Rovina

Hasan Atiya Al-Nassar

Hasan Atiya Al-Nassar

Rovina al Nord

Rovina al Sud:

è la Morte che entra

segretamente

nelle vesti del desiderio,

è l’ombra che cresce

ribelle…

Il regno dei morti

si muove verso una valle

luminosa,

così la Rivolta

si affratella alla Virtù

e la povertà al bastone.

Adesso è arrivata

la quiete

ad uccidere il sogno

dei giorni affamati;

era l’ultimo

battito che gridava

nel sangue

(Voglio una Patria, voglio

un albero sotto al quale

possano distendersi gli

uomini randagi).

Separazione totale

Hasan Atiya Al-Nassar

Hasan Atiya Al-Nassar

Sparirà il corpo dal suo desiderio

Sparirà dalla sua smania

Fuggirà il mare dalla sua spiaggia

Fuggirà dal suo arenile

Svanirà la palma dal suo tronco

Svanirà dalle sue radici

Scompariranno i ritornati dal Paradiso

L’ubriaco fuggirà dal suo ultimo bicchiere

La parola fuggirà dal suo Libro Sacro

Fuggirà dal suo Corano

L’amore era ingannato e l’innamorato sparirà

Fuggirà l’assassino perché non ha una vittima

Gli amanti spariranno perché non c’era amore

Scompariranno gli alberi dal loro giardino

Le rovine si dissolveranno perché non avranno più la terra

Il poeta senza parole fuggirà

Senza femminilità le donne spariranno

Dentro questi corpi c’è un cuore che se sarà isolato morirà.

America America

Saadi Yousef

Dio salvi l’America
La mia casa dolce casa!

Il generale francese che sollevò il suo tricolore
su Nugrat al-Salman dove fui prigioniero trent’anni fa…
nel mezzo di quella svolta a U
che spezzò la schiena dell’esercito iracheno,
il generale che amava i vini di St Emilion
definiva Nagrat al-Salman un forte…
Sulla faccia della terra, i generali conoscono solo due dimensioni:
tutto ciò che si erge è un forte
tutto ciò che si estende è un campo di battaglia.
Com’era ignorante il generale!
Ma Liberation era più versato in topografia.
Il ragazzo iracheno che ne conquistò la prima pagina
sedeva carbonizzato dietro al volante
sull’autostrada Kuwait-Safwan
mentre le telecamere
(il bottino della sconfitta e loro identità)
erano al sicuro nel camion come in una vetrina
su rue Rivoli.
La bomba a neutroni è altamente intelligente,
riesce a distinguere fra
un “Io” e una “Identità”.

Dio salvi l’America
La mia casa dolce casa!

(Blues)
Quanto devo camminare per arrivare a Sacramento
Quanto camminerò per arrivare a casa
Quanto camminerò per raggiungere la mia ragazza
Quanto devo camminare per arrivare a Sacramento
Per due giorni, nessuna barca è salpata da questo torrente
due giorni, due giorni, due giorni
Tesoro, come posso andare?
Conosco questo torrente
Ma, O ma, O ma, per due giorni

La L La La L La
La L La La L La

Uno straniero si spaventa
Non avere paura caro cavallo
Non avere paura delle volpi nella foresta
Non avere paura perché la terra è la mia terra

La L La La L La
La L La La L La

Uno straniero si spaventa

Dio salvi l’America
Mia casa dolce casa!

Anche a me piacciono i jeans e il jazz e Treasure Island
e il pappagallo di Long John Silver e le terrazze di New Orleans
Amo Mark Twain e i battelli a vapore sul Mississippi e i cani di Abraham Lincoln
Amo i campi di grano e di granturco e l’odore del tabacco della Virginia.
Ma non sono americano. Tanto basta perché il pilota del Phantom mi riporti all’Età della Pietra!
Non ho bisogno del petrolio, né della stessa America, né dell’elefante, né dell’asino.
Lasciami pilota, lasciami la mia casa con il tetto di foglie di palma e il suo ponte di legno.
Non ho bisogno del tuo Golden Gate né dei tuoi grattacieli.
Ho bisogno del villaggio non di New York.
Perché sei venuto da me dal tuo deserto del Nevada, soldato armato fino ai denti?
Perché hai percorso tutta la strada fino alla lontana Basra dove i pesci nuotavano fino alla porta di casa.
Non alleviamo maiali qui. Ho solo questi bufali che masticano pigramente gigli d’acqua.
Lasciami solo soldato.
Lasciami alla mia capanna di giunco e alla mia canna da pesca.
Lasciami i miei uccelli migratori e le piume verdi.
Prenditi i tuoi rombanti uccelli d’acciaio e i tuoi missili Tomahawk. Non sono tuo nemico.
Sono quello che affonda fino alle ginocchia nelle risaie.
Lasciami alla mia sventura.
Non ho bisogno del tuo giorno del giudizio.

Dio salvi l’America
Mia casa dolce casa!

America
scambiamo i tuoi doni.
Prenditi le tue sigarette di contrabbando
e dacci patate
Prenditi le pistole dorate di James Bond
e dacci le risatine di Marylin Monroe.
Prenditi la siringa di eroina sotto l’albero
e dacci vaccini.
Prenditi i tuoi progetti di penitenziari modello
e dacci case e villaggi.
Prenditi i libri dei tuoi missionari
e dacci carta per poesie che ti diffamino.
Prenditi quello che non hai
e dacci quello che abbiamo.
Prenditi le strisce della tua bandiera
e dacci le stelle.

Prenditi la barba del Mujahidin afgano
e dacci la barba di Walt Whitman piena di farfalle.
Prenditi Saddam Hussein
e dacci Abraham Lincoln
o non darci nessuno.

Guardo dall’altra parte del balcone
dall’altra parte del cielo estivo, la Damasco estiva d’estate
gira, stordita fra le antenne televisive
poi affonda, profondamente, nelle storie di forti
e torri
e gli arabeschi di avorio
e affonda, profondamente, dal Rukn al-Din
poi scompare dal balcone.

Ed ora
ricordo gli alberi:
la palma da dattero della nostra moschea a Basra, all’estremità di Basra
il becco dell’uccello
e un segreto di bimbo
una festa d’estate.
Ricordo una palma da dattero.
La tocco. Divento lei, quando cade annerita senza foglie
quando una diga cadde abbattuta dal lampo.
E ricordo l’imponente gelso
quando rintronò, massacrato da una scure
riempire il torrente di foglie
e uccelli
e angeli
e sangue verde.

Ricordo quando i fiori del melograno coprivano i marciapiedi,
gli studenti guidavano la sfilata degli operai…

Gli alberi muoiono
colpiti
storditi,
non in piedi
gli alberi muoiono.

Dio salvi l’America
Mia casa dolce casa!

Non siamo ostaggi, America
e i tuoi soldati non sono i soldati di Dio…
Noi siamo i poveri, la nostra è terra di Dei annegati
Dei di tori
Dei di fuoco
gli Dei del dolore che intessono argilla e sangue in un canto…
Noi siamo i poveri, nostro è il dio dei poveri
che emerge dalla costola del contadino
affamato
e radioso,
e leva in alto i capi…
America, noi siamo i morti
Lascia venire i tuoi soldati
Chiunque uccida un uomo, lascia che lo resusciti
Noi siamo gli annegati, cara signora

Noi siamo gli annegati
Lascia venire l’acqua.

L’ombra di una lacrima

Dunya Mikhail

Dunya Mikhail

Al tempo dei saluti affrettati
e della luce artificiale
l’ombra di una lacrima cala
sul cielo
né ruote che accelerano
né strade
né gomma
la possono cancellare

Sui rami spezzati
si librano uccelli indifferenti
uno di loro resta indietro
niente paura
li raggiungerà tra poco
è solo toccato dall’ombra della lacrima
spezzata sui rami.

L’alba

Hasan Atiya Al-Nassar

Hasan Atiya Al-Nassar

L’alba è rimasta annegata, di alberi tenebrosi

e fuochi densi.

Sorgente di vapore, specchi luminosi

volano.

La tua camicia trasparente

come l’acqua, come aria desertica

ti chiederanno nuda sull’ultima pagina

del giornale

o nei solchi profondi

quelli che hanno scritto i nostri nomi palesemente.

Tu fuggi solo negli incroci stradali,

chiudi la porta del cuore, le finestre nel mio viso.

Ti vedo triste sul marciapiede,

tu stai andando verso il vetro della città,

stai cercando con i piccoli, erba e polvere.

Tu fuggi veloce come una stella.

Diventerai secca con la nebbia.

I tuoi sogni verdi hanno scordato la primavera.

Forse i boschi di fuoco sono rimasti divorati.

Tu fuggi sola

per leggere un quaderno di poesia.

L’ha scritta un poeta sconosciuto.

Il fiume si traveste verso di te,

arrivato dall’oriente, pietrificato nel dolore.

Il fiume brilla con la bellezza del tuo viso.

La gemma

Dunya Mikhail

Dunya Mikhail

Non è più sul fiume
non è in città
non è sulla carta
il ponte che era
il ponte che eravamo
abituati ad attraversare
il ponte
l’ha gettato nel fiume la guerra
come una signora
la sua gemma azzurra
da sopra il Titanic.

La tazza

Dunya Mikhail

Dunya Mikhail

La donna capovolge la tazza tra le lettere
spegne le luci a parte una candela
poggia il dito sulla tazza
ripete parole come formula magica
Spirito… se ci sei rispondi sì
La tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– sei veramente lo spirito di mio marito che è stato ucciso?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– perché mi hai lasciato così presto?
la tazza indica le lettere: n o n d i p e n d e d a m e
– perché non sei scappato?
la tazza indica le lettere: s o n o s c a p p a t o
– e come ti hanno ucciso allora?
la tazza indica le lettere: a l l e s p a l l e
– che faccio di tutta la mia solitudine?
la tazza non si muove
– mi manchi
la tazza non si muove
– mi ami?
la tazza si sposta verso destra per dire – sì –
– posso farti restare qui?
la tazza si sposta verso sinistra per dire – no –
– vengo con te?
la tazza si sposta verso sinistra
– ci saranno cambiamenti nella nostra vita?
la tazza si sposta verso destra
– quando?
la tazza indica 1996
– stai bene?
la tazza – dopo un attimo di esitazione – si sposta verso destra
– che mi consigli di fare?
s c a p p a
– per andare dove?
la tazza non si muove
– ci sarà un’altra disgrazia?
la tazza non si muove
– che raccomandazione mi lasci?
la tazza indica una successione di lettere senza senso
– ti sei stancato di rispondere?
la tazza si sposta verso sinistra
– posso farti ancora domande?
la tazza non si muove
dopo un attimo di silenzio – la donna balbetta:
Spirito… vai in pace
poi chiama il figlio che è in giardino
a catturare insetti con un elmetto forato.

Il filo argentato

Hasan Atiya Al-Nassar

Hasan Atiya Al-Nassar

Il filo argentato ha superato
l’età nella testa
ha portato città, fiumi, villaggi, acque secche
dormono sotto la testa.
E tutto è così
tra le città belle e le città distrutte
Ho sognato
per esser patria tua e mia
ma tu hai trovato città senza terra
piantagioni senza contadino
ma io sogno per esser terra e terreno
nei miei sogni e tuoi sogni
anni sono passati nella mia testa
filo di argento
tu sei il mio bel campo
perché
ho chiuso gli occhi per vederti
nella malinconia lieta.
Ho chiuso gli occhi per non
veder contadini nudi senza terra.
Ho chiuso gli occhi per non vedere
i pescatori quando non cantano l’acqua
quante volte ho chiuso gli occhi per non vedere
una palma sotto la quale dormono
i pastori feriti senza stanchezza
io sono stanco senza stanchezza
io sono estraneo con le donne che
mi hanno amato
sono estraneo
sono estraneo con me stesso
estraneo se sogno
estraneo se mi sveglio
il cielo vasto
la terra senza confini
tu sei il cielo senza terra, e le tue
stelle sono d’argento
e il filo argentato cresce ancora nella mia testa
straniero è nella terra felice
ma quante volte ho chiuso i miei occhi per vederti vicino
ma tu sei tu
io son io
fili di argento per i miei capelli
e nessuno mi vede
questo per me resta

La guerra lavora molto

Dunya Mikhail

Dunya Mikhail

La guerra
com’è
seria
attiva
e abile!

Sin dal mattino
sveglia le sirene
invia ovunque ambulanze
scaglia corpi nell’aria
passa barelle ai feriti
richiama la pioggia dagli occhi delle madri
scava nel terreno
dissotterra molte cose dalle macerie
alcune luccicanti e senza vita
altre pallide e ancora vibranti.

Suscita più interrogativi
nelle menti dei bambini.
Intrattiene gli dei lanciando
missili e proiettili
in cielo.

Pianta mine nei campi
semina buche e vuoti d’aria
sollecita le famiglie a emigrare
affianca i sacerdoti
quando maledicono il diavolo
(disgraziato, la sua mano è ancora infuocata. Brucia.)

La guerra è inarrestabile, giorno e notte.
Ispira i lunghi discorsi dei tiranni
conferisce medaglie ai generali
e argomenti ai poeti.

Contribuisce all’industria di arti artificiali
fornisce cibo alle mosche
aggiunge pagine ai libri di storia
mette sullo stesso piano vittima e assassino.
Insegna agli innamorati come si scrivono le lettere
insegna alle ragazze ad aspettare
riempie i giornali di storie e fotografie
fa rullare ogni anno i tamburi per festeggiare
costruisce nuove case per gli orfani
tiene occupati i costruttori di bare
dà pacche sulle spalle ai becchini
sorride davanti al capo.

La guerra lavora molto
non ha simili
ma nessuno la loda.