Er Porco e er Somaro

Trilussa

Trilussa

Una matina un povero Somaro
Ner vede un Porco amico annà ar macello,
Sbottò in un pianto e disse: – Addio, fratello,
Nun ce vedremo più nun c’è riparo!
– Bisogna esse’ filosofo,bisogna:
– Je disse er Porco – via nun fa’ lo scemo,
Chè forse un giorno ce ritroveremo
In quarche mortatella de Bologna!

A mio padre

Carlo Carabba

Carlo Carabba

Prenderò forse un giorno questo treno
su cui, da molto tempo,
non sarò più salito. Sempre
lo stesso viaggio, i monti da una parte
di là il mare. Non mi starai aspettando
a Pietrasanta dove ti vedevo
dallo scompartimento che fumavi.
Di solito però il treno era un altro
dalla stazione a casa
la camminata breve, il carico
leggero. Era Firenze
e i muri così grigi, e i tetti così chiusi
e l’Arno aperto.
Sono in ritardo mangio
il pranzo riscaldato chiacchieriamo,
e ogni parola tace
più di quanto non dice
costretta nello sforzo di coprire
la cadenza romana
che a Roma, spesso, accentuo,
domenica guardiamo la partita.
La vedo, normalmente,
sdraiato sul mio letto o sul divano
senza di te, lontano.
Il desiderio d’essere a tua immagine
e somiglianza
l’amore, a volte l’odio la paura
d’esserti figlio sotto condizioni
riceverò il tuo affetto solamente
se ti sarò piaciuto.
Per te, forse, lo stesso.
Mi venivi a trovare da bambino:
era il giorno del primo dei ricordi
siamo andati allo zoo, ridevi
e mi sporgevi verso
la vasca degli orsi polari
qualcuno ci ha fatto una foto.
Con te portavi doni
giochi pupazzi e qualche scatto d’ira
che più tardi ho imitato. Firenze ancora
e è notte, la cucina
la scopa a nove carte, tradizione
di famiglia giocasti
col nonno che ho conosciuto appena
la notte prima dell’operazione.
Parli della tua vita, va il mio sguardo
sulla tovaglia a quadri azzurri
e bianchi, ascolto la tua voce
che mi racconta storie, padre a figlio.
Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)

Il letto per l’amore

Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

Il letto per l’amore
è un campo di battaglia
del mistero:
vi dura la pace
nella guerra e nel conflitto,
più si è morti
più si vive meglio
da risorti
e, colpendo,
ognuno
vuole essere trafitto.
Il sacro vi si infanga
e si bestemmia,
sal­vato
nel suo essere violato.
Chi cat­tura
vuol farsi prigioniero
e la ragione è sempre
di chi hatorto.
Qual­siasiarma
è buona
in que­sto corpo acorpo.
Paolo Ruffilli, da Affari di cuore(Einaudi, 2011)

Fine di dicembre

Lucio Mariani

Lucio Mariani

Rari giorni d’inverno quando la tramontana
spezza gli aliti al fiume e tende il cielo
come se contrappunto fosse il giura e invece sono
queste martoriate pietre che bussano ai lastrici
divini, la sola porta impropria perché a Roma
non spettano salvezze. Cosí dicono gli orli delle case
fratturati cristalli d’arabia, trapunti dalle luci
e dai suoni mattini, lo dicono fumando i meccanici topi
e i natali non soffici né sacri, anche lo dicono
le sue morti feriali, la mia coperta corta. Lo ripetono
qui – minimamente – i cerini di lusso che s’accendono
a stento fra le mani di chi non ha piú fede
nell’avvento di un nuovo nord.
In questi rari giorni d’inverno
quando il sole mi pesa cosí poco
sarà bene tenere alta la testa. Forse si vive
altrove.

Lucio Mariani
Farfalla e segno. Poesie scelte (1972-2009)
Crocetti Editore 2010

 

 




Er leone riconoscente

Trilussa

Trilussa

Ner deserto dell’Africa, un Leone
che j’era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pè l’operazzione.
– Bravo! – je disse doppo – lo t’aringrazzio:
vedrai che sarò riconoscente
d’avemme libberato da sto strazio;
qual’ é er pensiere tuo? d’ esse promosso?
Embè, s’io posso te darò ‘na mano…
– E in quella notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d’un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: – Amico,
la promozzione é certa, e te lo dico
perché me so’ magnato er Capitano.

Viaggio

Vincenzo Cardarelli

Vincenzo Cardarelli

Come il partente invidia chi rimane!
Come felice, stabile,
si mostra il mondo a lui che lo contempla
con l’animo d’un esule, con occhi
di morituro.
Deciso all’addio,
egli è, pure indugiando, già in cammino
e fuori dalla vita.
Così a me tutto apparve, in ogni tempo,
come quelle città che salutai
verso sera,
mentre, partendo, già il ricordo urgeva,
o ch’io scopersi fervide e ridenti,
dall’alto d’un ponte,
passando in ferrovia,
rasentando i segreti delle case
col treno in corsa
che discioglieva i luoghi a me più grati

Futuro

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Mia madre partorì a dicembre. La neve cadeva nel fiume.
Alla fine del mese l’acqua gelò sui pesci. Mi mostrarono a tutti
perché non ero morta:«…la toglieremo a pezzi, un braccio e
una gamba incastrati, forse incompiuti».
Di quel tempo resta solo un richiamo come un sibilo interno:
tornare in quel ventre con mia figlia, testa in giù, corpo
informe, due cordoni di carne intorno al collo.
Via da dicembre, dal fiume trasparente
indietro e indietro verso l’inconcepito
l’inizio aprile del nulla.
Antonella Anedda(Roma, 1955), daIl catalogo della gioia(Donzelli, 2003)

Lascia che il corpo rovesci ogni riparo

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Lascia che il corpo rovesci ogni riparo
e lo colmi dei corpi che abbandona
unisci lentamente i giorni
finché luce di luce
non li arda sui bordi
togliendo nomi alla terra.
Scendono nella notte gli orti cittadini
il vento inclina un cespuglio.
Nessuno sa quando sarà chiamato, quale dettaglio
– quale grigio di pietra o di stoviglia –
lo stringerà nel buio
quale parte di pena si staccherà per prima
dondolando in avanti fino a cadere piano intorno al vuoto.
Ora solo il vento davvero riconduce alla notte
e gioghi annunciano altri gioghi
dietro vetri, dietro nebbia inusuale
in questo anno che addensa
ed è appena l’inizio di una maturità più dura.
Antonella Anedda (Roma, 1958) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)

II

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Sui vetri appannati dal freddo passavano ombre confuse. Nel cielo, oltre le case, salivano fuochi d’artificio. Quando le lancette degli orologi raggiunsero le dodici, da uno dei letti vicino alla finestra venne una breve risata infelice.
E’ scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti.
Di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda del letto sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di natale:
legno e vetro, segreto scintillio di carte.
E’ arrivato il Capodanno.
Noi abbiamo vegliato senza fatica, semplicemente
La luna spezzava le travi, l’ombra di una calza velava il cortile,
ogni lume era spento.
Gennaio lascia nelle isole
gusci di riccio sugli scogli
e tesa luce sulle secche invernali.
Come una desolata corona di pietra
in un naufragio polare
lastre di granito e chiuse lapidi
nell’acqua e in terra
oltre il promontorio della Trinita
dentro il recinto del cimitero.
Vi chiedo coraggio: sognate con la dignità degli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra sporca dei fiocchi e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.
Un filo d’acqua scende nel lavabo
Il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.
La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.
daNOTTI DI PACE OCCIDENTALE

Qual è la sinistra della parola / antologia, Valerio Magrelli

Valerio Magrelli

Valerio Magrelli

Qual è la sinistra della parola,
come si muove nello spazio,
dove proietta la sua ombra
(ma può una parola fare ombra?),
come osservarne il retro
o poggiarla di scorcio?
Mi piacerebbe rendere in poesia
l’equivalente della prospettiva pittorica.
Dare ad un verso la profondità del coniglio
che scappa tra i campi e renderlo distante
mentre già si allontana da chi osserva
dirigendosi verso la cornice
sempre più piccolo
ma fermo tuttavia.
La campagna lo osserva,
e si dispone intorno all’animale,
al punto che la fugge.
Valerio Magrelli (Roma, 1957),da Nature e venature(Mondadori, 1987)
Esempio perfetto di metapoesia (vale a dire di testo che, dall’interno, s’interroga su natura e modalità del fare poesia), questo componimento comincia chiedendosi qual è la vera natura della parola: non un semplice medium comunicativo, va da sé, una zavorra atta solo a trasmettere un senso logico; ma un prisma ricco di sfaccettature e di implicazioni, capace di irradiare una polisemia di significati e di suggestioni, di suoni e di visioni. Che cosa prende forma dall’altra parte, rispetto alla “destra” dei referenti concreti? La parola occupa spazio, designa oggetti, dichiara sentimenti, ragiona: ma apre e crea anche una dimensione prospettica. E se è un corpo solido farà ombra, avrà un davanti e un dietro. Nel creare un mondo che non è solo realtà descrittiva, oggettivamente percepibile coi sensi comuni, la parola poetica può costruire una prospettiva pittorica, con la sua fisionomia multiforme e multanime, che fa interagire musica e pittura, logos e istinto drammatico-dialogico. Allora, se è vero che tutto il mondo che abitiamo è un sistema spettacolare, quasi al modo di un Truman show di massa (si pensi all’estetica attuale di selfie e messaggini), è vero anche che alla poesia è concesso di creare uno spicchio di mondo più autentico dell’esperienza vissuta e fuggitiva, un quadro di realtà strutturato da una”cornice”, in cui l’atto del nominare per esempio un coniglio in fuga lo sottrae all’illusorietà dell’istante effimero, per consegnarlo a una dimensione figurale dotata di profondità e prospettiva, perfetto fotogramma in miniatura. Anche il paesaggio circostante, allora, diventa cosa viva, “osserva” il suo piccolo abitatore e si dispone attorno a lui. E noi lettori siamo a nostra volta dentro il quadro, rassicurati da questa nuova profondità che ci avvolge, assicurandoci orientamento e direzione: e la parola che ci attraversa assicura solidità all’immagine, presenza e senso concreto, da toccare con mano, oltre che con vista e udito.
(Alberto Bertoni)