle bocche./Nera, come ti vidi, come non/ti piansi, stellata./Le braccia sentono il peso/i nomi divorano chi chiama./Queste furono le spade: bestemmie che/spaccano pietra e cielo.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

Imitazione della gioia

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l’ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.
Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.
Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.

La mamma ha portato l’acqua, un dono

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

La mamma ha portato l’acqua, un dono
per le campagne, l’acqua nella sua bocca
dissetata. Senti? Un rosario ci accoglie
dalla distanza della casa per la pace nostra
perché tu possa ritrovare nello specchio di
Dio il viso delle origini, la dimenticanza
nel dono del battesimo; entrare nella
vita con la corona dei santi
il bianco virgineo delle pupille
un odore di fragola che presto dimentichiamo.
Ti porti questo canto alle porte
e sulla soglia della casa
non più dimenticata
non più ti perderai.
(da Dolore della casa, Il ponte del sale 2006)