Autoepitaffio

Stefan Tzanev

Stefan Tzanev

Sempre più spesso scruto le stelle fredde.
Sempre più spesso sogno l’ultimo giorno.
Piangeranno tutti, tutti piangeranno per me.
Chi di dolore, chi di colpa,
chi di invidia, chi di altre cose…
Solo io, sdraiato tra i fiori,
gelido, superbo, insensibile, importante.
Senza afflizione. Solo io.
Perché tra tutti gli addolorati, solo io non saprò
di essere morto.

Il cammino fino a te

Blaga Dimitrova

Blaga Dimitrova

Fu lungo il mio cammino fino a te,
la vita intera quasi ti cercai
per serpeggianti avidi incontri
con altri, e tu non venivi.
E fino a dove s’apriva il tuo sguardo,
ombre attraversai e rumori sordi,
ma trapelava da me soltanto
purezza di suoni – per amor tuo.
Ogni tua carezza io piansi,
Prima che fosse nata la difesi,
e il nostro futuro incontro custodivo
con pazienza nel mio petto.
Fu lungo il mio cammino fino a te,
immensamente lungo, e quando tu davvero
finalmente davanti a me sei apparso,
ho riconosciuto te, ma me stessa a stento.
Immensi spazi avevo in me raccolto,
sconfinati aromi, timbri e desideri,
e abbracciavo ormai uno spazio così vasto
che accanto a me dovevi fermarti.
Fu lungo il mio cammino fino a te,
e ci ha unito per un incontro breve.
Sapendolo… di nuovo sceglierei
questo lungo cammino fino a te.

Musallà

Ivano Vazov

Ivano Vazov

In alto ti sollevi,
o gran gigante fiero,
e a l’oceano de’ cieli
tendi la vetta altero.

Che guardi, di là su,
dal caos turbinoso?
che cerchi a l’orizzonte,
attento e silenzioso?

Sei grande, irraggiungibile,
ma ancor sembri anelante
a sollevarti ai cieli
per veder più distante.

– I miei segreti vuoi? –
domandò il gran vegliardo
– I bulgari confini
illimitati guardo!

Primavera (estratto)

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Primavera mia, mia bianca primavera
ancora non vissuta, non celebrata,
solo in lucidi sogni sognata
mentre bassa trascorri sui pioppi
e qui non arresti il tuo volo…
Primavera mia, mia bianca primavera…
ch’io possa vedere il tuo primo volo
dar vita alle morte piazze
ch’io possa appena vedere il tuo sole
e morir sulle tue barricate!

Destino

Blaga Dimitrova

Blaga Dimitrova

Ma viene l’attimo quando
alla porta bussa il Destino
con la tua stessa mano.
Non puoi non aprirgli.
E mette in fuga il silenzio
con la voce tua.
Quel che è scritto per te –
con calligrafia incerta
sarai tu stessa a scriverlo.
Se per paura lo cancelli,
cancellerai il tuo volto
con il gesto tuo.
Il Destino prende dimora in te.
E dove potrai fuggire, tu,
più lontano dalla tua pelle?

Il gemito

GEO MILEV

GEO MILEV

D’inverno la fredda foresta
mi apre dinanzi tristi sentieri
si spegne profondo tra le nere fronde
l’alba – precoce – una piaga.

Mi porta il mondo in posti tremendi
me – ansiosa e fumida, in paludi deserte
– oh foresta mia nera sorella!
Il tuo nero fogliame,
le mie lacrime piangon – ripetono, con lentezza, con amarezza
la preghiera, il gemito, il mio richiamo:
Ohimè, dov’è lui!

(Laggiù – mi chiama forse la tomba del mio amor dolente.)
Giorno e notte
senza requie
dappertutto io lo cerco
e nel mondo
avanzo
coi piedi lacerati, senza vigore
– in fondo alla notte è il cuore –
notte e giorno
senza requie
mille anni
mille secoli:
ohimè, dov’è lui?

E lancia il vento invernale
un grido gelido e affliggente
– un gemito pietrificato –
nel buio del dolore senza sofferenze
svanisce – la terra – allontanata.

Oh foresta mia nera sorella!

Il sole in caverne mute lo ammazza:
in notti orrende senza luce, senza stelle
egli risorge e nel sangue sguazza
agli incroci intrecciati nelle basse valli.
Il mio dolore lo raggiunge
– un incorporeo fantasma.
Rosso dagli omicidi, nero dalla nebbia morta,
egli entra nel mio sogno

(mentre dormono le icone)

sul far dell’alba – uno straniero atroce

(mentre dormono le icone)

e getta ai miei piedi
camicie insanguinate, teste nere

(mentre dormono le icone).

Non ho più viso – non ho più occhi
– oh sorella mia nera foresta!
Dinanzi a me il sentiero si torce
in una spirale amara, sotto l’alba funesta.

Blues 3

Elin Rahnev

Elin Rahnev

Lei sale verso casa,
è stata a far la spesa. Nella retina ha pesche,
spinaci e noccioline. Ha fissato gli occhi sulle scale e
sale lentamente. Le ombre sotto i suoi occhi sono fitte
e quadrate. Nel fondo dei suoi occhi ci sono ancora
altri pensieri.

Da qualche parte in ottobre stiamo tutti e due insieme,
la tavola trabocca di bottiglie di vino. Balliamo
nella stanza di gesso. Abbiamo messo un disco.
Lei canta, balla e beve quasi contemporaneamente.
I suoi movimenti argentei si arrampicano lungo i muri.
Io mi vergogno un tantino.

La mattina lei va al lavoro. Sale su un autobus
trasparente. Dentro casa c’è odore di birra e di lavanda. Io poi
apro il suo armadio. L’armadio è pieno di impressioni.
Le sue gonne dondolano. Hanno occhi e spalle. A volte
tremano, come se facesse freddo. Io mi metto a riflettere su di
lei. Lei danza sull’autobus trasparente.

In casa ci sono due o tre ragni. Lei li carezza sempre sui
musini. E’ triste e trasognata. Poi si guarda allo specchio,
e rimane in lui qualche minuto. A volte, finché sta così,
penso a cose più diverse. Si raddensa tutta. Poi
si mette un’altra gonna a quadratini e aranci verdi.
Questa sera è felice, ma poco.

Una qualche pioggia ci ha sorpreso a Nesebăr. Io le bacio la spalla.
Lei è entrata nella libreria di fronte e si è comprata Ezra Pound.
Mentre la guardavo andare nella libreria mi sono scisso.
Quando ne uscì le scendevano dai capelli rivoli di fiori. Poi
abbiamo continuato oltre – una commessa di un bar ci ha fatto
molte feste e ci ha offerto una birra.

Una volta l’ho fotografata impietrita vicino a un albero. Di lato sulle
panchine sedevano dei vecchi e leggevano giornali. In alto ansimavano
le nuvole. Ma lei si era messa sulle punte dei piedi. Io
fui turbato e non riuscii a fotografarla bene. Lei scivolò
su se stessa e si mise a piangere. Allora fui geloso di lei per la prima volta.
Alcuni bambini sfrecciarono accanto a noi sui loro skateboard.

Lei ora sale verso casa,
è andata a fare la spesa. Nella retina ha pesche,
spinaci e noccioline. Ha fissato gli occhi sulle scale e
sale lentamente. Ora aprirà la porta mentre parla con
la vicina. Io la aspetto già da qualche minuto e mentre la
aspetto, penso a come stia salendo sulle scale.

Non svegliatela

PEJO JAVOROV

PEJO JAVOROV

Nel grembo della notte la mia anima si addormenta:
non svegliatela.
Estranea a tutti,
un’orfana errante in questo mondo,
lei forse muore nel grembo della notte:
non svegliatela!

Sotto il suo manto, portato dagli astri – angeli,
la notte veglia, malinconica.
Stringendo al petto, tristemente
carezzando la malata,
col suo manto, portato dagli astri piangenti,
la notte veglia, malinconica.

Con gli occhi chiusi dorme l’orfana, la mia anima,
sorride calma.
La notte si placa,
tace, china ed esanime:
muore l’orfana, con gli occhi chiusi,
e sorride calma.

Fiori Alati

PENCHO SLAVEJKOV

PENCHO SLAVEJKOV

Sant’Atanasio fa dal ciel ritorno
il cor di gioia pieno:
a invocar da Dio l’estate è asceso,
messaggero terreno.

E come sempre il mondo trova avvolto
in un fiorito manto
e d’un primaveril soffio gl’invade
l’anima il dolce incanto.

Ma come sempre è affaticato e stanco
e per trovar riposo
al lungo viaggio presso al rio s’asside
sul prato rugiadoso.

Siede e s’immerge là sul posto istesso
d’un sogno nel languore…
nel sogno vede e sente piano piano
parlare il fiore al fiore:

“Sant’Atanasio torna! Ecco il momento
per noi: qui si riposa
e il nostro primo desiderio appaga
Chiediamogli qualcosa!”

Tengon consiglio silenziosi e il Giglio,
ecco, a l’orecchio chino,
ha preso la parola e gli sussurra:
“Triste è il nostro destino!”

Noi si cresce e fiorisce e monti e piani
orna nostra bellezza
Noi diam gaiezza a tutto ciò ch’è in terra,
soli senza gaiezza!

Arde il sole; in un canto solitario
obliati appassiamo;
la bufera ci coglie: sulle fragili
radici ci pieghiamo.

Oh, dacci l’ali! Fa volar noi pure
liberi e spensierati
al cielo… O languiremo eternamente
nella terra inchiodati?”

“E sia!” sorride il Santo ed il prodigio
si compie; in un baleno
é il chiaro spazio d’infiniti in volo
agili fiori pieno.

Raggi dorati del benigno sole
li accarezzan scherzosi;
volan liberi in aria e spensierati,
né d’altro son curiosi.

E appena la stanchezza l’ali tarpa,
in ordine discendono,
e si bacian coi fiori e presso quelli
breve riposo prendono.

Dormon con essi a sera fin che desti
5o non sian dai primi albori…
Quando appassisce il fiore essi appassiscono,
farfalle, alati fiori.