Certezza

Antonia Pozzi

Antonia Pozzi

Tu sei l’erba e la terra, il senso
quando uno cammina a piedi scalzi
per un campo arato.
Per te annodavo il mio grembiule rosso
e ora piego a questa fontana
muta immersa in un grembo di monti:
so che a un tratto
– il mezzogiorno sciamerà coi gridi
dei suoi fringuelli –
sgorgherà il tuo volto
nello specchio sereno, accanto al mio.

Telegramma

Milo De Angelis

Milo De Angelis

La finestra è rimasta come prima. Il freddo
ripete quell’essenza idiota di roccia
proprio mentre tremano le lettere di ogni parola.
Con un mezzo sorriso indichi
una via d’uscita, una scala qualunque.
Nemmeno adesso hai simboli per chi muore.
Ti parlavo del mare, ma il mare è pochi metri quadrati,
un trapano, appena fuori. Era anche, per noi,
l’intuito di una figlia che respira
nei primi attimi di una cosa. Carta per dire
brodo e riso, mesi per dire cuscino. Gli azzurri mi chiamano
congelato in una stella fissa.
da Distante un padre (1989)

Rive, pendii romài ribandonàdhi

Fabio Franzin

Fabio Franzin

Rive, pendii romài ribandonàdhi,
pradhi sbièghi senza pì onbre
e radìse, costoni de erbe e pière
frugàdhe da sol e nevi, da venti.
‘Assàdhi da soi parché scomodi
come mì, rùspighi, ièrti. ‘E vostre
distese fiorìdhe, ‘e nostre ferìdhe
stìmate mostràdhe za da lontàn,
brodhe pàidhe de sassi, crèpi fondi
come colpi de badhìl a stacàr
zhope gigante, a stacàr dai ossi
‘a carne, ‘e malghe, nizhiòi bianchi.
Sé sponde franose ‘dèss, dispetose,
‘sassine, te un mondo che vòl tut
fàzhie, da sfrutàr senza fadhìga.
Sé onde de tèra senza pì ‘e verdi
vée dei àlbari, i bari de roe ìsoe
pa’l riposo dei sói, nude de nidi
e canti. Sé dissése ‘ndo’ che core
zo, romài, sol ‘e nostre desgràzhie.
Fabio Franzin (Milano, 1963), inedito.
Rive, pendii ormai abbandonati

Rive, pendii ormai abbandonati, / prati declivi senza più ombre / e radici, costoni di erbe e pietraie / erose da soli e nevi, da venti. // Lasciati all’incuria perché scomodi / come me, scabri, erti. Le vostre / distese fiorite, le nostre ferite / stimmate esposte già da lontano, // coaguli pallidi di sassi, crepe profonde / come colpi di vanga a incidere / zolle maestose, a staccare dalle ossa / la carne, le malghe, candide lenzuola. // Siete sponde franose ora, dispettose, / assassine, in un mondo che esige tutto sia / in economia, da sfruttare senza sforzo. Siete onde di terra private delle verdi // vele degli alberi, degli arbusti spinosi isole / per il riposo dei voli, nude di nidi / e canti. Siete discese ove rotolano / ormai, solo le nostre disgrazie.

Dal libro del ragazzo

Alessandro Carrera

Alessandro Carrera

Quando poi con la coda dell’occhio
colsi il lampo di un paio di guanti
scordati in corriera
qualcuno scrisse due righe
e mio padre disse tienile.
Erano l’indirizzo di un albero
dietro le mie orecchie.
Perché non ero del tutto uno straniero
in questo mondo,
una donna di tanto in tanto
stava seduta al mio fianco,
e io m’innamoravo
come un mistico dentista
che non vuole far del male
alla bocca di nessuno.

CONTORTO RITORNO AD ITACA, A CASA

Giancarlo Majorino

Giancarlo Majorino

Gagliardi conti la tua mania tessendo
Penelope cui non torna Ulisse detto Nessuno
rubandoti alla ditta contabile
di sé sparecchiato continua
lungo elenco di cifre dopocena
allegra e circondati come siamo
di figli non nati nell’inquieta
cucina certe inutili poppe che hai
senza i figlioli i fagioli
per giocare con la morte a tombola
ugualmente utili che hai
nel letto mi ricordo che cantavano
certe sirene dal visino aguzzo
che finivano in triangolo laggiù
e trentadue incisivi ora mentre giri
il fianco con i fori delle iniezioni.
da EQUILIBRIO IN PEZZI

al Figlio (non lontano da Ostia)

Alessandro Fo

Alessandro Fo

Nella casa in cui vivevo, adesso,
scuotendo per i passeri
la tovaglia in balcone,
l’aria sarà grida di bambini
all’uscita da scuola.
Là in alto era l’amore, all’ombra
di una storia famosa, la cui tempra
già toccava progetti di bambini.
Dal terrazzo si poteva ascendere,
volendo, fino a Dio,
se non come Agostino,
gettandosi lo stesso
oltre i dubbi in un salto
verso la luna, verso l’Orsa Maggiore,
magari, come da ragazzo, alla Fosbury.
Però
nulla è mai davvero come sembra,
ma almeno sette volte più complesso.
Da Alessandro Fo, Mancanze, Einaudi 2014

Poesia n. 295 Luglio/Agosto 2014
Alessandro Fo. Una “metafisica dolcezza”
a cura di Anna De Simone





Dal libro del sogno

Alessandro Carrera

Alessandro Carrera

Il creatore ha messo
un grano di sabbia
nella valva delle cose
perché lo spirito
che le teneva insieme
vi si accanisse intorno
e trasformato in perla
non potesse uscire
nell’orecchio di un casuale
ascoltatore di conchiglie.
Da allora, passato lo stupore
alla vista delle sagome sui viali,
la morte è un compito a casa
che avrò da consegnare,
e il canto sempre un angelo inseguito
che si volta con un dito sulle labbra.
Poi qui, io mi racconto di tutto,
ma da dove mi ha raggiunto
questo rapace che non si alza mai da terra,
questa religione scribacchina,
senza cimbali né salmi?

Tempi, che stabilite i comandi sulle cose

Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia

Tempi,
che stabilite i comandi sulle cose
con queste parole
e non altre
dette nel cuore di un’estate
compiute, ripetute e celate
sopra la terra e in ogni stagione
restituitemi
salvo e incolume
nel senso che do alle mie parole
in quel senso solitario con cui voglio
che vengano dette,
ascoltate e pensate
e per voi
tra i lari delle stanze e dei giardini
tra gli spigoli del mondo
Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952) daCon parole remote(Guanda, 1998)