non sono io che parlo

Nicola Bultrini

Nicola Bultrini

Non sono io che parlo
a un gigante neppure somiglio
mi vedi alto, pesante
ma non più forte.
Ricorda il saggio della scuola
il maestro e voi bambini in coro
timidi e fieri cercando
tra i volti quelli familiari.
Ci sono nel mondo anime immortali
che fanno le parole corpi potenti
amano la vita sfidandola,
il tempo stretto nella gola.
Io sono un’eco soltanto
che imita le cose
mentre dispero contro i venti.
Ma tutto partecipa nei grandi numeri.
Continua tu, a credere ai giganti
il tuono, il lampo che li avvolge.
da LA SPECIE DOMINANTE (Aragno, 2014)

prima di tutto la linea sottile

Nicola Bultrini

Nicola Bultrini

Prima di tutto la linea sottile
del cielo, come cornice.
Poi il disco solare e netti, attorno
i raggi. Quindi una casa, i muri,
il tetto spiovente, la porta col battente
bene in vista e le finestre appena
sopra e simmetriche. La trama
si arricchisce poi di piante
ornamentali, se capita un uomo,
cespugli e infine una nuvola,
schiumosa e bianca. Più raramente
un cielo nero e gocce di tempesta.
Una volta soltanto, durante la messa,
Gesù disteso, nella nuvola, a mani
aperte, chiaramente sorridente. Così
disegnano i bambini, ed io non più.
da LA CODA DELL’OCCHIO (Marietti, 2011)

ti ricordi quando pensavi fosse un assassino

Nicola Bultrini

Nicola Bultrini

Ti ricordi quando pensavi fosse un assassino
l’uomo al tavolo di fronte, la pelle piena di tatuaggi
la voce roca, una sigaretta poi l’altra.
Mi accarezzavi il braccio
e intanto lo guardavi di nascosto.
Lui sussurrava ai commensali
lo sguardo chino sul piatto. Poi
all’improvviso ti guardò ridendo
indicando una figura sulla sua spalla,
ti piace?
Ti vergognasti e lui tornò ai compagni.
Parlavano di turni, di squadre del cantiere
delle famiglie che andavano in vacanza.
E’ gente che lavora, figlio mio, che si fa
in quattro, lo vedi dalle mani, gonfie
scheggiate, bianche di calce sotto le unghie
e ruvide come carta vetrata.
La vita a volte è più semplice di noi
più trasparente.
da LA SPECIE DOMINANTE (Aragno, 2014)

Chè?

Massimo Gezzi

Massimo Gezzi

«Che è?», la tua prima domanda.
Oforse non è proprio così,
forse solo «Chè?», a proposito di tutto:
dei suoni, della luce lontana
delle stelle, del tuo corpo
e del nostro, delle formiche,
perché bastano poche lettere in fila
per aprire sprofondi, baratri,
orridi che noi ricopriamo con affanno
di parole, balbettii:
è il ginocchio, sono le stelle,
sono formiche che risalgono il muro
e lì il cancello. Tu però non desisti:
«Chè?», continui a chiedere,
anche dopo le risposte. Sillabiamo,
ripetiamo, ma sappiamo benissimo
che hai ragione tu.

Massimo Gezzi

(S. Elpidio a Mare, 1976), daIl numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Domande

Massimo Gezzi

Massimo Gezzi

Piove da due giorni: la tenda degli scrosci
s’infittisce e si dirada,
ma ininterrottamente si propaga
la sua nuvola d’acqua.La ragazza
stringe una tazza bianca, da cui sale
un fumo chiaro. Sorseggia lentamente,
tiene il sorso nella bocca prima di spingerlo
in gola. Si chiede se la pioggia
rappresenti un nuovo stato, se tirando
le radici di un luogo le scopriamo
infinite. Si abita così, credendosi per sempre.
Lei beve a sorsi brevi, nel pensiero raccoglie
i frammenti dei volti, si domanda
perché mai con la pioggia
rifioriscano i ricordi.
Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)

Due ritratti

Massimo Gezzi

Massimo Gezzi

Un tempo dovevano essere diversi,
i ritratti dei fratelli: lui in posa
contro uno sfondo prevedibile, solenne
(la torre, il castello, l’ampio arco del cielo);
l’altra stanca, dimessa, presa quasi di sghembo
in una stanza poco nobile, magari
la cucina. Adesso che li guardi, con la torre, il castello,
la cucina ormai deserti da anni, sono foto
di una stessa paura, scatti presi di nascosto
nello stesso momento.
Massimo Gezzi (S.Elpidio a Mare, 1976), da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

Mattoni

Massimo Gezzi

Massimo Gezzi

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.
Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.
Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.
Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.
Io con la poesia vorrei fare mattoni.
Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare (AP), 1976), daL’attimo dopo (Luca Sossella Editore,2009)

Se è vero che la polvere

Luigi Socci

Luigi Socci

Scarsi reperti, resti.
Nella scarpiera in frigo
nel posto delle scope
pochi grammi di scorie.
Come tipo
mi accontento di poco.
A me mi basta un niente
(un niente, 2-3 niente)
se è vero che la polvere
domestica è composta
dal nostro quotidiano sbriciolarci
in parte consistente.
Questa poesia è così buona
che si può dimostrare:
me la scrivo e non chiedo
cosa c’è da mangiare.
Luigi Socci (Ancona, 1966), da Il rovescio del dolore (Pequod, 2013)

Sei rimasto seduto

Luigi Socci

Luigi Socci

Sei rimasto seduto
dove stavi seduto da prima
senza il cappello per tenere il posto
che comunque nessuno vuole.
Ti attieni ai fatti.
Te li tieni stretti.
Guardi sembrare immobile
l’acqua dei rubinetti.
Luigi Socci (Ancona, 1966), da Prevenzioni del tempo (Valigie rosse, 2017)