Mare Nero

Mark Strand

Mark Strand

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?

Pausa per la coca-cola

Gary Geddes

Gary Geddes

Marlon Mendizabel accende la TV
dopo un duro giorno di trattative. I bambini
giocano ai suoi piedi, la partita di football in onda
sul canale americano. Tutta la mattina

incontri coi dirigenti alla fabbrica di Coca-Cola
per risolvere lo sciopero. La Società
ne ha assunti tre nuovi, ufficiali dell’esercito,
a dirigere stoccaggio, risorse umane, sicurezza.

Sei occhi lo vogliono morto, sei nuovi occhi laser
negoziano la sua scomparsa pezzo a
pezzo. Prima a svanire è la voce che tenta
con passione, con logica, ma nulla di quel che

dice sembra avere il minimo effetto.
Poi le mani, riprendendo la discussione,
in sostegno alla voce, vacillano,
sconfitte a un soffio dalla meta.

Presto le sole braccia che possiede per arrendersi,
quelle pure svaniscono. S’adagia sullo schienale, uomo
invisibile, un desaparecido, ma la famiglia
non lo nota. Niente di quanto fatto o detto

gli farebbe perdere la faccia, ma quella pure
svanisce insieme col resto. Non è il solo.
Ventisette leader sindacali
della Confederazione Nazionale del Lavoro

sono stati sequestrati; due mesi dopo
altri diciassette, omicidi confermati
dalla Conferenza dei Vescovi del Guatemala.
Marlon vuole vivere per i suoi figli,

ma è troppo tardi. Delle 208 ossa nel suo corpo,
metà sono tornate in casse da imballaggio.
La dieta di paura gli contrae lo stomaco.
I figli guardano lo spot della bibita analcolica

in TV, tifando per il camion della Coca
se quello rivale lo distanzia. Vorrebbe
dir loro che non si tratta di gusto, ma di etica,
che il camion contiene le ossa di 100.000

guatemaltechi ammazzati, trucidati da squadroni
della morte al soldo del governo e di grandi compagnie.
Invece, stende una mano invisibile sulle loro teste
e offre una muta preghiera per la loro salvezza.

Il cuore di Marlon si allarga tanto da colmare la stanza
finché anche quelli alla TV se ne accorgono
e interrompono l’attività per guardare e ascoltare
il messaggio di quel cuore in comunione

con Dio. I giocatori di football si tolgono i caschi
e restano in piedi a testa china; gli speaker,
per una volta, sono a corto di parole. Fuori
Dallas, il camion della Coca accosta, luci

lampeggianti. Si apre una portiera e quelle ossa
formano un ampio ponte che si stende fino
a Città del Guatemala. Bambini lo attraversano,
mani unite, cantando. Niente li può fermare.

Vetrinette

Gary Geddes

Gary Geddes

È difficile, adesso, parlare di queste cose.
Descriverei invece come la luce piove
nei cortili, al mattino, su panni
stesi ad asciugare.
Quel bimbo nel vano della porta
che si volge al suono delle persiane,
fra il ridente e il corrucciato.
E i capelli di Carmen
che colmano il finestrino di dietro
della Peugeot.

Quindici finestre nel poster di Lonquen,
un volto in tutti, tranne uno.
Campesinos dall’Isola di Maupu
torturati e sepolti vivi
nella calce. Padre
e tre figli.
Riquadri di testimonianza
dell’agente Valenzuela:
un gruppo ucciso alla base aerea,
altri gettati in mare
da elicotteri, stomachi squarciati.

Ogni affisso un micro-condominio,
inquilini che fissano giù in strada
qualche fatto, un corteo,
un tramonto. Altri otto a Valparaiso
che avrebbero dovuto guardare il mare.

Ho visto una buganvillea
nella vetrina di un ristorante
vicino al luogo dell’agguato;
e una vetrina con un cactus spinoso
in fiore, un maiale di coccio
e una sfilza d’uccelli in vimini
che con grazia roteano nel vento.

Perch・sorridono, queste facce in cornice
sanno qualcosa che noi ignoriamo?
Dietro loro bianco perpetuo,
luce brillante
al termine del tunnel.
Forse siamo noi i perduti
e loro vegliano su noi
da qualche mondo perfetto,
chiedendosi la ragione di tanto
scompiglio, perché
queste maschere di sofferenza.

Quando le rompono gli occhi
le immagini restano.
Il suono d’elicottero
si perde. Il mare lecca
il rosso dal suo stomaco.

Un ordine di grandezza

André Roy

André Roy

Ognuno di noi soffrirà
rimpiangendo che nessuna scienza
abbia proprio arrotondato la Terra
né allungato l’estate per le antiche parate
dell’amore, malgrado gli altri non siano
sempre delle cose calde
né promesse, né gabbie né regali
ognuno di noi che si tiene con gli altri
è una colonna di solitudine

Esplorazioni

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

In classe, quando avevo dodici anni,
tratteggiai diversi viaggi
su pallidi mari enciclopedici:
Magellano che doppia Capo Horn,
Livingstone nel continente nero.

E a migliaia di chilometri da casa
dove nessuno mai era giunto
Scott in Antartide moriva,
moriva per l’esplorazione pura;
spenta è la sua fiamma sulla pianura di nevi eterne.

Dopo scuola, lungo gli argini del fiume
ogni giorno era un’esplorazione,
l’attimo sempre cangiante,
il fiume di primavera montante,
e ad ogni ansa, una nuova terra.

L’insegnante non capì mai
il senso del nostro cercare;
la campagna per noi era la classe
e la corrente del fiume
spezzava il silenzio della terra.

Da qualche parte in Africa, l’osso mancante,
prima che la meteora rossa balenasse,
prillante giù per la notte antica,
giù per i cupi cieli di Ungava,
ancora prima, il cristallo
nato dal primo fuoco sulla terra nera.

Certi pomeriggi non risponde al telefono

Anne Carson

Anne Carson

È Febbraio. Il ghiaccio è ovunque. Si notano vari livelli di ghiaccio.
I suoi colori— azzurro bianco marrone grigionero argento—variano.
C’è ghiaccio che ha al centro dei pezzetti di ghiaia o di ombre.
Ce n’è di liscio come un fianco, che non riesci a starci in piedi.
Standoci sopra il vento si assottiglia, a brandelli.
Tutto ciò che volevamo, si sbrindella.
I piccoli non riescono a starci sopra.
Non una lettera, non un colpo di lettera, può starci.
Ciecamente—ciò che dal mondo vi è giunto—s’infiamma.
È Febbraio. Il ghiaccio è ovunque. Si notano vari livelli di ghiaccio.

Lingua perduta

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

Gli album di foto abbracciano decenni:
guerra, matrimonio, primi anni in Canada.
Riaffiorano in me i suoni olandesi,
parole di un bambino,
finché me ne riapproprio .

Leggo una lingua che sapevo ed ho obliato –
“j e “t” e dittonghi olandesi
(quanto mi vergognavo di quelle buffe vocali).
I suoni sorgono e prorompono in me,
Sibilanza di sea, flusso d’onde
Scheveningen, Katwijk, Noordwijk …

I suoni maturano in bocca:
beschuit, pindakaas, boterham
sinaasappel … lekker … ahh … lingua di viole,
orchidee, solarium, e che tabacco …

le parole prorompono in me.
Toccando la pagina dissolvono le righe
della scrittura bianca di mia madre –
cambiano in clima, il solitario
fermento di lidi ventosi,
alga, laminaria, l’odore salmastro
che d’un soffio disperde il gelo della veglia

Schevenigen, Katwijk, Noordwijk …

My name / la poesia alle elementari

Mark Strand

Mark Strand

Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Flipper

Laurence Hutchman

Laurence Hutchman

Sotto la dita la musica della macchina
si muove al tuo ritmo interiore;
la pallina schizza in un arco,
scivola per calle della fortuna,
prilla tra i cancelli
del paradiso
oltre piramidi
sirene tentatrici
colonne d’Ercole
il tinno della libertà
dentro un’odissea nello spazio.
Musicista, soldato, amante sei.
Destrezza la tua arte
in questo mondo di luce, azione, colore;
premi, fai guizzare, roteare
e la pallina d’argento
tocca i punti colorati
erompe in trilli.
Tra uomini d’affari brizzolati,
ragazzi esperti e ragazze schive
tu combatti la macchina
genitori
e governi
segui il corso
della tua fortuna
mentre la macchina
t’accende il sogno:
Hollywood, hockey, discoteca
t’immerge nella sua colorata
sinestesia
e sei in lotta contro i punti
finché la spia lampeggia,
“Fine del Gioco”.