25 aprile

Italo Calvino

Italo Calvino

Forse non farò
cose importanti,
ma la storia
è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima
di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò
prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri
che sto facendo adesso
influiscono
sulla mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano.

I limoni

Eugenio Montale

Eugenio Montale

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

ANTIPAROS

Fabio Scotto

Fabio Scotto

Il sole dritto sul capo era una spada
nel mezzogiorno pigro di ouzo e sonno
Carugi impolverati
bimbi scalzi
dagli occhi vispi
forse la Bolivia
Antìparos seduta sopra il mare
di zaffiri
giù in fondo
prigioniera
si crogiolava al caldo
come un cuore
di bianco gesso altera
nella luce
Più in là le chiglie ruvide
di marmo
cercano il vento
dell’Africa
le gemme
È religiosa quiete tutt’attorno
Ma presto latreranno i cani
per la sete

la litania dei casi recitati al ginnasio

Enrico Testa

Enrico Testa

la litania dei casi recitati al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo.
Enrico Testa(Genova, 1956), daAblativo(Einaudi, 2013)

Coda

Mario Santagostini

Mario Santagostini

E come sarà il primo gabbiano
in volo sulle discariche?
Forse, una creatura
ignobile, e attratta dal pattume.
Ma disposta a tutto,
pur di raspare qualcosa.
L’amatissimo Ovidio vedeva gabbiani
dai becchi ferrati.
Eppure, rimanevano in aria.
Mario Santagostini (Milano, 1951), da Felicità senza soggetto (Mondadori, 2014)

Crescit eundo

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Quello che è giusto è giusto, ha un gran talento;
Ma parlando col debito rispetto,
(Si sa che ogni scrittore ha il suo difetto)
C’è nel suo stile un po’… direi… di stento.
Altri dice ch’è gonfio: io non dissento;
Qualche volta è un po’ gonfio e un po’ scorretto;
Ma tolto questo è uno scrittor perfetto.
Peccato che non abbia sentimento!
Ma è pien di fantasia, pien di pensiero;
Benchè manchi di gusto e sia sovente
Un po’… vuoto, un po’… fiacco, un po’… leggiero.
E qualche lampo l’ha… quantunque raro;
Ma ruba, santo Iddio, sfacciatamente!
Non so se sia più ladro o più somaro.

Gli emigranti

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.
Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.
Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.
Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire…
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.
E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

Biografia

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Sotto una fitta grandine di zeri
Piantò a vent’anni il corso liceale,
E recitò; — ma la platea brutale
Lo caricò di mille vituperi.
Allora s’arrolò nei bersaglieri,
E n’uscì dopo un anno d’ospedale;
Sonò il flauto, giocò, fece il sensale,
Tutte l’arti tentò, tutti i mestieri.
Servì poi da copista un letterato
Che lo cacciò per mala ortografia,
Tentò di strangolarsi, e fu salvato;
Ottenne un posto allor di segretario,
Rubò, fuggì, cantò, fece la spia,
E poi fondò un giornale letterario.

QUANDO L’ORECCHIO SUL TUO SESSO

Fabio Scotto

Fabio Scotto

A V.
Quando, l’orecchio sul tuo sesso,
mi giungono navicelle i suoni
Da dove? forse da un atollo,
da un prato giovane forse da
sotto i pantaloni blu di genova
gettàti lì col golf sulla sedia
di paglia, e gli occhi chiusi, le tende
un brivido di stelle che ti scalda,
mia farfalla. Ti bacio coi capelli
fonte d’erba fiato e d’aria
per pochi istanti interminabili
sulla moquette rossa che ci
sostiene il cuore accelerato
ai fianchi uniti innanzi alla veranda
come se sapessi
come se non fosse stato
mai, neppure nel pensiero,
un fremito sussurro d’alga.
Eccomi ancòra fuori dal tuo nome
Con tutta la morte che mi resta.
da LA DOCE FERITA

L’ULISSE SIVIGLIANO

Fabio Scotto

Fabio Scotto

Risalgo
con le foglie
per i rami
in testa un cappellaccio sivigliano
Del giorno che si scorcia non mi curo
amo le geografie della tua mano
Esci
dinamitarda tenerezza
corruccio degli amanti aggrovigliati
Scommetto che sei figlia della brezza
per questo più ti odio e più mi piaci
Oltre le porte strette
oltre il mare
avvolti da una fresca chiara d’uovo
Son nuovo
nella chiglia
Ulisse vedi
Immobile sul letto
Eppur mi muovo