L’isola di Crono

Rosita Copioli

Rosita Copioli

Giacevo addormentata come Crono
davanti al porto di Saint-Nazaire.
Andare da una riva all’altra
controllata da cento braccia
prigioniera dei miei demoni: era
il sogno della vita a continuare
guardandomi con occhi ciechi.
Una telefonata quasi per caso
ha ridestato il tempo.
La vita no, la vita se n’è andata,
era già via, da tanto.
da Odissea allo specchio di Saint-Nazaire, Saint-Nazaire, 1996.

Visitatore di poesie

Giuliano Gramigna

Giuliano Gramigna

Sono disceso io morto fra tante poesie
come un visitatore fra le ombre dell’ade
ma a chi può interessare ciò che ho visto
sfogliando il libro di fogli come foglie
che portano scritte la sentenza di Sibilla;
supponendo un senso che sopravviva
a ogni sgorbio di penna o battito di computer.
Che senso puoi dare G. o chiunque tu sia?
Ogni pagina foglio si spoglia di essere soggetto,
sibila dolcemente scivolando nel sottomondo.
MA:tants que mes amis ne mourront pas, je ne
parlerai pas de la mort.
*
Si accenda nel fosforide
gloriosa qualità della mente
che promuove monstra et poèmas
– te lo scrivo nella lingua meticcia
in cui spiccicare finalmente
“quel che ho da dire”
(cara immagine fraterna
di un tal scrivente
nomato Antonio Porta) –
ma che si accenda?

il suono delle chiavi

Fabrizio Dall'Aglio

Fabrizio Dall’Aglio

Il suono delle chiavi
allarma i cani. Guardano
con occhi supplici
muovendo appena la coda indecisa.
Temono la casa vuota
e il tempo dell’attesa
come un lamento infinito.
Sarà un’ora o forse un giorno o forse sempre.
Il tempo si dilata.
Niente trascorre,
niente lo riempie.
da:Colori e altri colori
(Firenze, Passigli, 2014)

V. … in baiulanda cruce a Cyrenaeo adiuvantur

Claudio Pasi

Claudio Pasi

Nessuno può comprendere il dolore
di un altro, perché è individuale,
perché è l’essenza della solitudine,
perché non parla mentre lo giriamo,
leggero come un fascio d’erba, lungo
il fianco è allora mi ricordo quando
nel mare verde mi teneva galla
dicendomi di battere le gambe,
e guardavamo nel fondale basso
se affioravano i granchi o i cannolicchi
e la spuma svanire nella sabbia.
Claudio Pasi (Molinella, 1958), da Nomi propri (Amos Edizioni, 2018)

poeta dai tacchi alti

Fabrizio Dall'Aglio

Fabrizio Dall’Aglio

Poeta dai tacchi alti,
mi presento:
vedi la fanciulla
in groppa al demonio
inzuppata di fede?
Distilla umori
per la zuffa dei liquidi,
si prepara. Io sento
dall’alto dei miei tacchi
l’amara voglia
che la rappresenta.
Sulla soglia del tempio
si tormenta,
vergine insoddisfatta,
e conta i passi
che la separano
dal sospirato scempio.
Il poeta
è un uomo galante.
Vuole sempre spararsi con stile.
Le offrirà il suo esempio
di vile clemenza,
lui reduce dall’inferno.
Le porgerà la mano
guidandola all’interno,
lui vergine emancipato.
Le parlerà di un amore eterno
rimboccando le maniche
da impiegato.

Love Will parody

Vincenzo Bagnoli

Vincenzo Bagnoli

Quando il cielo ci pesa come un giorno di troppo
e la pioggia cancella coi suoi fili taglienti
l’orizzonte disperso nel silenzio dell’aria
e la vita ci lascia solo un aspro rimorso
allora non fai più poesie, canzoni.
Quando piangi nel sonno senza averne ricordo
quando l’alba che porta la routine dei saluti
sembra un mare di acciaio o di freddo mercurio,
sterminato e deserto, sempre uguale a sé stesso
allora non fai più poesie, canzoni.
Quando il tuo desiderio prende strade diverse,
ma di quelle tu adesso non ricordi più il nome;
quando l’ansia del vuoto come piombo avvelena
la rovina mostruosa delle cose e del tempo
allora non fai più poesie, canzoni.
Quando anche il dolore è una nausea senz’occhi,
senza nere bandiere, senza funebri onori,
la corrente trascina piatte nuvole grigie
lungo nastri di ore che riavvolgi in silenzio
allora non fai più poesie, canzoni.
Quanto poi il fallimento o la disillusione
ci divora il respiro e ci spenge lo sguardo
come fiocchi di ghiaccio in un vento violento,
come un’eco che brucia ogni volta più forte
allora non fai più poesie, canzoni.
(Adesso una malinconia sottile, Esile come Una pioggia estiva
che ha il colore di uno sguardo ostile, confonde giorni grigi senza nome
e senza storia senza calendario) (diesel in sosta coi motori accesi,
musica pop dentro ai bar-latteria, fumo azzurrino e bassa pressione)
(tristezza senza altrove, nebbia vela tutto l’orizzonte e le colline)
(piombo tetraetile, biossido d’azoto, musica melodica italiana
giro di do e di NO2 per quell’erezione triste, ecco cos’era)
(la finta rossa di bologna intanto legge assorta sull’autobus astra
e getta sguardi di attesa assonnata un po’ al futuro un po’ alla fermata)

Domenica sportiva

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

Sul balcone un rametto di pino
piovuto chissà da dove
non ramoscello d’ulivo
perché oggi non c’è pace
e ai piccioni non serve per il nido
ma è l’unico detrito ancora vivo
di questo mattino domenicale
e se tu lo speravi diverso
bastava un qualunque gesto, non dico
l’aperitivo di coppia al tavolino
io nel giubbotto sportivo
e tu un qualche trussardi
per accorgerci che è tardi
le famiglie ci aspettano a pranzo
prima di un altro pomeriggio
per me di cavalli e di calcio
Alberto Bertoni (Modena, 1955), da Le cose dopo. Poesie 1999-2003 (Nino Aragno Editore, 2003)

L’aquilone

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:
un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…
sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?
Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…
adagio, per non farti male.

Sbadatamente

Italo Testa

Italo Testa

Una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore;
ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono;
e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,
per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.
Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da La divisione della gioia (Transeuropa, 2010)