Poesia positiva

Semonide

Semonide

Ecco il più prezioso verso d’Omero di Chio:
quale la tempra delle foglie, tale d’uomo.
Molte orecchie l’hanno accolto, il verso, ma pochi
cuori in petto umano. Scudiera a ogni uomo è la speranza,
che si radica nei petti giovanili.
Finché un uomo ha l’incantato fiore della fresca età, ha sangue
caldo e lieve e, in mente, mondo d’irreali cose:
non ha pensiero d’invecchiare, d’arrivare a morte.
Finché c’è salute, il male non s’affaccia nei pensieri.
Stupidi, con la mente inerte: e non sanno
che poco è il tempo in fiore della vita
per chi ha morte in sé. Tu no. Tu l’hai capito: al limitare
della vita, tu sta’ saldo, sappi assaporare, nel profondo, i beni.
fr. 29 D. Traduzione di Ezio Savino

Tre passi

Alexandros Panagulis

Alexandros Panagulis

Tre passi in avanti
e tre indietro di nuovo
mille volte lo stesso percorso
Seimila passi
La passeggiata di oggi
mi ha stancato
Forse perché
misuravo i passi
Ora sto fermo
ma domani
comincerò a camminare all’inverso
(La varietà abbellisce la vita!)
E un’altra cosa penso:
se faccio i passi più corti
quattro a quattro potrò misurarli
Sì l’ho pensata bene
Il percorso diventerà più bello

Torna

Konstantinos Kavafis

Konstantinos Kavafis

Ritorna ancora e prendimi,
amata sensazione, ritorna e prendimi,
quando si ridesta viva la memoria
del corpo, e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue,
quando le labbra e la pelle ricordano, e la carne,
e le mani come se ancora toccassero.

Restaurazione

Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Non amava affatto gli uccelli, i fiori, gli alberi
diventati simboli di idee, utilizzati allo stesso modo
da schieramenti opposti. Lui tentava
di riportarli al loro fondamento naturale. Le colombe,
per esempio,
non emblema di un’infinità di convegni, ma begli uccelli
erotici, dal passo lento, che continuano a baciarsi
becco a becco nel mio cortile e mi riempiono
le mattonelle
di escrementi e piume (mi piacciono così); o, al massimo,
piccoli postini che portano al di sopra delle pallottole
le lettere dei bambini poveri a Dio, in cui gli chiedono
scarpe e quaderni e un po’ di caramelle. I gigli
non emblemi di purezza, ma piante profumate
e sensuali, dai petali spalancati
che mostrano gli stami eretti con i pollini d’oro. E l’ulivo,
non premio di vittoria o di pace ma genitore fruttifero
che dà il buon olio per le nostre pietanze e per la lucerna,
per gli arrossamenti del neonato e il ginocchio ferito
del bambino irrequieto e disobbediente, e ancora
per il modesto lume della Madonna. E io – disse –
nient’affatto mito, eroe o dio, ma semplice operaio
al pari di te, di te e dell’altro – proletario dell’arte
innamorato sempre degli alberi, degli uccelli, degli animali
e degli uomini,
innamorato soprattutto della bellezza dei pensieri puliti
e della bellezza dei corpi giovanili – un operaio
che scrive, scrive incessantemente su tutti e tutto
e ha un nome breve e facile a pronunciarsi: Ghiannis Ritsos.

L’altra solitudine

Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

Marina delle rocce

Odysseas Elytis

Odysseas Elytis

Hai un sapore di tempesta sulle labbra – Ma dove vagavi
Tutto il giorno nel duro sogno della pietra e del mare
Vento da aquile ha spogliato i colli
Ha spogliato fino all’osso il tuo desiderio
E le pupille dei tuoi occhi hanno accolto il segnale della Chimera
Rigando di schiuma il ricordo!
Dov’è la consueta erta del breve settembre
Nella rossa terra dove giocavi guardando in basso
I profondi faveti delle altre fanciulle
Gli angoli dove le tue compagne lasciavano bracciate di rosmarino