mentre i ragazzi fanno il tema

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Mentre i ragazzi fanno il tema
e le loro teste sono chine sul foglio
la stanza della classe riposa quieta
e brilla come una luce intorno ai loro capi.
Io li guardo, e la loro forza mi punge
– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa
e nei suoi occhi celesti sprofondo -,
alcune delle fanciulle sono meno belle
ma nei loro tratti rivedo la gloria
delle donne latine,
i modi augusti e i lineamenti noti,
– penso a giovani donne prenestine, antichissime,
ornate di monili, eleganti,
e a povere fanciulle, a contadine a pastore
dei secoli più bui -,
e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.
E in tutti, quanta attesa, quante speranze
– loro di tutti i miei allievi sono i più grandi, sono già grandi –
e penso: come non ho detto niente a loro!
come non ho fatto niente! – non avrei potuto? –
solo preoccupato di fare il professore,
nella fretta in cui sono sempre, e distratto,
come se non mi fossi mai accorto di loro.
E mi stupisco di essere stato capace
pure di galleggiare in questo abisso di luce,
di essere rimasto illeso, salvo, tra tanta forza di flutti,
tra tanto mare calmo come un cielo celeste.
(da La miniera, Fazi, 1997)

Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo
tu sei sempre stato e sempre sarai
ma se ti guardo con un tempo più lungo
anche tu morirai
diventando completamente piatto,
ogni giorno infatti diminuisci di un poco
e verrà il giorno che non ci sarai più;
se non, prima che questo accada,
succeda qualcos’altro che ti distrugga
o ti trasformi, infatti come a noi può cadere una tegola
da un momento all’altro, così a te un asteroide
può colpirti, o altri mille accidenti
possono capitarti. Ora tu hai sei cime
e sembra che tu le abbia da sempre
ma c’era un tempo che ne avevi sessanta,eri lungo fino a Sant’Angelo Romano
e non ti eri rotto in più punti ancora
e non c’era ancora il Tevere
in mezzo a te. E prima ancora?
Be’, prima ancora non eri neanche un monte,
eri terra piatta che si faceva su un fondo
marino giorno dopo giorno. Adesso sei bello, sembri
perfetto
ma sei stato bello anche in altri momenti,
posso immaginare che sei stato bello sempre
anche se non ti ho visto
quand’eri lungo e non c’era ancora il Tevere
e quand’eri basso ancora, che la terra si alzava
lentamente
e tu crescevi ogni giorno. Ti guardo
dalla Quadrara delle Aquile, la tua cima a nord,
ogni giorno perdiamo qualcosa, tutti e due,
ma stiamo qui, non ci muoviamo,
tu ti distendi al sole, io sopra di te,
due oziosi difficili da scalzare.

Claudio Damiani

(San Giovanni Rotondo, 1957), da Cieli celesti (Fazi, 2016)

Sì, ho cercato

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.
Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), inedito

se gli uomini avessero sempre da fare

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Se gli uomini avessero sempre da fare
sarebbe meglio
perché avrebbero meno tempo
per soffrire,
se ci fosse molta socialità
feste e canti, riti
molta natura, non quelle discoteche oscene
non quelle città schifose,
molta religione, più musica,
più fanciulle che danzano battendo i piedi
o cantando su barche scendendo i fiumi,
molto camminare nei boschi, molto studio e amore,
non quella televisione da lupanare, con facce da assassini,
molta arte, molta cortesia e gentilezza,
buone maniere, educazione, studio,
meno intellettuali ignoranti,
e quei vip, con quelle facce da maiali
che si rotolano nella loro merda,
più umiltà, molta più umiltà, e rispetto,
se ci fosse più silenzio, più feste
più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.
(da Il fico sulla fortezza, Fazi, 2012)

E questo canto, amore mio, di cicale

Claudio Damiani

Claudio Damiani

E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

Claudio Damiani

(San Giovanni Rotondo, 1957), da Cieli celesti (Fazi, 2016)

Mentre i ragazzi fanno il tema

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Mentre i ragazzi fanno il tema
e le loro teste sono chine sul foglio
la stanza della classe riposa quieta
e brilla come una luce intorno ai loro capi.
Io li guardo, e la loro forza mi punge
– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa
e nei suoi occhi celesti sprofondo –,
alcune delle fanciulle sono meno belle
ma nei loro tratti rivedo la gloria
delle donne latine,
i modi augusti e i lineamenti noti
– penso a giovani donne prenestine, antichissime,
ornate di monili, eleganti,
e a povere fanciulle, a contadine a pastore
dei secoli più bui –e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.
Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), daPoesie1984-201o (Fazi Editore, 2010)

Luna libera

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Per quale mai legale analogia
solo perché so in formule il tuo moto
dovrei pensarti schiava,
incatenata all’orbita,
e a questa, assimilare il mio cammino,
di attonito pastore rassegnato.
No,
per me sei vagabonda smemorata,
che sempre in campo aperto s’avventura,
ma la terra da un fianco la richiama.
A questa luna voglio somigliare,
a questa libertà che c’è in natura,
che è quella di seguire principi primi,
mossi da profonde spinte.
Daniele Bollea (Roma, 1945),daPrendere terra(I Quaderni del Battello Ebbro, 2000)
Ancora una poesia alla luna. Solo che stavolta l’autore è un astrofisico. E che ci dice il poeta-astrofisico? Che la scienza ha lasciato il meccanicismo, nel quale teneva segregata la natura, e si stupisce della sua libertà. Arte e scienza di nuovo insieme, come nel Rinascimento, e libertà umana non separata, ma strettamente collegata alla libertà della natura.
Scrive il poeta-astrofisico in una nota: “La natura non era più quella prigione da cui il pittore da secoli era in fuga cercando nell’anima la perduta libertà”. (Claudio Damiani)

Canzone dei caduchi

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Siamo caduchi, siamo quelli che cadono
sul campo di battaglia della vita.
Ci falcia il tempo, che ci insegue in ogni momento
dopo averci partorito,
ci tiene il fiato sul collo
e non ci lascia respirare.
Se ci fermiamo un momento
lui passa e noi lo stiamo a guardare
come dalla spalletta di un ponte
ma ci divora dentro.
Che cosa succederà domani
tu non lo puoi sapere
per questo sei nelle sue mani
e non ti puoi liberare.
Siamo caduchi, siamo quelli che cadono,
cadiamo come le mosche,
quando nasciamo ce l’abbiamo scritto in fronte
che cadiamo,
ma non ce ne vergogniamo
anzi camminiamo a fronte alta
con la nostra morte nel cuore.
Non siamo soli, siamo tanti,
siamo un esercito immenso,
marciamo insieme, spinti dal tempo
con questa croce sul cuore.
Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957)

caro Sole

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Caro Sole, tu ogni giorno
non so quante tonnellate di materia perdi
e anch’io, ogni giorno, perdo qualcosa,
ogni giorno perdiamo un giorno
ma quando sarà finito il tuo tempo
si potrà dire di te: è stata una stella generosa,
per tutto il tempo ha illuminato e scaldato
i corpi intorno, senza fermarsi mai
dando tutto il possibile di sé,
sempre al massimo delle sue possibilità,
tutto quello che poteva fare l’ha fatto
e tutti sempre l’hanno ringraziato
e l’hanno adorato, l’hanno benedetto
e nella sua lunga vita lui ha sempre gioito
della riconoscenza di tutti.
(Inedito)

Caro piccolo anatroccolo / la poesia alle elementari

Claudio Damiani

Claudio Damiani

Caro piccolo anatroccolo
adesso è notte, tu ti sei addormentato,
ti sei messo non so se sull’acqua o a terra sulla riva
forse tra le canne nascosto, tra le foglie secche.
Hai chiuso gli occhi, piccolo tesoro,
hai visto la sera venire,
prima farsi rosea la luce poi diventare buio,
un refolo di vento s’è alzato, l’hai sentito?
ed ecco le cose erano diventate nere,
hai sentito tiepide le pietre della riva,
hai avuto paura di qualcosa, non so di cosa,
ma poi hai giocato con una foglia,
col becco volevi affondarla nell’acqua.
Le mani del mio amore erano lontane dalle tue piume,
non ha potuto vederti, non ha potuto baciarti,
ma un dolce sonno è sceso nei tuoi occhi
e ti sei addormentato,
non so se sull’acqua, o a terra sulla riva.
Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957) da La miniera (Fazi, 1997)