Come un polpo sbattuto

Vittorio Bodini

Vittorio Bodini

Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio
si arricciolavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d’impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell’interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola – un’altra pena; e tu un’altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell’amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

zoom su tutte le città ferite a morte

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

nella polvere scompaiono le scene come fossero
bagliori di una notte mai trascorsa
se mi abbracci anche una sola volta
la guerra scompare
abbracciati fuggiamo dagli scannatoi
da chi sogna di farsi cadavere tra cadaveri
abbracciati fuggiamo dall’empietà
di ricondurre i corpi negli spazi della prenascita
ci guardiamo nel fondo nero del bosco
confusi abitanti del caos
boia e animali sacrificali
mentre il fiotto soffoca il respiro
dei boschi dei nidi
di ciò che resta delle case
dove avevamo in mente di ritornare
come spiegheremo ai figli l’allarme ininterrotto
se non sotto una maschera di vergogna?
chi ritirerà la posta dalle cassette
mentre le arance rotolano dal cesto?
Nota: l’espressione in corsivo è tratta da Il cieco canta alla sua città, in Poesia al femminile, Abdulah Sidran, Ed. Saraj, 2006.
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Eri sospesa come in figura il fante

Laura Sergio

Eri sospesa come in figura il fante
o le corde che involano l’atleta
la pelle tesa nella postura slabbrata delle cose.
Sto alla recita come il cattivo attore
il sorriso scontroso al volto spaurito.
Sfuggire il silenzio è per sfuggirsi.
Laura Sergio (Lecce, 1983), da Il filo della scure (Manni, 2014)

urti gentili

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

mi manca la lingua mi manca
quella timidezza di vocali aperte
di zeta dolce nel grazie
un incurvarsi della voce in gola
come a piegarla fossero le pietre
salentine del ricordo o forse
una malinconia residua della nascita
ingorgo che resiste
allo sperpero del vivere
furore dei cieli di una volta
grida bianche dei dolmen che insistono
nel vedere il mattino sorgere
sulle rovine ogni volta
qualunque sia l’inclinazione della luce
mi manca quella strana paura
prima di ogni viaggio
come un sottile rifiuto della distanza
come di albero che impone alle radici
un limite all’espandersi e si concentra
sulla cura dei frutti
pure amo
tutto questo calpestio di genti nella città
l’impasto lento di animelingue
il rompersi dei meridiani l’inarcarsi dei ponti per
———–
urti gentili
questo annodarci annodando
i cesti della fiducia con antiche dita
da TRITTICI-IL SEGNO E LA PAROLA

di voce attesa

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

una specie di lamento sottile
un gemito piccolo di gioia
come un timbro distorto per l’iridescenza delle acque
è la voce embrionale che attraversa la bolla salina
risuona nelle vene alla madre
e preme e le canta la sua elementare infanzia
chiede di sfolgorare in concerto nel giorno
dell’uscita luminosa quando
il minuscolo corpo verrà adagiato
sull’addomepianeta che riconosce
l’emissione di onde alla madre si compie
per distacco di corone vocali sottili come aureole
e lei interpreta e trema e costruisce
un paesaggio di case-alberi-strade
divinazione al primo cammino
lei avvia un’assertiva preghiera
salute prima poi bellezza e buona sorte ex aequo
tutto accadrà dovrà accadere
per volontà- rito-destino
o solo
per un in-cantamento
da OTHER SIGNS, OTHER CIRCLES

Respiro

Raffaele Niro

Raffaele Niro

Uso le virgole
come punti di sutura
per chiudere le ferite,
ma il respiro trova sempre
labbra dischiuse
e col favore della lingua
bacia quel piccolo dolore
fino ad arrivare
al centro della terra.
Tra le cavità orali
la narrazione del sangue
nutre della mia storia
le radici dell’albero
genealogico
le quali affondano le dita
verso il fiume
del tempo che scorre
fino al tuo nome.
Ora la terra trema
e arde magma e lava
la firma di dio
dal vecchio testamento
che diventa principio
d’una nuova primavera
di cui si sente gia l’odore
nelle mani protese
a semina di scrittura.
Raffaele Niro (San Severo, 1973), da Lingua di terra (La Vita Felice, 2013)

Ragno in goccia d’ambra

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

Se è vero
che la parola vera nasce dal silenzio
voglio tacere. Fino
ad un silenzio compulsivo
Dopo
Dopo lo sperpero dei segni, dopo
la purificazione delle stanze, spenta
l’ultima scintilla sullo schermo
soltanto pietre
da interrogare
Dure. Come irremovibili
speranze. Dure
come disperazioni
Scoprire l’atteggiarsi possibile
della bocca a grido
nel contagio dell’ambra che rafferma
un minimo urlo di Munch
Era
stella viva tra i rami
immobile nel possesso della ragnatela
signore dell’equilibrio nella fragilità
stratega del fulmineo, fulminato
Urlo nel tuo silenzio, taccio
nel tuo grido
ragno in goccia d’ambra
da CURVE DI LIVELLO

La piazza delle vinte tarantole

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

Abbiamo altre parole questa notte:
un corpo musicale,
a vendicare il tempo
passato senza fuochi
Abbiamo l’alba
che batte su pelli tese in sarabanda,
furore d’argento sugli olivi,
fino al mare – l’eco
ingelosisce le grotte –
Piedi
a scandire colpi d’amore sulla terra
E tuoni
a dissipare tutte le aracnitudini
In piazza l’aria
è disegnata di spade con le braccia
Le ragazze scintillano la terra
dove ballano
Volano i cerchi delle gonne alla luna
S’incendiano i tamburi. Fino a sangue
(A sciogliere i cani ritmici, all’unisono,
si sfianca la paura)
Nota: questa è una piazza del Salento, dove in una notte d’agosto il suono dei tamburellisti coinvolge la popolazione in un ballo liberatorio collettivo, retaggio di antichi riti dionisiaci.
da PORTE/DOORS

Amedeo Modigliani-Bambina in abito azzurro, olio su tela

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

forse non è ancora mattina
forse è un sogno scuro che ancora morde
o è voce destinata che cade sul mio capo
maman mi sveglia
mi stringe i capelli col nastrino rosso
mi fa indossare l’abito azzurro-calmo
oggi andiamo da Amedeo
ma tu vedi come dentro scalpito
come resisto e stringo le labbra
(lupi dal futuro già s’avventano)
mi hai sistemato in posa – bambola-nell’angolo –
raccomandato resta così ferma
mi stringo le mani una sull’altra come
mi stessi da sola dicendo addio
non so se intera e vera
sto trasmigrando sulla tela
sento gli occhi staccarsi dal loro cielo
così a lungo ho fissato la fronte inquieta
le tue dita febbrili cosa mi vuoi strappare?
ho solo questo mio blu spaurito
e tutta l’incertezza del mondo
dal tuo respiro una pena segreta
continua a soffiare m’incendia il viso
ma tu dipingimi ti prego le pupille
fammi occhi chiari ben fissi nei tuoi
dovranno dire a infiniti occhi in stupore
di te di me
nel lunghissimo tempo
da ANDARE PER SALTI

Increasingly I Forget

Annamaria Ferramosca

Annamaria Ferramosca

increasingly I forget
where I’ve parked the car
the streets all look the same
with their sense of the sea encroaching
with the confusing call of stones
from the last riverbed a familiar
buzzing blows on the nape of my neck
on full sails that protect
my crossing
that’s where this land of mine breathes
with its wild motion, waiting,
it detaches from the continent, in silence
like Saramago’s raft
that’s where I must accompany
everyone who is gone from me
save the voices the maps
the travel advice the contagions of light
this is why somewhere out there
my car is patiently waiting
(traduzione di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti)