Io sono quella che sono

Jacques Prévert

Jacques Prévert

Sono quella che sono
Sono fatta così
Se ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che m’ama
Non è colpa mia
Se non e sempre quello
Per cui faccio follie
Sono quella che sono
Sono fatta così
Che volete ancora
Che volete da me
Son fatta per piacere
Non c’e niente da fare
Troppo alti i miei tacchi
Troppo arcuate le reni
Troppo sodi i miei seni
Troppo truccati gli occhi
E poi
Che ve ne importa a voi
Sono fatta così
Chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
Del mio proprio passato
Certo qualcuno ho amato
E qualcuno ha amato me
Come i giovani che s’amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare…
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi
E niente può cambiarmi.

L’ora fatale

Raymond Queneau

Raymond Queneau

Quando noi riluttanti penetreremo a forza
entro il regno dei morti
e ci avremo le verruche e i pidocchi e i nostri cancri
proprio come ce l’hanno i morti
quando noi scenderemo sotterra con il naso turato
a raggiungerli i morti
gustate che avremo le funebri onoranze
delizie rinfrescanti per i morti
quando coi denti molli morderemo la polvere
sbriciolata dalle ossa dei morti
e ci avremo le orecchie tappate e il muso intinto nella birra
nel “Bar delle bare”- ritrovo dei morti
quando il corpo sarà sfiancato dagli sforzi midollari
che slombano i morti
col cervello poverello bucherellato come ’na groviera
specialità della casa dei morti
quando il coso sarà moscio e tutti i pezzi fuori uso
non si scopa tra i morti
e la schiena sarà gibbosa e la carcassa deforme
mica gli piace lo sport ai morti
andremo a trovare i vermoni e gli insetti
che si mangiano i morti
trascinandoci la bara fino alla nostra ultima stazione
là dove bofonchiano i morti
quando le bizzoche avranno recitato le dieci avemaria
che rassicurano i morti
e quando avremo rimesso le nostre cause alle carte notarili
che li escludono i morti
legando i nostri beni come i nostri inventari
eccoli qua i bagagli dei morti
ai sopravvissuti che infreddoliti come noi già fanno eccì
ma il naso gli cola molto di più, ai morti
Quando noi riluttanti penetreremo a forza
entro il regno dei morti
insomma ci toccherà come lugubri lumiere
spegnerci proprio come fanno i morti
d’improvviso chiuderemo di scatto il circuito della vita
e allora così ci aggregheremo ai morti
e le nostre famose ultime volontà noi le faremo
abbrustolire sopra il fuoco dei morti
e tu ti rivedi bimbetto e sorridi alla terra
che fa da coperchio ai morti
e sorridi al cielo tutto azzurro tutto luci
dimenticato dai morti
e sorridi agli spazi increspati del mare
che inghiotte in un boccone i morti
e sorridi alla fiamma la dolcissima incendiaria
si sbriciolano in cenere i morti
ti sorride la mamma ti sorride papà
eccoli qua già morti
e i cuginetti e i micetti e i nonni e le nonne
non dirmi che non lo sai che sono tutti morti
e il buon cagnetto Empy e il cagnolino Dudù
i morti fanno Bubù e Bubù
e non sono meno morti i suonati professori
della tua giovinezza sono da tempo belli che morti
e amen per il beccaio amen per la tabaccaia
è una città di morti
e poi eccoti là ragazzo e allora vai alla guerra
dove trovi un esercito di morti
e poi ti sposi e metti al mondo
chissà quanti futuri morti
con lo stipendio mica male tu vivi e già prosperi adesso
sulla pelle dei morti
ed eccoti canuto e allargato e panciuto
tu che detesti i morti
e ti prendono i malanni e gli acciacchi miserabili
ti preoccupano i morti
tossendo e tremolando a poco a poco tu degeneri
già ti avvicini ai morti
fino al dì che poi sarai fottuto e senza scampo e allora
con riluttanza giù ti ficcheranno poi tra i morti
intento a percepire la prima sensazione
che non è per i morti
alla fine ti piacerebbe recuperare la memoria di tutto
perché ti possa separare dai morti
lodevole proposito! giusto lavorìo! coscienza esemplare
di cui sorridono i morti però
perché sempre l’ora fatale ci distrarrà verrà

Ragazza d’acciaio

Jacques Prévert

Jacques Prévert

Ragazza d’acciaio non amavo nessuno al mondo
Non amavo nessuno eccetto colui che amavo
Il mio innamorato il mio amante colui che mi attraeva
Ora tutto è cambiato è lui che ha cessato di amarmi
Il mio innamorato che ha cessato di attirarmi sono io?
Non lo so e poi cosa cambia?
Sono ora stesa sulla paglia umida dell’amore
Tutta sola con tutti gli altri tutta sola disperata
Ragazza di latta ragazza arrugginita
O amore amore mio morto o vivo
Voglio che tu ti ricordi del passato
Amore che mi amavi da me ricambiato.

Hotels

Guillaume Apollinaire

Guillaume Apollinaire

La camera è sola
Ognuno per sé
Presenza nuova
Si paga a mese
Il padrone dubita
Pagheranno
Giro per strada
Come una trottola
Il rumore delle carrozze
Il mio brutto vicino
Che fuma un acre
Tabacco inglese
O La Vallière
Che zoppica e ride
Delle mie preghiere
Tavolo da notte
E tutti insieme
In questo hotel
Sappiamo la lingua
Come a Babele
Serriamo le porte
A doppia mandata
Ognuno porta
Il suo solo amore

Il tempo perso

Jacques Prévert

Jacques Prévert

Davanti alla porta dell’officina
l’operaio s’arresta di scatto
il bel tempo l’ha tirato per la giacca
e come egli si volta
e osserva il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
strizza l’occhio
familiarmente
Su dimmi compagno Sole
forse non trovi
che è piuttosto da coglione
offrire una simile giornata
a un padrone?

Il battello ebbro

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Mentre discendevo i Fiumi impassibili,
Non mi sentii più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevano bersagliati
Inchiodandoli nudi ai pali variopinti.
Ero indifferente a tutto l’equipaggio,
Portavo grano fiammingo o cotone inglese.
Quando coi miei bardotti finirono i clamori,
Mi lasciarono libero di discendere i Fiumi.
Nello sciabordio furioso delle maree,
Io l’inverno scorso, più sordo del cervello d’un bambino,
Correvo! E le Penisole andate
Non subirono mai sconquassi più trionfanti.
La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero di un sughero ho danzato sui flutti
Che si dicono eterni avvolgitori di vittime,
Dieci notti, senza rimpiangere l’occhio insulso dei fari!
Più dolce che per il bimbo la polpa di mele acerbe
L’acqua verde filtrò nel mio scafo d’abete
E dalle macchie di vini azzurri e di vomito
Mi lavò disperdendo l’ancora e il timone.
E da allora mi sono immerso nel Poema del Mare,
Intriso d’astri, e lattescente,
Divorando gli azzurri verdi; dove, relitto pallido
E rapito, un pensoso annegato a volte discende;
Dove, tingendo a un tratto le azzurrità, deliri
E ritmi lenti sotto il giorno rutilante,
Più forti dell’alcol, più vasti delle nostre lire,
Fermentano gli amari rossori dell’amore!
Conosco cieli che esplodono in lampi, e le trombe
E le risacche e le correnti: conosco la sera,
L’Alba che si esalta come uno stormo di colombe!
E a volte ho visto ciò che l’uomo ha creduto di vedere!
Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
Illuminare lunghi coaguli viola,
Simili ad attori di antichissimi drammi,
I flutti che lontano rotolavano in fremiti di persiane!
Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
Bacio che lentamente sale agli occhi dei mari,
La circolazione delle linfe inaudite,
E il risveglio giallo e blu dei fosfori canori!
Ho seguito, per mesi interi, come mandrie isteriche,
I marosi all’assalto delle scogliere,
Senza pensare che i piedi luminosi delle Marie
Potessero forzare il muso degli affannosi Oceani!
Ho urtato, sapete, Floride incredibili
Che mescolavano fiori ad occhi di pantere
Dalla pelle umana! Arcobaleni tesi come redini
Sotto l’orizzonte dei mari, a glauche greggi!
Ho visto fermentare paludi enormi, nasse
Dove marcisce fra i giunchi un intero Leviatano!
Crolli d’acqua in mezzo alle bonacce
E lontananze che precipitavano negli abissi!
Ghiacciai, soli d’argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
Orrendi incagli sul fondo di golfi bruni
Dove serpenti giganti divorati da cimici
Cadono da alberi contorti, dagli oscuri profumi!
Avrei voluto mostrare ai bambini quelle orate
Dell’onda azzurra, quei pesci d’oro, quei pesci canori.
– Schiume di fiori mi hanno cullato mentre salpavo
E ineffabili venti per un istante mi hanno messo le ali.
A volte, martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare i cui singhiozzi rendevano dolce il mio rullio
Tendeva verso di me i suoi fiori d’ombra dalle gialle ventose
E io restavo lì, come una donna in ginocchio…
Quasi un’isola, sballottando sulle mie sponde i litigi
E lo sterco di uccelli schiamazzanti dagli occhi biondi,
E io vogavo, mentre attraverso i miei fragili legami
Gli annegati scendevano a dormire, a ritroso!
Ora io, battello perduto sotto i capelli delle anse,
Scagliato dall’uragano nell’aria senza uccelli,
Io di cui né i Monitori né velieri Anseatici
Avrebbero ripescato la carcassa ebbra d’acqua;
Libero, fumante, cinto da nebbie violacee,
Io che foravo il cielo rosseggiante come un mulo
Che porta, squisita marmellata per i bravi poeti,
I licheni del sole e i moccoli d’azzurro,
Io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
Folle legno, scortato da neri ippocampi,
Quando luglio faceva crollare a colpi di frusta
I cieli ultramarini nei vortici infuocati;
Io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
La foia dei Behemot e i densi Maelstrom,
Filatore eterno delle immobilità azzurre,
Io rimpiango l’Europa dagli antichi parapetti;
Ho visto arcipelaghi siderali! e isole
I cui cieli deliranti sono aperti al vogatore:
– È in queste notti senza fondo che tu dormi e t’esili,
Stuolo di uccelli d’oro, o futuro Vigore?
Ma, davvero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti,
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
L’acre amore mi ha gonfiato di torpori inebrianti.
Oh che la mia chiglia esploda! Oh che io vada verso il mare!
Se io desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
Nera e fredda in cui nel crepuscolo profumato
Un bambino inginocchiato e colmo di tristezza, lascia
Un battello leggero come una farfalla di maggio.
Io non posso più, onde, bagnato dai vostri languori,
Togliere la scia ai portatori di cotone,
Né fendere l’orgoglio di bandiere e fiamme,
Né nuotare sotto gli occhi orribili dei pontoni.

Nusch

Paul Éluard

Paul Éluard

Sentimenti visibili
vicinanza leggera
chioma di carezze.
Senza ombre nè dubbi
dai gli occhi a quel che vedono
visti da quel che guardano.
Fiducia di cristallo
tra due specchi
ti si perdono gli occhi nella notte
per unire desiderio e risveglio.

Il cuore rubato

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

Il mio triste cuore sbava a poppa,
Il mio cuore è pieno di trinciato:
Gli lanciano schizzi di zuppa,
Il mio triste cuore sbava a poppa:
Sotto i lazzi della truppa
Che scoppia in una risata generale,
Il mio triste cuore sbava a poppa,
Il mio triste cuore è pieno di trinciato!
Itifallici e soldateschi
I loro lazzi l’han depravato!
Al timone si vedono affreschi
Itifallici e soldateschi.
Oh flutti abracadabranteschi,
Prendete il mio cuore, che sia lavato!
Itifallici e soldateschi,
I loro lazzi l’han depravato!
Quando avranno finito quelle cicche,
Che fare, o cuore rubato?
Ci saranno bacchici rutti
Quando avranno finito le cicche:
Avrò un voltastomaco
Se il mio cuore triste è svilito.
Quando avranno finito quelle cicche,
Che fare, o cuore rubato?

Ira di Cesari

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

L’uomo pallido va lungo aiuole fiorite,
Con il sigaro ai denti, vestito di nero:
L’Uomo pallido ripensa ai fiori delle Tuileries
– E a volte l’occhio scialbo ha uno sguardo ardente…
Ebbro, è l’Imperatore, per i vent’anni d’orgia!
Si era detto: “Sulla Libertà voglio soffiare
Delicatamente, come su una candela!”
La Libertà rivive! Lui si sente sfiancato!
Prigioniero. – Oh! quale nome sulle labbra mute
Trasale? Quale implacabile rimpianto lo morde?
Non lo sapremo. L’Imperatore ha l’occhio spento.
Ripensa forse al Compare occhialuto… – Come
In quelle serate di Saint – Cloud, guarda filare
Dal sigaro acceso una nuvoletta azzurra.