Villeggiatura estiva

Giancarlo Baroni

Giancarlo Baroni

Monsù Ferrè adesso un poco osa
mette le mani alla Cesira ai fianchi
ma subito le toglie: l’Ingegnere
che cosa potrà dire l’Ingegnere?
A lui egli affidato ha la famiglia
e la Cesira è una di famiglia.
Come sarebbe bello farla sua
in mezzo al grano oppure nelle stoppie
o invece tra i filari al grignolino
la bocca dolce col sapor dell’uva
le chiome adesso strette nella treccia
sciolte alle spalle, gli occhi rovesciati
e lui succhia i capezzoli, fa spazio
con la mano nervosa tra le cosce…
È mezzogiorno i bimbi son tornati
tra poco sarà pronto il desinare
ma la Rina non c’è, dov’è la Rina?
E la Cesira già si sente in colpa
per non aver a dovere sorvegliato
presa anche lei da desideri impuri.
Ben altro per la testa, turbamenti
affondati da tempo nel ricordo.
Poi la Rina ritorna, col cestello
colmo di funghi, gli occhi scintillanti.
La Cesira non fiata, non la sgrida:
lingua tagliente e lunga ha la monella!
Ora tutti s’apprestano a mangiare.
Monsù Ferrè con aria indifferente
allunga il piede e poi lo struscia piano
contro il piede di lei sotto la tavola.
Avvampa la Cesira come brace…
da CANTI D’AMORE PER SAN VALENTINO

hai gli occhi tristi

Filippo Amadei

Filippo Amadei

Hai gli occhi tristi mi dico, da solo
davanti allo specchio, come convincermi
del diverso. Ho sempre avuto questa tensione
nella retina – una specie di malinconia elettrica
proprio un delitto, diresti, contro i giorni di sole
gli amici, tutti gli amori sospesi
nel sorso di un respiro – loro esigono
occhi felici, non questa mancata
dimostrazione.
E chiuderli colpevole, volere tornare
bambino, allo scuro di tutto – ti guidava
la compagna delle elementari, al buio
verso la sorpresa di compleanno
con la sua manina nella tua
e lì, nel silenzio degli amici
pronti a farti festa, non era ancora tuo
l’onere, era il mondo a spalancare gli occhi
come un bene più grande su di te.
(poesia inedita)

Dell’esperienza grave e felice del cullare

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Non conto più i miei giorni
ma i tuoi,
e le parole e le balbuzie
sono le tue che attendo
non le mie, scritte ormai
più per abbandono che per forza.
E guardo salire incendiato il giorno
nei tuoi occhi o sulla foglia
dei piccoli respiri —
Anche Dio che l’ha inventato
con la fiamma delle comete ancora in mano
obbedisce a questo struggimento:
cresce nel figlio il padre, cede
e aumenta la propria gloria,
è uno stordito amore
che fa la storia.
Altri che non han voluto figli
nè di carne nè di cuore
fissano svanire le sere
sui fogli che restano bianchi
anche quando sono riempiti
dai grandi geroglifici del vento.
Quel che tu sei, Bartolomeo,
non sta nel grande campo
del mio fuoco, eccede
il mio pensiero, scompare
come un sogno all’amore
che lo insegue. Eppure ti fa,
è nelle tue mani, nel piede,
nell’improvviso che in te ride,
nel morso al paperino.
Ed è nel sonno
che ci parifica al cielo profondo
e porta vicino al silenzio delle cose.

Bello, bello, bello mondo, bello ridere di / la poesia alle elementari

Mariangela Gualtieri

Mariangela Gualtieri

Bello, bello, bello mondo, bello ridere di
mondo in luce mattutina in
colorazione di mondo con stagioni e
popolazione e animali. Bello mondo
questo ricordo, questo io lo ricordo
bello, molto bello mondo, con cielo
diurno e notturno, con facce che
mi piacevano e musi e zampe e
vegetazione che mi sospirava e mi
sospirava leggera leggera, tirando
via chili e scarponi interiori che mi
infangavano, tirando via ferri da stiro
che mi portavo nel petto, e gran pulitura
di dentro. Bello, questo io lo ricordo
bello.
Io ho avuto soccorso a volte da
una piccola foglia, da un frutto così
ben fatto che dava sollievo a mio
disordine di fondo. Sì sì.
Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), da Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi, 2003)

Il firmamento

Rosita Copioli

Rosita Copioli

Ragazzo,
con il cuore che sgorga lacrime
come il cuore del dolore,
e il to pianto è una cascata
di cristallo senza fine,
ascolta le mie parole di artigiano,
che lavora con la pelle e con il tempo.
Il canto, che è come il tuo pianto,
va puntato, stretto, fissato,
fermamente battuto ai suoi punti celesti:
gli corrisponde un firmamento.
L’arte è inchiodare il firmamento:
non ti è già dato, dev’essere trovato:
sei tu che lo dovrai
rendere reale.
da Elena, Milano-Parma, Guanda, 1996.

Considera chi siamo e cosa no

Antonio Riccardi

Antonio Riccardi

Considera chi siamo e cosa no.
Cosa non più, diresti tu
correggendomi sottovoce
e cosa volevamo diventare.
Speculari, pronosticavi.
Adesso però considera lo strano
e notevole ruolo della mano
nel discorso. Sei sempre solo tu
a mimare cronofasi e ferite
nella nostra cronologia.
Antonio Riccardi (Parma, 1962), da Tormenti della cattività (Garzanti, 2018)

I seminari e altro

Giuliano Gramigna

Giuliano Gramigna

Leggendo i seminari
come due interlocutori testardi
a sopraffarsi a non lasciarsi sopraffare
io decrepitando degrignolando verso l’anno
della tua morte come per raggiungerti
finalmente – ma tu folgori intangibile di genio
nella pagina ti burli dell’età
vegliardi doppi litigiosi macché
se la scintilla del leggere del capire del non capire
beatitudine estrema di ciò che prendi e non sai
intercambia la giovinezza con i capelli ritti
gli occhiali spiritati il gesto promulgatorio
lui asceso alle strade del St Anne
propaga corpuscoli vertiginosi
polline dorato letturioso
via per i cunicoli dei nostri lobi
e sprizza un elettrico per ogni dove
Proclàmati e subito ritìrati Gran
Variago come un dio antico della nube
Buon secolo dottor Lacan

La quercia caduta

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo:era pur grande!
Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo:era pur buona!
Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto… d’una capinera
che cerca il nido che non troverà.

Piano Marino

Martina Campi

Martina Campi

Giotto aveva la terra sui calzari
dopo la pioggia e i mari e
le navi
le navi in attesa di rientrare
in porto
passeranno la notte al largo
Gli specchi negli ascensori
sono per sfuggirsi appena
appena un ciuffo
il colletto,
l’occhio che cade,
il mondo per le scale.
(da Estensioni del Tempo – Le voci della Luna 2012, prima classificata della sez. A (“Silloge Inedita”) dell’edizione 2012 del Premio Giorgi)