Alzate l’architrave carpentieri

Giancarlo Baroni

Giancarlo Baroni

Alzate l’architrave carpentieri
perché rubi dal cielo le comete
per farmene una veste scintillante
o una stola di polvere d’argento
io donna ambigua dal sorriso incerto
che nasconde nell’intimo i pensieri.
Gioco coi verbi, dico e poi disdico
m’arresto per fuggir subito dopo
instabile nel riso e nel lamento.
Alzate l’architrave carpentieri,
lucciola sono di distanze estreme
falena che si nutre all’altrui lume
girando intorno, orbita fallace
d’un desiderio solo.
E non avrò che un cero
dallo stoppino fragile, uno spago
una corda restia a srotolarsi
per farmi donna libera di dire
gli ampi spazi che l’anima promana,
mondi diversi, inusitati suoni…
Alzate l’architrave carpentieri
io non sto dentro ad una sola stanza.

Tutti i miei anni identici li lascio

Isabella Leardini

Isabella Leardini

Tutti i miei anni identici li lascio
in fila nei cortili e sui balconi
come i giocattoli che a fine pomeriggio
rimangono per prendersi la notte
e passano i mattini ad asciugare
e perdono colore a poco a poco.
Ogni volta che mi fermo faccio casa
in ogni casa faccio i miei cortili
di noia abbandonata che rimane.
Forse possiamo vivere soltanto
in queste due nature senza pace
chi in ogni cosa abita e chi passa
da sempre
chi fa il vento e chi fa il muro.
Isabella Leardini (Rimini, 1978), da Una stagione d’aria (Donzelli, 2017)

da luce eterna

Vito Bonito

Vito Bonito

da bambina
seduta nel sangue
volevo sapere
cosa resta dei morti
ai cuori ardenti
dei bambini che uccido
ora chiedo
cosa resta di me
che cosa non torna
mai più
*
la mia infanzia fu triste
come un sudario
allora mi sposerà per avere
molti bambini
vedi quella foto? E’ iddio
quando sono morta
*
non ho mai dato un bacio
ho nove anni
domani mi bruciano
viva

Incinta; dice il test

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Non chiamarlo, vienenella sua forza semilucente,è già una parte del tuo sorrisoviene come il profumo dei boschi,un niente, il muso improvvisodella lepre, è già una pieganelle tue mani, siedesul trono che diventi.
E’ un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l’inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l’attesa, è il tempo.

fu allora che finsi la mia vita

Fabrizio Dall'Aglio

Fabrizio Dall’Aglio

Fu allora che finsi la mia vita. Fui
nel sogno cattivo del risveglio
il sonaglio distorto di un’anima.
Vivo. In un corpo vivo.
Il tempo mi tenne a battesimo.
Ebbi squame, penne
e questa pelle glabra.
Volai come falcone
strisciai come cobra
percorsi la mia scala fino in fondo.
Fui – nel mondo implacabile
la preda e il predatore,
l’osannato carnefice, la vittima.
Odiai il declino
del mio corpo di uomo,
la mia timida mente indurita
e la lenta spirale avvolgente
delle mie giornate
reticenti. Lasciai
la mia anima impaurita
imputridire
nel coro dei pubblici lamenti,
uno diverso, infine, anch’io
uno di loro,
nella complice cortesia del mondo.

Una nave

Alberto Bertoni

Alberto Bertoni

Dici che sono una nave, quando dormo
una mole in movimento verso il porto
frastuono di stive e di ricordi
opachi come pesci il giorno dopo
Sono il nocchiero e il nostromo
del fuoco orizzontale di una rotta
invado la voragine del molo
dove curva la luna
daIl Sosia

L’aquilone

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.
Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.
Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:
un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…
sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.
Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera
bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.
Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.
Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.
S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.
S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.
Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?
Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…
A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!
Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.
Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!
Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore
ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…
Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!
Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…
adagio, per non farti male.

Piano Marino

Martina Campi

Martina Campi

Giotto aveva la terra sui calzari
dopo la pioggia e i mari e
le navi
le navi in attesa di rientrare
in porto
passeranno la notte al largo
Gli specchi negli ascensori
sono per sfuggirsi appena
appena un ciuffo
il colletto,
l’occhio che cade,
il mondo per le scale.
(da Estensioni del Tempo – Le voci della Luna 2012, prima classificata della sez. A (“Silloge Inedita”) dell’edizione 2012 del Premio Giorgi)

Mai più! Mai più! Mai più!

Roberto Roversi

Roberto Roversi

I treni partivano
i treni arrivavano
“al mare” dicevano i treni
“alla montagna” dicevano i treni.
I treni ridevano
cantavano
erano felici i treni.
(Mai più! Mai più! Mai più!)
Il cielo era con nuvole azzurre
all’improvviso
il cielo è diventato nero
il cielo è diventato fuoco
il treno non è più partito
il treno non è più arrivato
il treno si è fermato (è in ginocchio per terra).
(Mai più! Mai più! Mai più!)
A un tratto il cielo
il cielo è diventato di fuoco
i bambini piangevano
le mamme gridavano
stesi per terra in silenzio
uomini donne bambine
mentre il sangue cadeva dal cielo.
(Mai più! Mai più! Mai più!)
Le nubi non erano più bianche
erano rosse di sangue
erano nere di fumo.
Poi il tempo è passato
i morti sono ancora con noi
con noi in partenza col treno
al mare in montagna.
(Mai più! Mai più! Mai più!)
Ascolto
ascolto
ascolto
Quello che vola lassù:
ci porta in vacanza
al mare o in montagna
fra le nuvole bianche
(Mai più! Mai più! Mai più!)
Ascoltate guardate
guardate la grande nave
passare
le onde
le onde calde del mare
nuotare
andiamo al mare.
(Mai più! Mai più! Mai più!)
Ascoltate
ascoltate
guardate
il treno
che arriva a Bologna
noi nella stazione aspettare
allegri per correre al mare.
(Mai più! Mai più! Mai più!)

Spiaggia di fine marzo

Filippo Amadei

Filippo Amadei

Mi lascio cullare da questa stagione
nata da pochi giorni, su una scala
un uomo pulisce la vetrata a luna
dell’albergo davanti alla spiaggia,
tutta una luce è il mare e io sono lì
chiaro e solo nel sole che mi culla
destra e sinistra, così la sua mano
muove lo straccio pulendo, io resto
a guardarlo, mi sembra un saluto
il suo gesto che giunge
a colmare questa distanza
cristallina, destra e sinistra
ma lui pensa al vetro da pulire
la mano prosegue, appare e scompare
ai miei occhi nel repentino
baleno degli aloni – un’altra passata
e cos’altro è la vita se non un gioco
continuo di opacità e trasparenze
la fatica di lavorare per tornare limpidi
percepire chiaro un orizzonte
riconoscere l’uomo
nell’uomo di fronte.
Da Oltre le ringhiere (Raffaelli Editore, 2014)