La mia casa è annuvolata

NIMĀ YUSHIJ

NIMĀ YUSHIJ

La mia casa è annuvolata
con lei tutta la terra è annuvolata.
Dall’alto del valico abbattuto, devastato e ubriaco,
il vento imperversa.
Tutto il mondo ne è devastato,
e così pure i miei sensi.
Tu, o flautista, che la melodia del flauto ha fuorviato, dove sei?
La mia casa è annuvolata, ma
la nuvola è sul punto di piovere.
Immaginando i miei giorni luminosi, sfuggiti al mio possesso,
io sono davanti al sole,
porto il mio sguardo alla soglia del mare.
E tutto il mondo è devastato e abbattuto dal vento,
e per la via, il flautista che perenne suona il flauto, in questo mondo zeppo di nubi,
sta davanti alla sua strada.

Nel percorso nascosto e…

NIMĀ YUSHIJ

NIMĀ YUSHIJ

Nel percorso nascosto e palese del villaggio ci sono parole:
chi s’è adattato?
Chi ha vinto?
Chi ha perso?
E l’olmo silente,
e il giardino depredato, alle parole esistenti
negano ascolto,
e ogni cosa punge il cuore.
Dalla riva rotta, arresa,
fino alle valli addormentate nel bosco,
che spazi hanno aperto alla tenebra della notte,
fino a questo luogo che il piccone arrugginito
con tono indifferente batte,
ogni cosa ha portato angustia.
E quelle parole persistono.
Sporco perché è il volto della luna
dagli occhi svegli?
Chi mai conosce il sonno? E perché sonno?
Chi s’è adattato?
Chi ha vinto?
Chi ha perso?
Da cosa dipende la porta sfasciata? E la rotta finestra?
Perché non una stanza più
s’illumina con un lume?
Perché un attimo solo un amico
dell’amico non chiede
né di tracce o avventure passate?
Ma tediata gocciola l’acqua
il suo tedio mormora appartato.
il fuso è caduto, la vecchia depressa, nel focolare;
ha tramortito il fuoco, il freddo;
e l’olmo silente,
e il depredato giardino, alle parole esistenti,
negano ascolto.

Nella fredda notte d’inverno

NIMĀ YUSHIJ

NIMĀ YUSHIJ

Nella fredda notte d’inverno
anche il forno del sole, come il caldo forno del mio lume non arde.
E come il mio lume
non splende nessun altro lume,
né è congelata la luna che dall’alto splende.
Io, il mio lume una notte oscura ho illuminato nell’andirivieni del mio vicino
ed era una fredda notte d’inverno,
il vento s’avvolgeva al pino,
in mezzo alle spente baracche
da me si separò, sperduto, in questa stretta strada.
E ancora la storia persiste nel ricordo
e queste parole appese alle labbra:
Chi illumina? Chi arde?
Chi nel cuore questa storia preserva?
Nella fredda notte d’inverno,
anche il forno del sole, come il caldo forno del mio lume non arde.

Ti attendo fissando la strada

NIMĀ YUSHIJ

NIMĀ YUSHIJ

Ti attendo fissando la strada, di notte
quando si tingono di scuro le ombre tra i rami di “telajen”
e da ciò è causata la nostalgia di amanti afflitti;
ti attendo fissando la strada.
Di notte. Nell’attimo in cui i fondi delle valli dormono come i serpenti morti;
nel momento in cui la mano dell’edera lega al piede del cipresso la trappola,
che tu mi ricordi o no, io dal tuo ricordo non cesso;
ti attendo fissando la strada.

Il verbo degli uccelli

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con nessun pugnale
questa corda si sfibra,
incessantemente
una voce si sente
giorno e notte dal giardino:
“ciù ciù,
cià cià,
ciah ciah,
ciù ciù,
ciah ciah”.
Il limpido del sussurro
scorre dall’altra parte del muro.
Chiede Jalāl:
“La gola di quest’uccello
dell’atto di cantare e
del chiamare
mai si stancherà,
ché con la sua melodia nella calura del giorno e
nell’ombra della notte,
sveglio tien sempre il giardino e
il bosco?”
“Guarda che”
-dico io-
“questo è l’incanto dell’amante, dell’alba;
non n’è finita ancora una,
che l’altra già prende il via;
la voce è una
ma gli uccelli molti.”

Paradosso primo

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con queste stesse parole che mai,
la pretesa d’incanto o prodigio hanno,
come storno e canarino e tortora, che
-pur essendo divini messaggeritranne il canto altro versetto non hanno,
mi è giunta la rivelazione dall’alba:
“colui per il quale tu eri in attesa,
altri non è se non tu stesso, insomma,
se gli altri questo non sanno,
indubbiamente gli occhi aperti non hanno.

Transumanza di viole

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Negli ultimi giorni di Febbraio
è bella
la transumanza delle viole migranti.
Nel mezzodì limpido di Febbraio,
quando le viole dalle loro fredde ombre,
[avvolte] nel raso della fragranza primaverile,
con terra e radici
-la loro patria mobilein piccole scatole di legno
son portate agli angoli delle strade:

Ecco il ruscello di mille mormorii in me,
sgorga:
magari…
magari l’uomo la sua patria
potesse con sé portare
ovunque volesse
come le viole
(nelle scatole di argilla).
Nel chiarore della pioggia,
nel sole puro.

Una canzone in lode dell’amore

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

L’amore non è una parola, è un significato
una scala verso il mondo supremo
Quando con la vita s’è legata la morte
l’amore appare dal fondo dello specchio
È forse l’arte di morire l’amore
che è così magica e bella?
Morire e rivivere nella morte
certo che è uno stato eminente!
È un termine ambiguo e insensato
ma in verità è l’unica manifestazione del senso
È un dirupo eterno, per ogni precipitare
cadervi dentro è un ascendere verso l’Alto
Creare una divinità da qualcosa come questo Sé
è un rendere eterne la passione e la polvere
Col corpo inizia l’amore
fin dove giunge? Dio lo sa!
È il passaggio da una porta vietata
quella porta che è presenza nel domani
È senza tempo quest’isola d’amore
benché sia palese nel corso del tempo
Una rosa che all’alba della resurrezione
sarà causa d’ebbrezza all’olfatto di Dio
La gelosia e l’invidia sue, incendianti,
donano vita ad ogni [nostra] pazienza
Abitudine e banalità son le sue nemiche
ché “l’arrivare” è la nostra decadenza
L’amore è un animare col corpo
benché la sua fine sia un corpo solitario
[E’] un’arsura per l’anima gemella, nascosta
giungere alla quale è la nostra bramosa supplica
L’amore è uno smarrire “io”, “tu” e “lui”
ogni cosa ch’è perduta è là che si trova.

Una dimora in lontananza

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

Una dimora in lontananza ci sarà certamente per tutti i viaggiatori
così avevo saputo, e così so.
Ma,
o tu ignota, o tu lontana!
È credibile che tu sia ornata di un culto desiderabile.
So soltanto che devo raggiungerti, ma
magari sapessi anche, o dimora non conosciuta
da questa spelonca fin lì, quale strada prendere
o qual è la deviazione.
O tu che per me, e non per mia volontà hai costruito casa!
E magari anche sapessi a te cosa dover portare.
Lo so, o cara lontana! Questo lo sai bene
io sono un impotente pedone, mentre tu sei lontana e il tempo è inadeguato.
Magari sapessi anche
tu lì per me che cosa hai previsto.
La volta che di estasi, di letizia, il pensiero si colma
potrò vedere
tra i rivali un grazioso la cui coppa batta sulla mia,
così da condividere con lui la letizia?
Quando arriva la notte ci sarà una lanterna?
Non dico le primavere, ma uno stelo in un vaso?
O quando la nube della nostalgia pioverà, il cuore si oscurerà, strariperà,
di un conoscente, un che consoli, lì, vi sarà traccia?

Come un anfora assettata

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

Traboccante di vuoto
il ruscello degli attimi scorre.
Come un’anfora assetata che nel sogno vede l’acqua e nell’acqua vede il sasso,
amici e nemici conosco io.
Amo la vita,
ritengo nemica la morte.
Ahi, ma –a chi dire questo?- io ho un’amica
da cui voglio rifugiarmi presso una nemica
Il ruscello degli attimi scorre.