Ascolta, o cuore dalle facili illusioni

Hafez

Hafez

Mostra il tuo volto
e lascia che si trascini nell’oblio
la mia esistenza,
e fa che la porti via con sé il vento
la casa di chi ha in fiamme il petto.

Lascia che l’impeto del petto
nella Parside estingua del Tempio del Fuoco
le fiamme,
e dagli occhi scorrano sul viso
le acque del Tigri
di Baghdad.

Cedemmo il cuore e gli occhi, noi,
alla tempesta della rovina,
lascia allora che scorra il torrente
di dolore
e che sradichi le fondamenta della casa.

Chi potrà mai annusare
i suoi capelli di pura ambra,
che vano incanto!
Ascoltami, o cuore dalle facili illusioni,
e lascia che si estinguano dalla memoria
queste pallide parole.

Che trionfi la sorte del Vecchio dei Magi,
tutto il resto è cosa effimera,
che spariscano gli altri
e dimentichino il mio nome.

Non giungerai mai ad alcun luogo
per questa via
senza esserti misurato con lo sforzo,
rispetta devotamente il Maestro
se vuoi raggiungere l’onore cui aneli.

Il giorno della mia morte
per un respiro
concedimi la promessa dell’incontro,
e poi
accompagnami alle lastre del sepolcro,
io, serenamente libero.

– Ti ucciderò prima o poi
con le mie lunghe ciglia –
mi diceva ieri sera,
o Signore, spazza via dal suo animo
questi pensieri di terrore.

Pensa, Hafez,
al corpo sottile
dell’animo dell’amico,
e porta via dalla sua soglia
lo strepito di questo lamento.

Edera

Sohrāb Sepehri

Sohrāb Sepehri

Passavo dal confine del mio sogno
l’ombra oscura di un’edera
era ricaduta su tutta questa rovina.
Quale impavido vento
portò mai il seme di quest’edera nel territorio del mio sogno?

Dietro le vitree porte delle visioni
nella palude senza sfondo degli specchi
ove morivo un pezzo di me, cresceva un’edera
come se attimo dopo attimo si versasse nel mio vuoto
ed io nel suono del suo sbocciare
attimo dopo attimo morissi me stesso.
Crolla il tetto del portico
e il ramoscello dell’edera si attorciglia intorno a tutte le colonne.
Quale impavido vento
portò mai il seme di quest’edera nel territorio del mio sogno?

Crebbe l’edera
spuntò il suo ramoscello dal fondo del mio trasparente sogno.
fui nella visione
arrivò l’alluvione del risveglio.
Aprii gli occhi [immersi] nella rovina del sogno:
l’edera si era attorcigliata a tutta la mia vita,
nelle sue vene, ero io che scorrevo.
La sua vita in me aveva radici
era tutto me stesso.
Quale impavido vento
portò mai il seme di quest’edera nel territorio del mio sogno?

Il verbo degli uccelli

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con nessun pugnale
questa corda si sfibra,
incessantemente
una voce si sente
giorno e notte dal giardino:
“ciù ciù,
cià cià,
ciah ciah,
ciù ciù,
ciah ciah”.
Il limpido del sussurro
scorre dall’altra parte del muro.
Chiede Jalāl:
“La gola di quest’uccello
dell’atto di cantare e
del chiamare
mai si stancherà,
ché con la sua melodia nella calura del giorno e
nell’ombra della notte,
sveglio tien sempre il giardino e
il bosco?”
“Guarda che”
-dico io-
“questo è l’incanto dell’amante, dell’alba;
non n’è finita ancora una,
che l’altra già prende il via;
la voce è una
ma gli uccelli molti.”

L’ora dell’esecuzione

AHMAD SHĀMLOU

AHMAD SHĀMLOU

Nel chiavistello della porta girò una chiave
Tremò sulle sue labbra un sorriso
come la danza dell’acqua sul soffitto
dal riflesso d’un raggio di sole
Nel chiavistello della porta girò una chiave

Fuori
il bel colore dell’aurora
come una formica sperduta
cercava girovagando sui fori della canna
ansimante, la sua casa…
….
Nel chiavistello della porta girò una chiave
danzò sulle sue labbra un sorriso
come la danza dell’acqua sul soffitto
dal riflesso d’un raggio di sole

Nel chiavistello della porta girò una chiave.

Appuntamento

AHMAD SHĀMLOU

AHMAD SHĀMLOU

Oltre i confini del tuo corpo ti amo.
Dammi gli specchi e i bramosi pipistrelli
la luminosità e il vino
l’alto cielo e l’arco largo del ponte,
gli uccelli e l’arcobaleno dammi!
E ripeti l’ultimo brano
nella tonalità che suoni.
….
Oltre i confini del mio corpo
ti amo.
In quel lontano fuorimano
dove la missione dei corpi si compie
e fiamma e brama, battiti e suppliche
interamente
si calmano
e ogni significato abbandona lo stampo dei termini
come uno spirito
che abbandona il corpo alla fine del viaggio,
all’assalto finale degli avvoltoi …
….
Negli aldilà dell’amore
ti amo,
oltre il telo e il colore.
Nell’aldilà dei nostri corpi
fissa un incontro con me!

Di là dai mari

Sohrāb Sepehri

Sohrāb Sepehri

Costruirò una barca, in acqua la getterò.
Mi allontanerò da questa terra straniera
dove non c’è nessuno che nel boschetto d’amore svegli gli eroi.

La barca è vuota della rete
e il cuore del desiderio della perla, continuerò a navigare.
Non alle azzurrità legherò il cuore
né alle sirene, che alzano la testa fuori dall’acqua, e sulla fulgida solitudine dei pescatori
spargono dalle chiome l’incanto.

Continuerò a navigare. Continuerò a cantare:
«bisogna allontanarsi, allontanarsi. L’uomo di quella città non conosceva miti.
La donna di quella città non era colma quanto un grappolo d’uva.
Lo specchio di nessuna sala più ripeteva l’ebbrezze. La pozzanghera neppure rifletteva una luce di fiaccola. Bisogna allontanarsi, allontanarsi.
La notte ha cantato la sua canzone, ora è il turno delle finestre».
Continuerò a cantare. Continuerò a navigare.

Di là dai mari c’è una città
dove le finestre si aprono alla Manifestazione.
I tetti sono la dimora di colombe
che osservano lo zampillo del senno umano. La mano di ogni bimbo decenne della città, è un ramo di conoscenza.
La gente della città guarda a un mangime
così come guarda a una fiamma, o a un sogno sottile.
La terra sente la musica dei tuoi sensi
e il fruscio delle ali degli uccelli del mito si scorge nel vento.

Di là dai mari c’è una città dove la vastità del sole
è pari agli occhi dei più mattinieri.
I poeti sono gli eredi dell’acqua e dell’intelletto e della luminosità.

Di là dai mari c’è una città! Bisogna costruire una barca.

Nebbia

Ahmad Shāmlu

Ahmad Shāmlu

Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

La lampada del villaggio è celata

Una calda onda è nel sangue del deserto

Il deserto, stanco

Silente

Esausto

Nel caldo delirio della nebbia, trasuda lieve da ogni giuntura

“Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

. [Parla con sé il viandante]

I cani del villaggio tacciono.

Velato nel mantello della nebbia arrivo a casa. Golkù non lo sa. Mi vedrà d’un tratto alla soglia, con gli occhi lacrimanti e col sorriso sulle labbra, dirà:

“Il deserto da un capo all’altro è ghermito dalla nebbia

… pensavo tra me che se la nebbia di questo passo fino all’alba fosse durata, i prodi dal loro nascondiglio sarebbero tornati all’incontro coi cari.”

Il deserto

da un capo all’altro

è ghermito dalla nebbia.

La lampada del villaggio è celata, una calda onda è nel sangue del deserto.

Il deserto – stanco silente esausto nel caldo delirio della nebbia, suda lieve da ogni giuntura.

La bambola meccanica

Forugh Farrokhzad

Forugh Farrokhzad

Più di così,
sì molto più ancora
si può restare in silenzio
Per ore,
con lo sguardo immobile dei cadaveri,
si può fissare il fumo di una sigaretta
la forma di una tazza
un pallido fiore sul tappeto
un vago tratto sul muro
Con le rigide dita
si può scostare la tenda
e guardare fuori la pioggia che batte,
il bimbo e l’aquilone dipinto
sotto il porticato
e il vecchio carro
attraversare chiassoso la piazza deserta
Vicino alla tenda
si può restare immobili
senza vedere, senza sentire
Con la voce aliena e artefatta
si può gridare forte
“Io amo”
Tra le braccia vigorose di un uomo,
si può essere una donna sana e bella
Con il corpo dalla pelle tesa
con i seni duri e pieni
si può inquinare
nel letto di uno sbronzo, un randagio, un folle
la purezza di un amore
Si può beffare con astuzia
ogni incomprensibile enigma
e accontentarsi di un cruciverba
Si può essere felici
di una risposta banale di cinque o sei lettere,
sì, una risposta banale
Ci si può inginocchiare,
tutta la vita, a testa bassa,
innanzi a un santuario freddo
Si può vedere Dio in una tomba ignota
Si può credere in Dio
Per una piccola moneta
Si può lentamente marcire
come un vecchio predicare
nelle piccole stanze di una moschea
Si può, come lo zero,
nelle divisioni e nelle moltiplicazioni,
restare sempre immutati
si può considerare il tuo sguardo di rancore
il bottone scolorito di una vecchia scarpa
e come l’acqua prosciugarsi nel proprio fossato
Si può nascondere timidamente
in fondo a un vecchio baule,
come una buffa istantanea in bianco e nero,
la bellezza di un attimo
Si può appendere
nella cornice vuota di una giornata
l’immagine di un condannato, vinto crocefisso
si possono coprire,
dietro le maschere, le crepe del muro
o aggiungere ancora altre inutili figure
Si può guardare al proprio mondo
con gli occhi vitrei della bambola meccanica
Si può dormire in una scatola di panno ruvido
con il corpo riempito di paglia
tra pizzi e perline
e a ogni volgare pressione delle dita
gridare invano
“oh, come sono felice”

Nell’oscurità

FORUGH FARROKHZĀD

FORUGH FARROKHZĀD

Nell’oscurità
T’ho chiamato
C’era il silenzio, e la brezza
Che sventolava la tenda
Nel tediato cielo
Una stella ardeva
Una stella passava
Una stella moriva
T’ho chiamato
T’ho chiamato
Tutta la mia esistenza
Come una ciotola di latte
Era fra mie le mani
Lo sguardo azzurro della luna
Toccava i vetri
Una triste canzone
S’innalzava come fumo
Dalla città delle cicale
Come fumo scivolava sulle finestre
Tutta la notte là
Nel mio petto
Qualcuno dalla disperazione
Ansimava
Qualcuno insorgeva
Qualcuno ti desiderava
Qualcuno le sue mani fredde
Di nuovo respingeva
Tutta la notte là
Dagli oscuri rami
Una tristezza si versava
Qualcuno di sé si meravigliava
Qualcuno a sé ti invocava
L’aria come maceria
Su di lui crollava
Il mio piccolo albero
Era innamorato del vento
Del vento vagabondo
[Ma] dov’è la dimora del vento?
Dov’è la dimora del vento?

Unione

FORUGH FARROKHZĀD

FORUGH FARROKHZĀD

Queste oscure pupille, oh
Questi miei semplici Sufi eremiti
Nel rapimento della danza rituale degli occhi di lui
Erano in estasi
Vidi ondeggiare
Su di me interamente
Come la vampa rossastra del fuoco
Come il riflesso dell’acqua
Come una nube convulsa di pioggia
Come un cielo accaldato dal respiro dell’estive stagioni.
Fino all’illimitato
Fino al di là della vita
Era disteso lui
Vidi nel soffiare delle sue mani
La corporeità del mio essere
Dissolversi.
Vidi il suo cuore
Con quella incantevole risonanza vagante
Rimbombare pieno nel mio cuore
L’ora volò via
La tenda se ne andò col vento
L’avevo stretto a me
Nell’aureola focosa
Avrei voluto dire qualcosa
Però, oh meraviglia!
Il folto delle sue ciglia ombreggianti
Come le frange della tenda di seta
Fluirono dal fondo della tenebra
Lungo l’esteso inguine del desiderio
E quella convulsione
Quella convulsione contaminata di morte
Fino alla mia profondità perduta
Mi vidi liberare
Mi vidi liberare
Vidi la mia pelle spaccarsi pel dilatare dell’amore
Vidi il mio volume ardente
Liquefarsi
E versarsi, versarsi, versarsi
Nella luna, la luna adagiata nel concavo, l’opaca luna perturbata
Avevamo pianto l’uno nell’altro
L’uno nell’altro tutto l’attimo ineffabile dell’unione
Follemente avevamo vissuto