Xenia I

Eugenio Montale

Eugenio Montale

– Introduzione –

IL TU
I critici ripetono,
da me depistati,
che il mio – tu – è un istituto.
Senza questa mia colpa avrebbero saputo
che in me i tanti sono uno anche se appaiono
moltiplicati dagli specchi. Il male
è che l’uccello preso nel paretaio
non sa se lui sia lui o uno dei troppi
suoi duplicati.

VIA PARINI

Fabio Scotto

Fabio Scotto

I
La calce sugli scalini
Via Parini, 3
Io bambino
fra muratori bestemmiatori
nella pausa di mezzogiorno
Mortadella e vino
in canottiera
Mosche sulle mani
mosche e tafàni
il sole dritto
come un coltello
Croci pendenti tra peli sul petto
e scarponi nicotina
unghie nere
a graffiare l’aria
Le bocche aperte
se solo appariva
dalla finestra socchiusa della toilette
il bel seno della signora francese
Si pettinava nuda allo specchio
Altra vita
Altro pane
IV
La mamma mi ha portato da Maria Grazia
una sera fresca di fiori
La casa è pulita
ne rivedo gli odori
la foto sul comodino
lenzuola medicine
Le mani dentro il silenzio
La bara al centro
aperta sul tavolo
la camicetta bianca
«Fabio, dalle un bacino…»
Sembrava viva
Dormiva
VIII
Le righe disegnate in terra col bastoncino
confini di polvere
tra il cancello e i garages
davanti a casa
Arrivavano dalle vie vicine
altri bambini
gladiatori in maniche corte
sul terreno di gioco
Palla avvelenata
dopocena
destrezza e mira
nella frescura
Papà e mamma al balcone
ridere
Lontana
una televisione accesa
Colpiti si moriva
Liberàti s’usciva
dalla gabbia di cartone
Dolce sera
Soffice palla-luna prigioniera

Sarcofaghi

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo sì leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
il sole che va in alto, le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua via ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.

A un giovanetto

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Tu pur ti levi in provocante aspetto
Tra gli aristarchi a lacerarmi intesi,
E ingenuamente l’anima palesi
Infiammata d’orgoglio e di dispetto.
Dimmi: come, perchè dentro al tuo petto
Tanto furor d’inimicizia accesi?
In che ti nocqui mai? Quando t’offesi?
Di che vuoi tu punirmi, o giovinetto?
Pur sotto al velo del superbo stile
La non velata mia mente indovina
L’anima bella e ‘l cor franco e gentile.
Ah l’umana follía saggio chi irride!
Il sangue, il cor, l’età ci ravvicina,
E l’arte, amor d’entrambi, ci divide.

DELOS

Fabio Scotto

Fabio Scotto

Je ne veux pas
d’autre secours que
celui-là: vous
parler. –
Gide,
L’immoraliste.
Sorge dal mare
nel suo antico dono
di marmi a sorreggere la sabbia
Onde la scuotono
in una quiete bianca
che è sale sul sogno di Cleopatra
Sali verso il sole
sospinto da Dioniso
sul monte Cinzio
imprendibile
come il mio cuore
Lontani i mulini di Myconos
a inventare il vento
che ci toglie gli occhi
In questo nulla
respiro il tempo
schernito dai gabbiani
Vorrei parlarti
senza parlare
come fa il vento
da sempre
su queste mani
Myconos, 22.8.1986
(chiedi un succo d’arancia
e ti portano un’aranciata…)

Che dice la pioggerellina di marzo?

Angiolo Silvio Novaro

Angiolo Silvio Novaro

Che dice la pioggerellina
Di marzo, che picchia argentina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
Dell’orto, sul fico e sul muro
Ornati di gemmule d’oro?
Passata è l’uggiosa invernata,
Passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera
Di fuor dalla nuvola bigia
Che in cielo si pigia,
Domani uscirà Primavera
Con pieno il grembiale
Di tiepido sole,
Di fresche viole,
Di primule rosse, di battiti d’ale,
Di nidi,
Di gridi
Di rondini, ed anche
Di stelle di mandorlo, bianche…
Ciò dice la pioggerellina
Sui tegoli vecchi
Del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
Ornati di gemmule d’oro.
Ciò canta, ciò dice;
E il cuor che l’ascolta è felice.

A una turca

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
Che scendi a lesti passi per la china
E sgonnelli la veste cremesina
E lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
Perchè, ligia al voler dei turchi sciocchi,
Col tuo candido vel di monachina
Copri il visetto bianco di farina
Mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
Con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
E tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!

arrivano ad uno ad uno

Enrico Testa

Enrico Testa

arrivano ad uno ad uno
— chi in macchina extralusso
e chi lentamente a piedi —
i compagni per la cena di classe
al ristorante sulla piazzetta.
È un incontro evitato per anni.
Riconoscibili e irriconoscibili
mutati nel corpo e nei suoi danni
e identici nel demone privato
che ci agitava, ognuno, da ragazzi,
ci annusiamo prima dei saluti
come animali in campo aperto.
Siamo quello che siamo.
Non è piú possibile cambiare.
Durante la serata
c’è chi si accartoccia muto sullo sfondo
chi chiede frettoloso d’andare
e chi, verboso, estrae dalla manica
il solito stlletto
per farlo risplendere tra le tendine scure
e i cristalli del tavolo.
Si fa la classifica dei successi e delle sventure.
Qualcuno mostra la foto dei figli già grandi
qualcun’altro la foto di gruppo del ’75
e fa il confronto tra ora ed allora
o conta gli assenti e i dispersi.
Che cosa proviamo ad incontrarci?
Gioia no, forse dolore…
Non è una sensazione sola.
Un dolceamaro sapore
ci corre giú nella gola
Enrico Testa (Genova, 1956), da Ablativo (Einaudi, 2013)