Unione

FORUGH FARROKHZĀD

FORUGH FARROKHZĀD

Queste oscure pupille, oh
Questi miei semplici Sufi eremiti
Nel rapimento della danza rituale degli occhi di lui
Erano in estasi
Vidi ondeggiare
Su di me interamente
Come la vampa rossastra del fuoco
Come il riflesso dell’acqua
Come una nube convulsa di pioggia
Come un cielo accaldato dal respiro dell’estive stagioni.
Fino all’illimitato
Fino al di là della vita
Era disteso lui
Vidi nel soffiare delle sue mani
La corporeità del mio essere
Dissolversi.
Vidi il suo cuore
Con quella incantevole risonanza vagante
Rimbombare pieno nel mio cuore
L’ora volò via
La tenda se ne andò col vento
L’avevo stretto a me
Nell’aureola focosa
Avrei voluto dire qualcosa
Però, oh meraviglia!
Il folto delle sue ciglia ombreggianti
Come le frange della tenda di seta
Fluirono dal fondo della tenebra
Lungo l’esteso inguine del desiderio
E quella convulsione
Quella convulsione contaminata di morte
Fino alla mia profondità perduta
Mi vidi liberare
Mi vidi liberare
Vidi la mia pelle spaccarsi pel dilatare dell’amore
Vidi il mio volume ardente
Liquefarsi
E versarsi, versarsi, versarsi
Nella luna, la luna adagiata nel concavo, l’opaca luna perturbata
Avevamo pianto l’uno nell’altro
L’uno nell’altro tutto l’attimo ineffabile dell’unione
Follemente avevamo vissuto

Di là dai mari

Sohrāb Sepehri

Sohrāb Sepehri

Costruirò una barca, in acqua la getterò.
Mi allontanerò da questa terra straniera
dove non c’è nessuno che nel boschetto d’amore svegli gli eroi.

La barca è vuota della rete
e il cuore del desiderio della perla, continuerò a navigare.
Non alle azzurrità legherò il cuore
né alle sirene, che alzano la testa fuori dall’acqua, e sulla fulgida solitudine dei pescatori
spargono dalle chiome l’incanto.

Continuerò a navigare. Continuerò a cantare:
«bisogna allontanarsi, allontanarsi. L’uomo di quella città non conosceva miti.
La donna di quella città non era colma quanto un grappolo d’uva.
Lo specchio di nessuna sala più ripeteva l’ebbrezze. La pozzanghera neppure rifletteva una luce di fiaccola. Bisogna allontanarsi, allontanarsi.
La notte ha cantato la sua canzone, ora è il turno delle finestre».
Continuerò a cantare. Continuerò a navigare.

Di là dai mari c’è una città
dove le finestre si aprono alla Manifestazione.
I tetti sono la dimora di colombe
che osservano lo zampillo del senno umano. La mano di ogni bimbo decenne della città, è un ramo di conoscenza.
La gente della città guarda a un mangime
così come guarda a una fiamma, o a un sogno sottile.
La terra sente la musica dei tuoi sensi
e il fruscio delle ali degli uccelli del mito si scorge nel vento.

Di là dai mari c’è una città dove la vastità del sole
è pari agli occhi dei più mattinieri.
I poeti sono gli eredi dell’acqua e dell’intelletto e della luminosità.

Di là dai mari c’è una città! Bisogna costruire una barca.

Il verbo degli uccelli

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con nessun pugnale
questa corda si sfibra,
incessantemente
una voce si sente
giorno e notte dal giardino:
“ciù ciù,
cià cià,
ciah ciah,
ciù ciù,
ciah ciah”.
Il limpido del sussurro
scorre dall’altra parte del muro.
Chiede Jalāl:
“La gola di quest’uccello
dell’atto di cantare e
del chiamare
mai si stancherà,
ché con la sua melodia nella calura del giorno e
nell’ombra della notte,
sveglio tien sempre il giardino e
il bosco?”
“Guarda che”
-dico io-
“questo è l’incanto dell’amante, dell’alba;
non n’è finita ancora una,
che l’altra già prende il via;
la voce è una
ma gli uccelli molti.”

O salato ! O antico !

Sohrāb Sepehri

Sohrāb Sepehri

All’alba
il salato delle dimensioni della festa ombreggiò il gusto.
Il mio riflesso cadde nell’area del calendario: nella curva di quelle infantili oblique linee, sul digradare della quiete di una festa.
Esultai:
«Oh, che aria eccellente!»
Nei miei polmoni c’era l’evidenza delle ali di tutti gli
uccelli del mondo.
Quel giorno
l’acqua, com’era fresca!
Il vento era errante come l’ostinazione. Avevo disposto in ordine sulla terra tutti i miei esercizi di geometria.
Quel giorno
dei triangoli nell’acqua erano affondati.
Io
ero confuso,
saltai sul monte della carta geografica:
«Ehi, voi dell’elicottero di soccorso!». Peccato:
il disegno della bocca nel passaggio del vento si
arruffò.
O soffio salato! O tu, la più forte delle forme!
Guida
l’ombra del bicchiere
fino all’arsura di questa sgretolata sincerità!

Come un anfora assettata

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

MEHDI AKHAVĀN SĀLES

Traboccante di vuoto
il ruscello degli attimi scorre.
Come un’anfora assetata che nel sogno vede l’acqua e nell’acqua vede il sasso,
amici e nemici conosco io.
Amo la vita,
ritengo nemica la morte.
Ahi, ma –a chi dire questo?- io ho un’amica
da cui voglio rifugiarmi presso una nemica
Il ruscello degli attimi scorre.

L’amore universale

Ahmad Shāmlu

Ahmad Shāmlu

La lacrima è un mistero

il sorriso è un mistero

l’amore è un mistero

la lacrima di quella notte era il sorriso del mio amore.

Non sono favola che tu racconti

non sono melodia che tu canti

non sono voce che tu senta

o cosa che tu veda

o cosa che tu sappia…

Io sono il dolore comune

gridami!

L’albero parla con la foresta

l’erba con il campo

la stella con la galassia

e io con te parlo

Dimmi il tuo nome

Dammi la tua mano

Dimmi la tua parola

Dammi il tuo cuore

Io ho compreso le tue radici

con le tue labbra ho parlato per tutte le labbra

e le tue mani sono in intimità con le mie

Nel lucente eremo con te ho pianto

per i vivi

e nel cimitero buio con te ho cantato

gli inni più belli

perché i morti di quest’anno

erano i più innamorati dei vivi.

Dammi la tua mano

Le tue mani sono in intimità con le mie

Parlo con te, che tardi ho incontrato

Come la nube che con la bufera

Come l’erbe che col campo

Come la pioggia che col mare

Come l’uccello che con la primavera

Come l’albero che con la foresta

parla.

Perché io

ho compreso le tue radici

perché la mia voce

è in intimità con la tua.

Dov’è la goccia dell’illusione

Sohrāb Sepehri

Sohrāb Sepehri

Sollevai la testa:
era un’ape che nella mia immaginazione volteggiava
o il movimento di una nube che lacerava il mio sogno?
In uno spaventoso risveglio
sentii una melodia, un marino oscillare,
magnifico quanto il tacere di un sassolino
e mi alzai dai pressi del tempo.
Il grande momento
aveva posato silenzio sulle mie labbra.
Nel sole dei prati schiuse gli occhi un rettile:
i suoi occhi bevvero l’infinità dello stagno.
Un falco trascinò a terra l’ombra del suo volo
e una colomba nella pioggia del sole era in visione.
La spianata dei miei occhi sia il campo della tua parata, o grande panorama!
In questo meraviglioso ribollire, dov’è la goccia dell’illusione?
Le ali hanno perso l’ombra del volo.
Il petalo attende il peso dell’ape.
Palpo la freschezza della terra,
l’umidità di nessun brivido si posa qui tra le mie dita.
Mi avvicino all’acqua corrente,
sussurra l’invisibilità dei due limiti.
Come una melagrana spaccata i segreti sono sbocciati a metà.
Comprendi il germoglio del mio subbuglio
o tu, giovane bocciolo presto conosciuto!
Lode a te, o diafano attimo!
Nella tua infinità volteggia un’ape.

Nell’oscurità

FORUGH FARROKHZĀD

FORUGH FARROKHZĀD

Nell’oscurità
T’ho chiamato
C’era il silenzio, e la brezza
Che sventolava la tenda
Nel tediato cielo
Una stella ardeva
Una stella passava
Una stella moriva
T’ho chiamato
T’ho chiamato
Tutta la mia esistenza
Come una ciotola di latte
Era fra mie le mani
Lo sguardo azzurro della luna
Toccava i vetri
Una triste canzone
S’innalzava come fumo
Dalla città delle cicale
Come fumo scivolava sulle finestre
Tutta la notte là
Nel mio petto
Qualcuno dalla disperazione
Ansimava
Qualcuno insorgeva
Qualcuno ti desiderava
Qualcuno le sue mani fredde
Di nuovo respingeva
Tutta la notte là
Dagli oscuri rami
Una tristezza si versava
Qualcuno di sé si meravigliava
Qualcuno a sé ti invocava
L’aria come maceria
Su di lui crollava
Il mio piccolo albero
Era innamorato del vento
Del vento vagabondo
[Ma] dov’è la dimora del vento?
Dov’è la dimora del vento?

La mia casa è annuvolata

NIMĀ YUSHIJ

NIMĀ YUSHIJ

La mia casa è annuvolata
con lei tutta la terra è annuvolata.
Dall’alto del valico abbattuto, devastato e ubriaco,
il vento imperversa.
Tutto il mondo ne è devastato,
e così pure i miei sensi.
Tu, o flautista, che la melodia del flauto ha fuorviato, dove sei?
La mia casa è annuvolata, ma
la nuvola è sul punto di piovere.
Immaginando i miei giorni luminosi, sfuggiti al mio possesso,
io sono davanti al sole,
porto il mio sguardo alla soglia del mare.
E tutto il mondo è devastato e abbattuto dal vento,
e per la via, il flautista che perenne suona il flauto, in questo mondo zeppo di nubi,
sta davanti alla sua strada.