Cyparissus

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Nella distesa piana priva d’ombra,
sulla cima d’un colle verde d’erba tenera,
giunse Orfeo, e tocccò le corde della cetra:
e subito d’intorno nacque l’ombra. E apparve la quercia
e l’albero delle Eliadi, e l’ischio dalle alte fronde,
il tiglio delicato, il faggio, il vergine lauro,
il fragile nocciòlo, il frassino utile per l’aste,
l’abete senza nodi, il leccio curvato dalle ghiande,
il platano felice, l’acero di vari colori,
il salice che vive lungo i fiumi e il loto delle acque,
il bosso sempre verde e l’umile tamerice,
il mìrto di due colori e il viburno dalle bacche cerule.
Veniste anche voi, edere dai prensili piedi flessuosi,
con la vite densa di foglie e l’olmo avvolto di tralci
e gli orni e le picce e gli àlbatri colmi di rossi pomi
e la lenta palma, premio al vincitore,
e il pino con l’aspra chioma raccolta in cima,
caro alla madre degli dèi, anche se Ati
lasciò per Cibele la sua natura d’uomo
e s’indurí in quel tronco. E fra quegli alberi
apparve anche il cipresso, simile alle mete,
albero ora, ma fanciullo un tempo diletto
al dio che piega le corde dell’arco e della cetra.
Viveva un cervo meraviglioso, sacro alle ninfe
delle terre di Cartaia. Ramose e aperte,
fitta ombra spargevano le corna sul suo capo:
e splendevano d’oro. E dal liscio collo,
giù sugli òmeri pendevano collane di gemme.
Dal giorno della nascita, legato con tenui fili,
un piccolo globo d’argento oscillava sulla fronte,
lucevano perle alle orecchie, intorno alle tempie.
Senza timore, vinta la timidezza naturale,
entrava nelle case e abbandonava il collo
alle carezze di mani anche ignote.
Ma più era caro a te, Cyparissus,
il più bello fra gli uomini di Ceo. Tu lo guidavi
ai giovani pascoli e alle acque di chiara sorgente:
tu gli intrecciavi fiori di vari colori tra le corna,
e talvolta, lieto cavaliere, andavi qua e là
sul suo dorso e frenavi la sua bocca mansueta
con briglie purpurce. Ma un meriggio d’estate,
quando la calura ardo le curve braccia del Cancro,
il cervo riposava stanco sull’erba del prato
al fresco d’ombra che stendeva un albero;
e Cyparissus ignaro lo trafisse con un dardo.
E come vide che moriva per il colpo crudele,
invocò subito la morte. Quante parole di conforto
gli rivolse Febo dicendo che non valeva dolore
quella perdita lieve: ma, nel continuo lamento,
egli chiede agli dèi, quale dono supremo,
di lasciarlo sempre nel pianto. E senza fine pianse
tutto il suo sangue, e le membra presero a inverdire,
e i capelli, prima fluenti sulla fronte bianchissima,
divennero ruvide fronde, e già dure
volsero l’esile cima verso il cielo stellato.

…odiavo l’inverno

Maria Attanasio

Maria Attanasio

…odiavo l’inverno e mi dispiacque
essere ameba nella notte antartica
-sorte di banco in banco acuminato
letargo- aspettando tra le tempeste
che Magellano doppiasse Capo Horn
o che un qualche animale sulla tolda
mi metabolizzasse in balzo di tigre
nella savana. Al buio continuai la mia corsa,
poi gli occhi vicinissimi allo specchio
verdi, radianti…
da AMNESIA DEL MOVIMENTO DELLE NUVOLE
(ed. La VITA FELICE; Milano, 2003)

Nel mondo delle epoche

Maria Attanasio

Maria Attanasio

Nel mondo delle epoche echeggiavano risate
vibrazioni come tuoni tempeste in lontananza
erano invece i parlanti -guerre epidemie campi
minati e campi di sterminio- avremmo voluto
soffrire per quelli, portare un qualche aiuto
-Spartaco a Roma è crocifisso- eravamo
ciechi e resistenti: grumo afasico e incolore
che non volendo era.
da AMNESIA DEL MOVIMENTO DELLE NUVOLE
(ed. La VITA FELICE; Milano, 2003)

I Boschi Celti

Dina Basso

Dina Basso

La lüs da bon cumand l’è un gran pitur
e la fa gió ritratt par tücc
a dumandàgh in daa manera giüsta
da lassà chì un retàngul da ricord.
Ma ti la machina vérdala no
’me i urévas i cassett di bisgiù;
pütòst pensa ai lastron da prea liscia
temé i lastar di foto che i geolugi
tiran föra ien da fossil, i pess
ca pâr di frasch ei frasch di pess,
e tütti insema hinn diventâ di sass
sü chì futugrafij c’ha faj ul scür.
Oh busch, oh mar di mort, mai mort dal tütt,
se i piant da prima hinn diventâ da sass
e sass e tera hinn diventâ di piant,
l’è ’l ciel ca l’è sen’ drê futugrafà
ul mar o ’l mar ca ’l futografa ’l ciel
temé ’l nagótt l’è ’l negativ dul mond
e dul nagótt ul negativ l’è Diu?
Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, 1963), da I bosch di Celti – Il bosco celtico (Sartorio edizioni, 2008)
La luce generosa è un gran pittore / e fa il ritratto a tutti / se lo si chiede nel modo giusto / di lasciarci un rettangolo di ricordi. // Ma tu non aprire la macchina fotografica / come gli orefici gli scrigni dei gioielli; / piuttosto pensa ai lastroni di pietra liscia / come lastre fotografiche che i geologi / estraggono piene di fossili, i pesci / che sembrano foglie o le foglie che sembrano pesci, / tutti quanti pietrificati / su quelle fotografie fatte dal buio. // Oh bosco, oh mare dei morti, mai morti del tutto, / se le piante di prima diventarono pietra / e pietra e terra diventarono piante, / è il cielo che non smette mai di fotografare / il mare o il mare che fotografa il cielo / come il nulla è il negativo del mondo / e del nulla il negativo è Dio?
Edoardo Zuccato è un poeta che scrive in dialetto altomilanese; propongo di leggerlo perché, a mio parere, è un dei pochi che riesce a dire tutto col dialetto: il reale, l’astratto, l’irreale e l’invisibile, sempre scrivendo testi composti, compiuti. Non è una cosa semplice, perché il dialetto, seppure possa dar voce ad ogni aspetto della vita, nasce inevitabilmente dalla concretezza, ed è facile che si resti imbrigliati in una poetica del “quotidiano forzato”. La poesia che ho scelto inanella interrogativi enormi e quasi indicibili, ma parte dalla certezza che il legame tra morte e vita accomuni tutti gli esseri. Non sappiamo se questo destino collettivo possa dirsi illuminato dal nulla o dalla luce di Dio; ma possiamo continuare a interrogarci in merito, provare a scrivere belle poesie. (Dina Basso)

Quasi un madrigale

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Il girasole piega a occidente
e già precipita il giorno nel suo
occhio in rovina e l’aria dell’estate
s’addensa e già curva le foglie e il fumo
dei cantieri. S’allontana con scorrere
secco di nubi e stridere di fulmini
quest’ultimo gioco del cielo. Ancora,
e da anni, cara, ci ferma il mutarsi
degli alberi stretti dentro la cerchia
dei Navigli. Ma è sempre il nostro giorno
e sempre quel sole che se ne va
con il filo del suo raggio affettuoso.
Non ho più ricordi, non voglio ricordare;
la memoria risale dalla morte,
la vita è senza fine. Ogni giorno
è nostro. Uno si fermerà per sempre,
e tu con me, quando ci sembri tardi.
Qui sull’argine del canale, i piedi
in altalena, come di fanciulli,
guardiamo l’acqua, i primi rami dentro
il suo colore verde che s’oscura.
E l’uomo che in silenzio s’avvicina
non nasconde un coltello fra le mani,
ma un fiore di geranio.

A matri fujùta nno scuru

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

Si scupppuliàu u tettu
nu ventu arraggiàtu u fici vulàri
scuppàu, fici tùmmula nno curtìgghiu
vicìnu, niscènu fora i fìmmini jttànnu
uci, ‘n cutèddu ci tagghiàu i testi
c’èrunu rasti rutti e sporti
ri latti, a matri ruppi i potti
niscju ‘n ciumi
vippi tutti i vucchi r’addèi
e a màchina s’asdurrubbàu
‘m menzu e buffi.
La madre fuggita nel buio
Si scoperchiò il tetto/un vento feroce lo trascinò via/cadde sbattendo, nel cortile/vicino, uscirono le donne gridando/un coltello ci tagliò le teste/vasi rotti e borse/di latte, la madre ruppe le porte/un fiume straripò/bevve tutte le bocche dei neonati/e l’auto precipitò/in mezzo ai rospi.
(da Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013)

Nero Seppia

Sebastiano Aglieco

Sebastiano Aglieco

In questo paesaggio
rimangono due mani che vangano la terra
un albero gira ed è tutta la preghiera.
Vorrei essere semplice nel dire
come questo tuo parlare senza colore
l’inizio del segno, o solo la sua conclusione.
Gli uomini sono nel mezzo.
Qualcuno si è allontanato e
ci ha lasciati soli
i poeti rimangono in un cappotto
sono attenti, nella distanza delle mani.
Chi è necessario dice ciò che resta
e non vuole niente.


Sebastiano Aglieco (Sortino, 1961) da Giornata (Ed. La vita felice, 2003)

Lettera alla madre

Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi,
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.>> – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore,
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
<di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater.