Le sirene

Guillaume Apollinaire

Guillaume Apollinaire

I cancelli incatenati, la recinzione di filo spinato è lì
come un’autorità di metallo contro la neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero, di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro menti.
Al di là, attraverso le finestre rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo e l’altro
e così, sospese nell’aria, restano prese
al margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si contano i raggi

In virtù dell’amore

Paul Éluard

Paul Éluard

Ho liberato la stanza dove dormo, dove sogno,
Liberato la campagna e la città dove passo,
Dove sogno da veglio, dove il sole si alza,
Dove nei miei occhi assenti, la luce si addensa.
Mondo a casaccio, senza superficie e senza fondo,
Dalle grazie dimenticate appena riconosciute,
La nascita e la morte mescolano il loro contagio
Nelle pieghe della terra e del cielo confusi.
Non ho separato nulla ma ho raddoppiato il mio cuore.
Amando, ho creato tutto: reale, immaginario.
Ho dato la sua ragione, la sua forma, il suo calore
E il suo ruolo immortale a colei che mi illumina.

Destini

Pierre Jean Jouve

Pierre Jean Jouve

Il lavoro è baratro. Oh, da me stesso salvami
Che non cessò di amare e divorare e scrivere;
Un genietto crudele mi stregò la vita
Con un fiume di parole che non ebbe
Altro miraggio se non l’eco del piombo;
Senza che mai mutasse il pianto originale,
Senza che mai guarisse dal debole sarcasmo
L’uomo ancor giovane che dubita
Della sua ricerca formale.

Spleen

Charles Baudelaire

Charles Baudelaire

Pluvioso, irritato contro l’intera città, versa dalla sua urna
a grandi zaffate un freddo tenebroso sui pallidi abitanti
dei vicino camposanto,
rovesciando, sui quartieri brumosi, la morte.
Il mio gatto, alla cerca d’un giaciglio sul pavimento agita
incessantemente il suo corpo magro e rognoso; l’anima
d’un vecchio poeta erra nella grondaia con la voce triste
d’un fantasma infreddolito.
La campana che si lagna e il tizzo che fa fumo accompagnano
in falsetto la pentola raffreddata; intanto in un
mazzo di carte dall’odore nauseante,
lascito fatale d’una vecchia idropica il bel fante di cuori
e la regina di picche chiacchierano sinistramente
dei loro amori defunti.

Sabbie mobili

Jacques Prévert

Jacques Prévert

Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
S’è ritirato già il mare in lontananza
E tu
Come alga dolcemente dal vento accarezzata
Nelle sabbie del letto ti agiti sognando
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Il mare s’è ritirato già in lontananza
Ma nei tuoi occhi socchiusi
Due piccole onde son rimaste
Dèmoni e meraviglie
Venti e maree
Due piccole onde per farmi annegare.

Libertà

Paul Éluard

Paul Éluard

Su quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome
Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome
Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome
Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome
Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome
Su tutti i miei lembi d’azzurro
Su lo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome
Su le piane e l’orizzonte
Su le ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome
Su ogni alito di aurora
Su le onde su le barche
Su la montagna demente
Scrivo il tuo nome
Su la schiuma delle nuvole
Su i sudori d’uragano
Su la pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome
Su le forme scintillanti
Le campane dei colori
Su la verità fisica
Scrivo il tuo nome
Su i sentieri risvegliati
Su le strade dispiegate
Su le piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome
Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Su le mie case raccolte
Scrivo il tuo nome
Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome
Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome
Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Su la santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome
Su ogni carne consentita
Su la fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome
Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome
Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome
Su l’assenza che non chiede
Su la nuda solitudine
Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome
Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà.

La Provvidenza

Frédéric Mistral

Frédéric Mistral

Guarda i fiori dei gattici. Sono fiocchi
di lanugine chiara. e basta solo
che un vento leggerissimo li tocchi
perchè disciolti sperdansi pel suolo.
Ma la bambagia. ovunque
sparpagliata.
dagli uccelletti è tosto raccattata.
Vedi: c’è un nido sotto quella
trama:
un nidietto di cincia, vellutato,
soffice, bianco. Ne han fatto la trama
prima per bene e poi l’hanno felpato
quei piccolini… O mano benedetta,
che un nido appresti ad ogni
passeretta…
Vagava, dunque, il vecchio lentamente
lungo i ruscelli, con la monachina,
e di Dio ragionava lungamente.
«Quale armonia nell’opera divina!»
diceva con profonda ammirazione.
«Qual previdenza e quale ammirazionel »
«Guarda quei moscerini erranti a schiera
per l’aria calma. Poco fa san nati
entro un raggio di sole, e questa sera
forse saranno al nulla ritornati.
Pure, per sì fuggevole esistenza,
dona loro ogni ben la Provvidenza!
Nelle galle essi trovan l’alimento
che piu lor piace; vivono nel sole;
hanno le alucce per seguire il venia,
e sui monti e sul pian portan la prole;
negli occhiolini lor tutto il creato
specchiarsi come un mare sconfinato».

Il fabbro

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Palazzo delle Tuileries,
verso il 10 agosto 1792
Col braccio sul martello gigante, tremendo
D’irruenza e grandezza, fronte vasta, ridendo
Come una tromba di bronzo, con tutta la bocca,
E avvinghiando allo sguardo feroce quel grassone,
Il fabbro parlava con Luigi Sedici, un giorno
Che il Popolo smanioso gli stava intorno,
Strusciando su quegli ori i suoi panni sporchi.
Ora il buon re, ritto sulla pancia, era livido,
Livido come un vinto da portare alla forca,
E, umile come un cane, non recalcitrava,
Ché il fabbro, quel birbante dalle spalle enormi,
Gli diceva parole vecchie e cose strambe,
Da agguantarlo dritto in fronte, così!
“Padron mio, tu lo sai, cantavamo larallà,
Pungolando i buoi verso i solchi degli altri:
Il Canonico al sole filava paternostri
Sul bel rosario a grani di monete d’oro.
Il Signore, a cavallo, passava a suon di corno,
E chi con il capestro, chi con lo scudiscio,
Ci accarezzavano. – I nostri occhi, sbarrati
Come occhi di mucca, non piangevano più;
Si andava, si andava, e quando i campi
Erano tutti suddivisi a solchi, quando
Avevamo lasciato in quella terra nera
Un po’ di carne nostra… ci davano la mancia:
Davano fuoco, la notte, alle nostre stamberghe;
I nostri figlioli là dentro erano focacce ben cotte.
… “Oh! Non è per lagnarmi. Dico le mie sciocchezze,
Rimanga fra noi. Puoi anche contraddirmi.
Dì, non è festa vedere, al mese di giugno,
L’ingresso ai granai dei carri da fieno
Enormi? Sentire l’odore dei germogli,
Dei frutteti quando piove un po’, dell’erba fulva?
Vedere biade e biade, spighe piene di grani,
E dirsi che tutto ciò prepara tanto pane?…
Oh! andremmo più forti alla fucina ardente,
A cantare gioiosi martellando l’incudine,
Se fossimo sicuri d’avere almeno in parte,
Dato che siamo uomini! quello che dona Iddio!
– Ma no, è la solita vecchia storia di sempre!
“Ormai lo so. Io non posso più credere,
Poi che ho due buone mani, una fronte e un martello
Che un altro venga lì, la daga sul tabarro,
E dica: Ehi! tu, semina sulla mia terra;
Che vengano addirittura, se ci fosse la guerra,
A pigliarsi mio figlio, così, nella mia casa!
– Io dunque sarei un uomo, e tu, saresti un re,
Potresti dirmi: Voglio!… – Lo capisci, che è stupido.
Credi che a me piaccia vedere la tua baracca, i tuoi
Ufficiali infronzoliti, i mille furfanti, i moscardini
Bastardi che fanno la ruota dei pavoni:
Hanno riempito il tuo covo con l’odore delle nostre
Ragazze, e coi biglietti, per spedirci alle Bastiglie.
Ora dovremmo dire: Bravo; i poveri, in ginocchio!
Indoreremo il Louvre, dandoti i nostri soldi!
E tu ti ubriacherai, tu farai festa grossa.
– E lorsignori a ridere, e noi, giù con la testa!
” No. Sudicerie che datano dai nostri vecchi.
Il Popolo non è più una puttana. Tre passi, e noi tutti
Abbiamo ridotto in polvere la tua Bastiglia.
Una bestiaccia che trasudava sangue da ogni pietra
Ed era sconcia, la Bastiglia in piedi
Con i muri rognosi che ci raccontavano
Tutto, tenendoci rinchiusi in quel buio!
– Cittadino, cittadino, era il cupo passato
A rantolare, a crollare, quando prendemmo la torre!
In noi c’era qualcosa di simile all’amore.
Avevamo premuto i nostri figli al petto.
E simili a cavalli dalle froge
Fumanti, noi andavamo, fieri e forti;
Sentivamo questo pulsare, qui…
Camminavamo nel sole a fronte alta, – così,-
Per le vie di Parigi! Si accorreva,
Verso le nostre luride casacche.
Finalmente! Eravamo Uomini! Pallidi,
Sire, ubriachi di tremende speranze:
E quando fummo sotto i torrioni neri
Agitando le trombe e le foglie di quercia,
Con le picche nel pugno; in noi non c’era odio,
– Ci sentivamo tanto forti, volevamo essere buoni!
“E da quel giorno, siamo quasi impazziti!
Gli operai si sono ammucchiati nelle strade,
Vanno, quei maledetti, orda sempre più folta
Di cupi resuscitati, alla porta dei ricchi.
Io corro con loro a trucidare le spie:
Me ne vo per Parigi, nero, col mio martello,
Feroce, ogni tanto spazzando via un buffone,
E anche te ammazzerò, se mi ridi sul muso!
– Dopo, sta’ certo, avrai da fare con i tuoi
Uomini neri, che delle nostre istanze
Fanno pallottole per giocare al volano
Sussurrando astuti fra loro: ” Che balordi!”
E cucinano leggi, incollano vasetti
Colmi di decreti in rosa e intrugli drogati,
Godendo a rifilare per bene qualche taglia,
Poi si tappano il naso se passiamo noi,
– Fini rappresentanti, che ci trovano sporchi! –
E non hanno paura di niente, ma di niente,
Se non delle baionette… Va bene, adesso basta,
Con queste tabacchiere contafrottole!
Non ne possiamo più di quei cervelli piatti,
Di quei domeneddio. Ah! queste son le pietanze
Che ci servi, compagno, quando siamo spietati,
Quando mandiamo in briciole pastorali e scettri!…”
Lo afferra per un braccio, strappa via il velluto
Dei tendaggi; e là sotto gli addita i cortili
Vasti ove brulica, brulica, e si gonfia la folla,
La folla tremenda che ha il mugghio dell’onda,
Che ha un urlo di cagna, che ha un urlo di mare,
Coi rudi bastoni, le picche di ferro, i tamburi,
Con le sue grida di mercato e di bettola,
Groppo di cupi cenci, cui è sangue il berretto rosso
L’Uomo, dalla finestra spalancata, li addita
Al livido e madido re che a quella vista,
Disfatto, vacilla!
“Eccoti la Marmaglia,
Sire. Sbavano ai muri, si espandono, pullulano,
– Non mangiano, Sire, e dunque son canaglie!
Io sono un fabbro: mia moglie è con loro,
Pazza! Che s’illude di trovare pane alla Reggia!
– Gente come noi, i fornai non ne vogliono.
Ho tre bambini. Anch’io son marmaglia. – Conosco
Vecchie in lacrime sotto la cuffia
Perché gli hanno preso il ragazzo o la figlia:
Marmaglia. – Un uomo era alla Bastiglia,
Un altro era forzato: entrambi, cittadini
Onesti. Scarcerati, sono cani.
Li insultano! Allora, sentono qui una cosa,
Che gli fa male, capisci! E’ tremendo,
E sentendosi spezzati, sentendosi dannati,
Adesso, là sotto, vi urlano in faccia!
Marmaglia. – Fra loro ci son femmine
Infami, perché, – si sa, son deboli, le donne!-
Signori cortigiani, – si sa, ci stanno sempre!,-
Gli avete, come niente, insudiciato l’anima.
Eccole, adesso, le vostre amanti. Marmaglia.
“Oh, tutti gli Infelici, coloro che hanno la schiena
Arsa dal sole crudele, e che vanno, e che vanno,
E a quel lavoro sentono spaccarsi la fronte…
Giù il cappello, borghesi! Questi, sono gli Uomini!
Siamo Operai, Sire! Operai! Siamo per i nuovi
Tempi grandiosi in cui si cercherà di sapere,
In cui l’Uomo costruirà dal mattino alla sera,
Volendo grandi effetti, volendo cause grandi,
Quando, vincitore cauto, domerà le cose,
E come in groppa a un cavallo salirà sul Tutto!
Oh! Splendidi bagliori delle fucine! Di più,
Dobbiamo penare di più! – quel che ignoriamo
Sarà forse terribile: Sapremo!
– Con il martello in pugno, passeremo al vaglio
Ciò che sappiamo: e poi, Fratelli, avanti!
A volte il nostro è un gran sogno pietoso
Di vita ardente e semplice, e lavoro, senza
Male parole, all’ombra del sorriso augusto
Di una donna amata con nobile amore:
Lavoreremmo fieri tutto il giorno,
Ascoltando il dovere come tromba che squilla:
E saremmo felici; e soprattutto
Nessuno, oh! Nessuno potrebbe mai piegarci!
Sopra il camino avremmo un fucile…
“Oh! Ma l’aria è tutto odore di battaglia!
Che ti dicevo? Anch’io sono marmaglia! Ancora
Rimane qualche incettatore, qualche spia.
Siamo liberi, noi! Conosciamo terrori
In cui ci sentiamo grandi, tanto grandi! Ti parlavo
Poco fa di un dovere calmo, di una casa…
Ma tu, guarda il cielo! – E’ troppo esiguo per noi,
Soffocheremmo dal caldo, saremmo in ginocchio!
Ma tu, guarda il cielo! – Io torno tra la folla,
Nella grande marmaglia tremenda, che spinge,
Sire, i tuoi cannoni antichi sui sozzi selciati:
– Oh! Quando saremo morti, li avremo lavati
– E se contro le nostre urla, contro la nostra vendetta,
Le zampe dei vecchi re spronano in Francia
I reggimenti vestiti a festa, ebbene, voi
Tutti, mi udite? – Merda per quei cani!”
– Riprese il martello.
La folla
Vicino a quell’uomo si sentiva inebriata,
E nel cortile vasto, negli appartamenti
Dove urlando Parigi ansimava,
Un fremito agitò l’immensa popolaglia.
Allora, con l’ampia mano superba di sporcizia,
E benché il re panciuto sudasse, il Fabbro,
Terribile, sul viso gli scagliò il berretto rosso!

Credo in unam

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

I
Il Sole, focolare di tenerezza e vita,
Versa amore bruciante alla terra estatica,
E stesi nella valle noi sentiamo
Che la terra è nubile e trabocca di sangue;
Che il seno suo immenso, gonfiato da un’anima,
E’ amore come dio, è carne come donna,
E in sé racchiude, pregno di raggi e linfa,
Il vasto brulicare di tutti gli embrioni!
E tutto cresce, e tutto sorge!
-Venere, oh Dea!
Rimpiango i tempi della giovinezza antica,
Dei satiri lascivi, dei fauni animaleschi,
Dèi che d’amore addentavano la scorza dei rami
E baciavano tra i nenufàr la Ninfa bionda!
Il tempo in cui la linfa del mondo, l’acqua
Del fiume, il sangue roseo degli alberi verdi,
Davano un universo alle vene di Pan! Il suolo
Fremeva, verde, sotto i suoi piedi caprini;
E baciando la chiara siringa, mollemente
Modulava il suo labbro un grande inno d’amore;
Quando, ritto sulla pianura, egli udiva intorno
Rispondere al suo richiamo la Natura vivente;
Quando gli alberi muti, cullando uccelli e canti,
La terra cullando l’uomo, e tutto l’Oceano azzurro,
E gli animali amavano, tutti, amavano in Dio!
Rimpiango i tempi della gran Cibele
Che percorreva, dicono, gigantescamente bella,
Sul gran carro di bronzo le splendide città;
Il duplice seno versava nell’immenso
Uno sgorgare puro di vita senza fine.
L’uomo suggeva la sua mammella benedetta,
Felice, come un bimbo, e le giocava in grembo.
– Poi che era forte, l’Uomo era casto e dolce.
Squallore! Ed ora dice: io so le cose,
E avanza, occhi e orecchie sigillati.
– Eppure, non più dèi, non più! L’Uomo è Re,
L’Uomo è Dio! L’Amore, ecco la gran Fede!
Oh, se l’uomo attingesse ancora alla tua mammella,
Gran madre degli uomini e degli dèi, Cibele;
Se non avesse abbandonato Astarte, l’immortale
Che emersa un tempo dall’immenso chiarore dei flutti
Azzurri, fiore di carne profumato dall’onda,
Scoprì il roseo ombelico innevato di spuma
E, Dea dai neri occhi vincitori, diede canto
All’usignuolo nei boschi, e all’amore nei cuori!
II
Credo in te! credo in te! Madre divina,
Afrodite marina! – Oh, la strada è amara
Da quando l’altro iddio ci avvinse alla sua croce;
Carne, Marmo, Venere, Fiore, in te io credo!
– Si, l’Uomo è laido e triste sotto l’ampio cielo,
Indossa panni perché non è più casto,
Perché ha lordato il fiero suo torso divino
E rattrappito, come idolo al fuoco,
Il corpo Olimpio nelle fatiche ingrate!
Si, anche dopo la morte, vuol vivere nei pallidi
Scheletri, insultando la bellezza prima!
– E l’Idolo in cui tanta verginità ponesti,
In cui rendesti l’argilla divina, la Donna,
Perché l’Uomo potesse illuminarsi l’anima
E sorgere lentamente, in un immenso amore,
Dal carcere terrestre alla grazia del giorno,
Ormai la Donna non sa più essere Cortigiana!
– E’ una pur triste beffa! e il mondo sogghigna
Al nome sacro e dolce della grande Venere!
III
Se i tempi tornassero, i tempi che furono!
– Poi che l’Uomo ha finito! ha recitato ogni parte!
Stanco d’infrangere idoli, al gran giorno
Risusciterà, sgombro da tutti gli Dèi,
Ed essendo cielo, scruterà i cieli!
L’Ideale, l’eterno pensiero invincibile,
Tutto il dio vivo sotto l’argilla carnale
Salirà, salirà, gli arderà sotto la fronte!
E quando lo vedrai indagare l’orizzonte,
Sprezzando i vecchi gioghi, libero da timori,
Giungerai tu, a dargli la santa Redenzione!
– Splendida, radiosa, in seno ai grandi mari
Tu sorgerai, spandendo sull’Universo vasto
In sorriso infinito l’infinito Amore!
Il Mondo vibrerà come una lira immensa
Nel fremito d’un bacio sconfinato!
– Il mondo è assetato d’amore: tu lo placherai.
Oh! L’Uomo ha rialzato il libero capo superbo!
E il raggio subitaneo della bellezza prima
Fa palpitare il dio nell’altare di carne!
Felice del bene presente, pallido del male sofferto,
Intende scandagliare, – e sapere! Il Pensiero,
Giumenta a lungo, troppo a lungo oppressa,
Balza dalla sua fronte! Ella saprà il Perché!…
Possa impennarsi libera, e l’Uomo avrà la Fede!
– Perché azzurro muto e spazio impenetrabile?
Perché infiniti astri d’oro, come sabbia?
A salire e salire, che vedremmo là in alto?
Forse un Pastore guida lo sterminato gregge
Dei mondi in cammino nell’orrido spazio?
E tutti quei mondi, che l’etere vasto avvolge,
Vibrano agli accenti di una voce eterna?
– E l’Uomo, può vedere? può forse dire: Io credo?
La voce del pensiero è forse più d’un sogno?
Se l’uomo nasce presto, se la sua vita è breve,
Donde viene? Naufraga forse nell’Oceano profondo
Dei Germi, dei Feti, degli Embrioni, al fondo
Dell’immenso Crogiuolo da cui Madre Natura
Lo risusciterà, viva creatura, per amare
Nella rosa, e ingrandire nelle messi?…
Non possiamo sapere! – Siamo oppressi
Da pesante ignoranza e meschine chimere!
Scimmie d’uomini, cadute dalla vulva materna,
La pallida ragione ci sottrae l’infinito!
Noi vogliamo guardare: – Il Dubbio ci punisce!
Il dubbio, smorto uccello, ci colpisce con l’ala…
– E l’orizzonte fugge in una fuga eterna!…
Il grande cielo è aperto! i misteri sono morti
Di fronte all’Uomo, che incrocia le braccia forti,
Ritto nella splendida immensità della natura!
Canta… e canta anche il bosco, e mormora il fiume
Un canto di gioia che sale alla luce!…
– Questa è la Redenzione! è l’amore! l’amore!
IV
Splendore della carne! oh ideale splendore!
Oh rinnovo d’amore, aurora trionfale
In cui, piegando Eroi e Dèi, la bianca
Callìpigia e il piccolo Eros sfioreranno,
Ricoperti da una neve di rose, i fiori
E le donne sbocciate sotto i piedi leggiadri!
Oh grande Arianna, che spandi i tuoi singhiozzi
Dal lido, vedendo fuggire là sui flutti,
Bianca nel sole, la vela di Teseo, bambina
Vergine dolce che una notte infranse,
Taci! Sul carro d’oro ornato d’uve nere,
Lisio, trainato per i campi Frigi
Da tigri lascive e da pantere fulve,
Lungo i fiumi turchini arrossa oscuri muschi.
– Zeus, il Toro, culla come una bimba il corpo
Nudo d’Europa, il cui braccio niveo circonda
Il collo nervoso del Dio, fremente nell’onda.
Lentamente le volge l’occhio inerte;
Ella, posa la guancia eburnea in fiore
Sulla fronte di Zeus; chiusi gli occhi; muore
In un bacio divino, e il flutto che mormora
Le infiora di spuma dorata la chioma.
– Fra il rosato oleandro e il loto ciarliero
Scivola amoroso il gran Cigno sognante
Che avvolge Leda nel biancore dell’ala;
– Passa Ciprigna stranamente bella, e arcuando
La splendida pienezza delle reni,
Palesa, superba, l’oro vasto del seno
E il ventre di neve adorno d’un muschio profondo.
– Eracle, il Domatore, come d’una gloria
Forte, cinto ha il corpo d’una leonina pelle,
E avanza, orrenda fronte e dolce, all’orizzonte!
Vaga schiarata dalla luna d’estate, eretta
E nuda, sognante nel suo aureo pallore
Dall’onda greve ombrato della chioma azzurra,
Nella radura cupa in cui s’instella il muschio,
La Driade contempla il cielo silenzioso…
– Bianca, Selene fa ondeggiare il velo,
Trepida, ai piedi del bell’Endimione,
E in un pallido raggio gli manda il suo bacio…
– Lontano, la Fonte piange in un’estasi lenta…
La Ninfa, reclinata sull’anfora, sogna
Il bel giovane bianco stretto nella sua onda.
– E’ passata una brezza d’amore nella notte,
E nel bosco sacro, nell’orrido degli alberi,
Maestosamente eretti, i Marmi oscuri, Dèi,
Sulla cui fronte l’Uccello Silvestre ha il suo nido,
– Gli Dèi ascoltano l’Uomo, e il Mondo infinito!

Tempo perso

Jacques Prévert

Jacques Prévert

Davanti alla porta dell’officina
l’operaio s’arresta di scatto
il bel tempo l’ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo e
strizza l’occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto una coglionata
offrire una simile giornata
a un padrone?