Parto

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Con passi lunghi e col ciglio aperto
faccio la scalinata grigia dei monti
per vedere nuovo bianchissimo orizzonte
come nel ciglio dell’anima s’e aperto.
L’immensità è quieta, dorme:
la trafugo dal dolore umano.
Sento la fuga dei rimpianti
vaticinare in fondo
nel chiuso d’una siepe.
Sono col piede chiuso alto sui monti.
Parto.

Rimane fra me e te

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Rimane fra me e te questa sera
un dialogo come questo angelo
a volte bruno in dormiveglia
sul fianco. Non ti domando
né questo o quello, né come
da materne lacrime si risveglia
di notte il tuo pianto.
Se i tormenti sono tristi,
l’edera non è mattina o si colora.
Si vela o duole una viola
e dondola nube odorosa
su l’orizzonte lucida di brina.
Ecco quanto di tanta vana speranza resta
o fugge rapida o semplicemente,
silentemente accade.
I carnosi veli, i velli di bruma,
le origini stellate assalgono l’aria,
le tumide vene delle vie le ore.
Non l’eco rimbalza
due volte sulle rocce, su questo
prato, ove sono rosse, e, di rosso
in rosso, è vano il pallido velluto
ora rosa ora smosso.
Non si parla né triste né lieto;
e presto o tardi, perché a fior di labbro
gentilmente nel filo tenue dell’erba
tristemente lacerando si risveglia
la tua sera accanto, dolcemente
io ti domando.

Si raccoglie una luce

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Si raccoglie una luce
modesta e trepida leggiadra che ti aspetta
o va in frantumi. Ritorna libera
a te ritrovato, a caso, nel cielo de l’illusione
e sa molte cose sul tuo ciglio asciutto.
Le acque ebbero suono e un accorgimento
rapido. Non sanno essere velieri
e spire mosse del cielo vinto vuoto.
Benché il sole arido si versa,
io stanco, per virtú dei suoi vezzi,
la vena albeggiante, reclina miro;
e un ritmo era mellifluo e disadorno.
Bianco alito era una donna,
nuovo uno screzio era appena o uno spazio
serrato umile che dorma.

Silenzio sacro

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Dalla riva alta dei fiumi
parla una voce,
scandisce un silenzio sacro
come il primo urlo
dei popoli feroci.
Il lene vento parla.
Una fronda si muove.
Un bue lento
la bianca anca sommuove.
Immagine statuaria
che migra dai monti
sono.
Verso quale nuova riva?
In cerca di quali perduti beni?
Ciò che ho creato
in ordine leggendario
si trova.
Aspetterò
la bianca spetrata notte:
verso quali segreti
millenni addurrà.
Tutto è bianco e opaco.
Che non abbia a inaridire
la mia anima
come la cenere del greto,
come la nebbia irta de’ colli.
Dall’aere dei colli
viene fosca, grigia
parvenza di numi.
Verso quali beati destini
mi chiama?

So ma non troppo

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

So, ma non troppo ormai piú
di quanto era una volta una vera gioia.
Si tocca ora una fiaba.
Quanto di essa
una staccionata era nell’aria,
pure era la febbre.
S’intersecò nel cielo,
oltre te, un breve alito freddo,
un batter folle oltre la tua speranza.
Furono pelaghi sinuosamente smossi
le nebbie dove andavano i cavalli
nell’aria che si arcuò
e si addensavano le chiome
direttamente a valle,
e, presso la riva dei ruscelli,
erano fanciulli
nell’autunno che fu simile a un addio.

Sogni

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Sogni. La speranza del tempo
che fugge innamora. Il tepore
è una promessa non nuova. Fuggi!
La chiara atona scorza di alberi
al supplice colora una cara curva
di ignote distanze, una chiara
corsa di curve nel sole. Ritorna!
Odi l’unica voce che non si frantuma
scritta a caratteri grandi
dentro un’antica dimora (a valle
è la notte, la morte già angelica
e bruna). Contratta, esatta
monotona e scura mentre ti scrivo ti sfiora.
Remota immota tramonta la luna!
Un tenue rivolo scivola, trema mesta
una luce alla gola. Non so che spiraglio
che fievole linea agevolmente rada,
te morta, una siepe, la sete delle chiome
d’aria già bruna che varia.

Gelide parvenze

Lorenzo Calogero

Lorenzo Calogero

Gelide parvenze, la vita acre dei segni
conosco. Non è finito lo spazio.
Io mi corrompo. Non so l’aurora quale il ladro
del tempo rapido senza scampo. È murmure
il suo sonno a una risposta a sommo
di una tomba nascosta che ti trasporta,
e, di trasporto in trasporto, è il suono
dell’essere felice, gioia non tersa
calma nel suo fondo. E se nel suo velo
un corpo dietro un passo senza peso
vede, triste io ti domando. I cieli
sono sciupati, emersi dentro un raggio.
Nell’isola che li contiene
è una rondine felice.