Passerò per Piazza di Spagna

Cesare Pavese

Cesare Pavese

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ?
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu ? ferma e chiara.

(a lui stesso)

Fabio Donalisio

Fabio Donalisio

e fango è il mondo
forse un modo, un lutto
una possibilità di strada
anche vaga, vana
(…or not to be)
esistere contenti dei deserti:
resta questo oltre i collassi
gli sbagli e il tempo profondo
e (ovviamente, sì)
l’infinità vanità del tutto
Fabio Donalisio (Cuneo, 1977)

La vespa

Antonello Borra

È spaventoso immaginare un mondo
senza chi punge o senza un bel ronzare
o, peggio ancora, dove tutto è a posto,
sa di cera e di miele laborioso.
Meno male che il mondo è quel che è,
coi suoi vespai con questo desiderio:
dare alle sottigliezze della vita
un senso esatto come un pungiglione.
Nell’ora vespertina ognuno sente
che il mondo è di Caino e non di Abele.
da: Alphabetabestiario

La piuma del Simorgh

Roberto Mussapi

Roberto Mussapi

La luce non si attenua mai, si spegne.
Come l’uccello che conosciamo, per rinascere.
Èun inganno credere che qualcosa passi dal tempo
in cui fu pieno, a una senescenza.
Non c’è intervallo nel fuoco, c’è spegnimento
perché le braci si riaccendano, tu ti riaccendi.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
l’attenuazione della fiamma, il crepuscolo.
Non esiste un tempo intermedio,
tu passi e affoghi per rinascere,
questo è già scritto, nel fondo del mare,
impresso nelle cifre del corallo.
La vita che ti fece fu ambigua, e generosa,
tu le appartieni, sei tu che la fai vivere.
Ora che sta piovendo i passi si allontanano,
i tram sferragliano e sembra pioverà sempre,
ma c’è una porta, mai vista o spalancata di colpo.
Tu credi che il buio si avvicini, ma già incombe
la notte e il sogno che ti prende e abbraccia.
Ognuno si culla in un sogno spesso debole e incerto
per la paura del mattino, del canto del gallo
quando le ombre cadono e tu viva
stai conducendo il globo al suo risveglio.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
il lento divenire e la trasformazione del giorno
in una quiete muta, priva di stelle.
C’è solo, tu l’hai svelato, un incessante fuoco che rigenera.
Mussapi Roberto (Cuneo, 1952), daLa piuma del Simorgh (Mondadori, 2016)

Filastrocca di carnevale

Gianni Rodari

Gianni Rodari

Carnevale in filastrocca,
con la maschera sulla bocca,
con la maschera sugli occhi,
con le toppe sui ginocchi:
sono le toppe d’Arlecchino,
vestito di carta, poverino.
Pulcinella è grosso e bianco,
e Pierrot fa il saltimbanco.
Pantalon dei Bisognosi –
Colombina, – dice, – mi sposi?
Gianduia lecca un cioccolatino
e non ne dà niente a Meneghino,
mentre Gioppino col suo randello
mena botte a Stenterello.
Per fortuna il dottor Balanzone
gli fa una bella medicazione,
poi lo consola: – È carnevale,
e ogni scherzo per oggi vale.

Nenia, nel Canavese

Agostino Richelmy

Avevano l’altezza che ha l’arbusto
del mirto nero e stretto contro il muro,
camminavano insieme, egli robusto
il corpo, il volto soleggiato e duro,
ella infiammata e ondata da uno scialle
nel dolce portamento delle spalle.
Ora tra i muri o al più lontano prato
o in altra parte non li puoi trovare,
nemmeno discendendo fino al mare.
Fuori del luogo dove il tempo è stato
nessun ricordo si vede o si tocca.
Non c’è più fiato in loro, non c’è bocca.
Erano lì dove ora il mirto ha fiore.
Più meraviglia morte che l’amore.

Poesia n. 217 Giugno 2007
Agostino Richelmy. Poesia del disgelo
a cura di Irene Barichello

L’istinto

Cesare Pavese

Cesare Pavese

L’uomo vecchio, deluso di tutte le cose,
dalla soglia di casa nel tiepido sole
guarda il cane e la cagna sfogare l’istinto.
Sulla bocca sdentata si rincorrono mosche.
La sua donna gli è morta da tempo. Anche lei
come tutte le cagne non voleva saperne,
ma ci aveva l’istinto. L’uomo vecchio annusava
non ancora sdentato, la notte veniva,
si mettevano a letto. Era bello l’istinto.
Quel che gli piace nel cane è la gran libertà.
Dal mattino alla sera gironzola in strada;
e un po’ mangia, un po’ dorme, un po’ monta le cagne:
non aspetta nemmeno la notte. Ragiona,
come fiuta, e gli odori che sente son suoi.
L’uomo vecchio ricorda una volta di giorno
che l’ha fatta da cane in un campo di grano.
Non sa più con che cagna, ma ricorda il gran sole
e il sudore e la voglia di non smettere mai.
Era come in un letto. Se tornassero gli anni,
lo vorrebbe far sempre in un campo di grano.
Scende in strada una donna e si ferma a guardare;
passa il prete e si volta. Sulla pubblica piazza
si può fare di tutto. Persino la donna,
che ha ritegno a voltarsi per l’uomo, si ferma.
Solamente un ragazzo non tollera il gioco
e fa piover sassi. L’uomo vecchio si sdegna.

La morte del cardellino

Guido Gozzano

Guido Gozzano

Chi pur ieri cantava, tutto spocchia,
e saltellava, caro a Tita, è morto.
Tita singhiozza forte in mezzo all’orto
e gli risponde il grillo e la ranocchia.
La nonna s’alza e lascia la conocchia
per consolare il nipotino smorto:
invano! Tita, che non sa conforto,
guarda la salma sulle sue ginocchia.
Poi, con le mani, nella zolla rossa
scava il sepolcro piccolo, tra un nimbo
d’asfodeli di menta e lupinella.
Ben io vorrei sentire sulla fossa
della mia pace il pianto di quel bimbo.
Piccolo morto, la tua morte è bella!

Avrei voluto un morto in casa per poterti scrivere

Francesco Terzago

Francesco Terzago

Avrei voluto un morto in casa per poterti scrivere.
Per dirti: “È morta mia madre. Sono morto io. Corri!”.
Mia madre mi porta le lettere col tuo nome scritto dietro.
Taglio la busta, sfilo i fogli con le frasi fitte, li strappo,
li accartoccio, li infilo in bocca, comincio a masticarli.
Poi prendo la penna e faccio quella cosa, ti scrivo come se non fossi tu:
Cara Anna,
oggi è arrivata l’ennesima lettera di Anna, l’ho distrutta.
Lei per prima mi ha fatto questa violenza. Non la rivedrò più.
Vive e non posso neanche immaginarla perché è partita.
Ha cambiato tutto di sé, non sta più appresso alle mie pazzie.
Quando mi sono svegliato, stamattina, avevo i capelli lunghi;
mi sono accorto che sfioravano le spalle ma non mi davano fastidio.
Da dietro potevo sembrare lei: magari qualcuno mi avrebbe chiamato
col suo nome, ma non mi sarei voltato, per non rovinare tutto.
A maggio sarà un anno che è andata via, e non le ho scritto mai un rigo.
Non ho nulla di importante da dire, nessuna notizia bella o brutta.
Non posso scrivere cose che non accadono, non posso scriverle:
“Anna, non sopportavo di vederti fuori da me. Anna, era per amore”.
Se solo avessi ancora morti in casa per poterglielo scrivere;
se solo stamattina mi fossi svegliato col rumore di un pianto.
Ma in casa non ci sono più urla, è il vento a sbattere tutte le porte,
nessun lume rimane acceso nel buio, noi ancora non siamo morti.
Noemi De Lisi (Palermo, 1988), da La stanza vuota (Ladolfi, 2017)
– consigliato da
Francesco Terzago