Elena di Troia balla sul balcone

Margaret Atwood

Margaret Atwood

Il mio è un buon rapporto qualità-prezzo.
Come i predicatori, vendo visioni,
come la pubblicità del profumo, desiderio
o il suo facsimile. Come nelle barzellette
o in guerra, è tutta questione di tempismo.
Rivendo agli uomini i loro peggiori sospetti:
che tutto abbia un prezzo,
un pezzo per volta. Mi guardano e vedono
un massacro con la motosega appena prima che avvenga,
quando coscia, culo, macchia, fessura, tetta, e capezzolo
sono ancora uniti insieme.
Quanto odio gli batte dentro,
i miei adoratori gonfi di birra! Odio, o un ebbro
disperato amore. Vedendo la fila di teste
e occhi rovesciati, imploranti
ma pronti ad azzannarmi le caviglie,
capisco i diluvi e i terremoti, e l’impulso di pestare
le formiche. Mi muovo a ritmo,
e danzo per loro, perché
non lo sanno fare. La musica ha un odore volpino,
crepita come metallo riscaldato
e brucia le narici
o afosa come l’agosto, caliginoso e languido
come una città il giorno dopo il saccheggio,
quando lo stupro è fatto,
e la carneficina,
e i sopravvissuti vanno in giro
a cercare cibo
fra i rifiuti, e c’è solo un cupo sfinimento.

A proposito, è il sorriso
che mi estenua di più.
Il sorriso, e il far finta
di non sentirli.
Non li sento, infatti, perché dopo tutto
sono straniera per loro.
La loro parlata è ispida e gutturale,
ovvia come una fetta di spalla cotta,
ma io vengo dalla provincia degli dèi
dove i significati sono lirici e obliqui.
Io non mi svelo a tutti,
se ti avvicini all’orecchio te lo sussurro:
Mia madre fu stuprata da un sacro cigno.
Ci credi? Mi puoi portare fuori a cena.
È quello che diciamo a tutti i mariti.
Davvero, ci son tanti uccelli pericolosi in giro.

Certo che qua dentro solo tu
mi puoi capire.
Gli altri vorrebbero guardare
senza sentire nulla. Ridurmi alle componenti
come in una fabbrica di orologi o un mattatoio.
Spremere fuori il mistero.
Murarmi viva
nel mio stesso corpo.
Vorrebbero leggermi dentro,
ma non c’è niente di più opaco
della trasparenza totale.
Guarda – i miei piedi nemmeno toccano il marmo!
Come fiato o aerostato, mi sollevo,
lèvito a quindici centimetri da terra
nella mia luce di fiammeggiante uovo di cigno.
Pensi che non sia una dea?
Mettimi alla prova.
È una canzone torcia* la mia.
Se mi tocchi bruci.

Dovresti sempre portarti una penna

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

Guardo dalla finestra
della biblioteca la città azzurra;
il mio riflesso fluttua su
edifici d’argento,
su, fino alle spirali di fumo,
oltre stanze radiose
dove impiegati azionano le macchine.

E le parole vengono facili
in questo edificio,
nelle luminose stanze della mente.

Accanto a me la donna aziona
la Xerox, strabiliante macchina a raggi x
che rende fosforescente il cielo.
Lei, la tentatrice in verde,
trasforma la sera
in un mito azzurro oceano.

Dovresti sempre avere una penna
specie al crepuscolo,
se si deve prestar fede
alle memorie di Coleridge,
le sue gite notturne lungo laghi brumosi.
e la donna che scrive un libro,
lo fa scivolare in una busta
e poi scompare.

Preso nella cornice della sera,
gli occhi degli studenti sono globi
sospesi sui loro libri.
Prendo l’Eagle Mirado,
in balia dei flussi di scrittura
sulla città che s’oscura.

Il tuo morire

Mark Strand

Mark Strand

Niente riusciva a fermarti.
Non  il giorno più bello. Non la quiete. Non l’ ondeggiare dell’oceano.
Continuavi a morire.
Non gli alberi
sotto cui camminavi, non quegli alberi che ti davano ombra.
Non il dottore, il giovane dottore dai capelli bianchi che già una volta ti aveva salvato.
Continuavi a morire.
Niente riusciva  a fermarti. Non tuo figlio, Non tua figlia
che ti imboccava e ti aveva reso di nuovo bambino.
Non tuo figlio che credeva saresti vissuto per sempre.
Non il vento che ti strattonava il bavero.
Non l’immobilità che si offriva al tuo movimento.
Non le scarpe che ti appesantivano.
Non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti.
Niente riusciva a fermarti.
Te ne stavi in camera e guardavi la città
e continuavi a morire.
Andavi al lavoro e lasciavi che il freddo ti penetrasse i vestiti.
Lasciavi trasudare sangue nei calzini.
Il volto ti si faceva bianco.
La voce ti si spezzava in due.
Ti appoggiavi al bastone.
Ma niente riusciva a fermarti.
Non gli amici che ti consigliavano.
Non tuo figlio. Non tua figlia che ti guardava rimpicciolire.
Non la stanchezza che viveva nei tuoi sospiri.
Non i polmoni che si riempivano d’acqua.
Non le maniche che sopportavano il dolore delle braccia.
Niente riusciva a fermarti.
Continuavi a morire.
Quando giocavi con i bambini continuavi a morire.
Quando ti accomodavi a pranzo,
quando ti svegliavi la notte, bagnato di lacrime, il corpo scosso dai singhiozzi,
continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il passato.
Non il futuro con il suo bel tempo.
Non la vista dalla finestra, la vista del cimitero.
Non la città. Non la città orrenda dagli edifici di legno.
Non la sconfitta. Non il successo.
Non facevi altro che continuare a morire.
Avvicinavi l’orologio all’orecchio.
Ti sentivi venir meno.
Stavi a letto.
Ti mettevi a braccia conserte e sognavi il mondo senza te,
lo spazio sotto gli alberi,
lo spazio in camera tua.
gli spazi che si sarebbero fatti vuoti di te,
e continuavi a morire.
Niente riusciva a fermarti.
Non il tuo respiro. Non la tua vita.
Non la vita che cercavi.
Non la vita che hai avuto.
Niente riusciva a fermarti.

MI SA CHE IL POVERO PAESE TURBATO TROPPO A LUNGO

Anne Carson

Anne Carson

Luce sui muri di mattoni e un vento del nord che sferza i rami neri.
Ombra che strappa le budella della luce secche al contatto del suo palmo.
Mangia la zuppa, madre, ovunque tu sia nella tua testa.
Mezzogiorno d’inverno che avanza. Deboli soli ancora vivi
quasi danno forza ai soli dell’altro giorno.
Ché il povero paese sogna
di arrendersi, madre
mai non tenera,
madre prode
e gaia.

Mare Nero

Mark Strand

Mark Strand

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

Esplorazioni

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

In classe, quando avevo dodici anni,
tratteggiai diversi viaggi
su pallidi mari enciclopedici:
Magellano che doppia Capo Horn,
Livingstone nel continente nero.

E a migliaia di chilometri da casa
dove nessuno mai era giunto
Scott in Antartide moriva,
moriva per l’esplorazione pura;
spenta è la sua fiamma sulla pianura di nevi eterne.

Dopo scuola, lungo gli argini del fiume
ogni giorno era un’esplorazione,
l’attimo sempre cangiante,
il fiume di primavera montante,
e ad ogni ansa, una nuova terra.

L’insegnante non capì mai
il senso del nostro cercare;
la campagna per noi era la classe
e la corrente del fiume
spezzava il silenzio della terra.

Da qualche parte in Africa, l’osso mancante,
prima che la meteora rossa balenasse,
prillante giù per la notte antica,
giù per i cupi cieli di Ungava,
ancora prima, il cristallo
nato dal primo fuoco sulla terra nera.

Le piante

Gary Geddes

Gary Geddes

Ci reputiamo
stabili, concrete.
Nessuna rilevante caducità,
pure avemmo la nostra quota
di arrampicatori sociali.

Fummo ciò che fummo,
su noi si poteva sempre contare
per restare ferme
a produrre, o riprodurci.

Conservatrici in politica:
né avide né ribelli,
solo noiose. Che accadde?
Fu ambizione o vanità,
volare troppo vicino al sole
quasi a scrollarci di dosso
questo dedalo di radici,
lo stigma del posto?

Sia come sia, ci bruciammo.
Ci fu un’esplosione,
una luce accecante.
Saltarono i trasmettitori
si sciolsero. Uno squarcio
s’aprì nel firmamento
e con noi sparì
tutto ciò che esiste.

Musica sotto la neve

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

Ecco l’attimo in cui tutto torna:
il libretto bancario cade in una tasca segreta,
di nuovo soldi, e si fa chiaro il confine
sotto l’alone della lampadina.

Questo è l’attimo, la musica riprende
quando la luna schiude la cortina,
e la logica è un recinto che costeggia
i declivi dei colli.

Ecco l’attimo, il tocco di bacchetta,
il prillare di monete d’oro sui banchi,
incontro di labbra;
qui si danza sulla neve,
non atto di tragedia a teatro.

Questo è l’attimo in cui
l’immagine si stacca dalla tela,
è risucchiata nelle profondità cosmiche
del cuore del creatore,
potente celerità di valvole semi-lunari;
ti amo luna del mio cuore, mio cuore.