gli oggetti sono cambiati

Maurizio Cucchi

Maurizio Cucchi

Gli oggetti sono cambiati, sono cambiato io.
Erano fatti per resistere, durare anche oltre noi;
costavano fatica, sangue, soldi,
erano carta assorbente opaca
che tramandava affetti e memorie.
Oggi sono lisci, lucenti, spettacolari
mucchi immensi di opulenza iniqua,
impermeabili, viscidi, io stesso
nel processo del tempo destinato
a questo oceano sgargiante di immondizia.
Vite pulviscolari, Mondadori, Milano, 2009

Amore non dannarmi

Alda Merini

Alda Merini

Amore non dannarmi al mio destino
tienimi aperte tutte le stagioni
fa che il mio grande e tiepido declino
non si addormenti lungo le pulsioni
metti al passivo tutte le passioni
dormi teneramente sul cuscino
dove crescono provvide ambizioni
d’amore e di passione universale,
toglimi tutto e non mi fare male.

aL cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito.

Simone Cattaneo

Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e
senza aggiungere altro se ne è andato.
E’ rincasato camminando sulla striscia a linea continua
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.
Poesia n. 231 Ottobre 2008
La stella polare: poeti dei tempi ‘ultimi’
a cura di Davide Brullo

Dall’imagine tesa

Clemente Rebora

Clemente Rebora

Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa –
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono –
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

Succede poi

Stefano Lorefice

Stefano Lorefice

Succede poi, dopo chilometri di strade sterrate che contengono
nuvole e foreste e fiordi, succede che spunti un tavolino di
plastica con tre sedie attorno, messe lì da chissà quale divinità
bislacca. Due case poco lontane, di legno. Una rossa, una blu.
E ancora chilometri di foreste e fiordi. Così, ti trovo seduta
esattamente di fronte a me, pronta a brindare alla notte che
d’estate, qui, è luce.
(Norvegia – Luglio 2007)
Stefano Lorefice (Morbegno, 1977), da Frontenotte (Transeuropa, 2011)

Beato chi scrive

Alessandro Carrera

Alessandro Carrera

Beato chi scrive,
chi morde la sghemba gommina
e consuma la mina,
chi scambia le lingue e i cognomi,
chi allinea pensieri
– se fosse un raccolto di pomi –
chi canta il poema africano
del suo parrocchetto che squilla,
la nota che trilla
dall’ultima ottava del piano,
chi conta le anse e le dune
della polvere a cui tornerà,
chi ignora moltissimo e sa,
adesso lo sa.
Beato chi traversa
il display del processore,
chi spacca quel vetro di sale
che preme i suoi fogli d’amore,
chi trova un momento a tirare
una riga e rifare il totale.
Beato chi si sveglia
in qualunque città dove è voluto,
beato chi ci parte fra un minuto,
una calza bucata e un principio di tosse,
beato chi prova col dito bagnato
il caldo del ferro da stiro sull’asse,
beato chi paga le tasse,
chi sospira sul cagnetto che possiede,
chi tenta il torrente col piede,
chi spanna gli occhiali e ci vede,
adesso ci vede.
E vede una cosa da nulla,
un falso carattere a stampa,
una lucciola cacchina,
appena una fiatata di spessore.
Beato chi è amico
di quell’informatore
che gli porta le soffiate che lui scrive,
e se poi le sta a guardare
sa benissimo che appena
le ha lasciate a refolarsi alla ventata
cercare di tenerle
e dire in giro sono mie
è come respirare
una cicchina già fumata.

L’uomo teneva alzato il braccio

Tommaso Di Dio

Tommaso Di Dio

L’uomo teneva alzato il braccio
davanti alla grande magnolia. Era una festa
una ricorrenza del calendario
civile italiano; e molti parlavano. L’uomo aveva ricevuto
un fratello morto, un’esplosione grande
che aveva spaccato il giudice Paolo
faccia cemento e corpi, molti anni fa.
Ciò che muore e ciò che non può morire, trovo scritto
in un grande libro del passato. Ho sbagliato tutto.
Invece ho sbagliato tutto, quell’uomo ripeteva
e teneva
il braccio alzato. Ciò che muore
è ciò che muore; e soltanto qui
ogni cosa sta compressa. Coagula caglia. Aspetta
il punto vivo sangue tuo
dove trapassa.
Occorre che tu la rifaccia
questa vita altrove.
Tommaso Di Dio (Milano, 1982), inedito
– consigliato da
Tommaso Di Dio

le caldi estati

Luca Ariano

Luca Ariano

Le caldi estati Giggino…
mammà a bollire i pomodori
per l’inverno:
il pentolone di pasta
non basta mai per sfamare…
Sono fuggiti per non vedere
notabili obesi seduti
dietro un tavolino.
Sei scappato anche tu…
quasi per caso in uno scaffale
di un supermercato hai ritrovato
la pummarola… quel sapore.
Li hai rivisti lì i figli dei notabili
ingrassare dietro altri tavolini;
Teresa avrà avuto la tua età,
poco tempo fa, quèla fioèula
sgozzata… bruciata nel bosco
mentre frusciano scoiattoli.
Si alza un vento da scoperchiare
tetti, domani ti siederai al caffè
parlando di un Impero mai esistito.
da La Renault di Aldo Moro

Sta finendo

Vincenzo Costantino

Vincenzo Costantino

La stagione della neve
sta finendo
come sta finendo il giorno delle lunghe
ombre
dietro gli scarichi delle auto
mentre trasportano la miseria
dell’abitudine
e l’assenza di curiosità.
Sta finendo
l’idea di guardare senza toccare con
mano
di ascoltare la voce della persuasione
dal televisore, unico referente di
coscienza
sta finendo
la stagione dei famosi un quarto d’ora
della gloria vana senza pietà
della fuga dal proprio futuro
sta finendo
l’amaro calice dell’indulgenza
l’odore di passerella e piccioni
il sapore di ferro e tabacco della movida
la fiducia nell’ignoranza
e l’arroganza dell’idiozia.
Sta finendo
la pazienza