Gli esiliati

PEJO JAVOROV

PEJO JAVOROV

Illuminata nel tramonto
rosseggia la distesa del mare;
stanche del tumultuoso gioco
ristan l’onde impetuose…
E la nave leggera avanza
da tranquilli venti sospinta,
e lontano tra le nebbie,
voi, rive della natia terra, svanite.

E forse mai più
l’ora scoccherà per noi del ritorno.
Acqua e terra: il mondo
sarà per noi un sogno senza confini!
E Vardar, Danubio e Marica,
Balkàn, Strangia e Pirin
arderanno in noi: fino alla tomba
unica stella nella memoria nostra.

Noi, consacrati a rovesciare un giogo di secoli
ha venduto un abietto traditore
noi, fedeli al dovere figli
ha condannato il mortale nemico…
e potevamo, amata patria,
potevamo, con ardore estremo,
affrontare la pugna – invidiabil sorte! –
attorno al tuo santo altare.

Ma la nave, ahimè, non s’arresta;
sempre più s’allontana,
e via ci porta… La notte
stende la sua ala, e già
s’indovinan, delineati appena
sullo sfondo del cielo azzurro cupo,
i giganti pensosi
dell’Athos famoso.

E tra le lacrime sul volto grumate,
per l’ultima volta
ai sacri confini vogliam
lo sguardo spento; per l’ultima volta
tendiam le mani incatenate
verso la patria nostra perduta…
Un dolore amaro ci avvelena i cuori.
Addio, terra nostra natale!

Senza amore

Blaga Dimitrova

Blaga Dimitrova

Da questo momento vivrò senza amore.
Libera dal telefono e dal caso.
Non soffrirò.
Non avrò dolore né desiderio.
Sarò vento imbrigliato, ruscello di ghiaccio.
Non pallida per la notte insonne – ma non più ardente il mio volto.
Non immersa in abissi di dolore – ma non più verso il cielo in volo.
Non più cattiverie – ma nemmeno gesti di apertura infinita.
Non più tenebre negli occhi, ma lontano per me non s’aprirà l’orizzonte intero.
Non aspetterò più, sfinita, la sera – ma l’alba non sorgerà per me.
Non mi inchioderà, gelida, una parola – ma il fuoco lento non mi arderà.
Non piangerò sulla crudele spalla – ma non riderò più a cuore aperto.
Non morrò solo per uno sguardo – ma non vivrò realmente mai più.

La Storia

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Che cosa ci offri, o storia,
dalle tue gialle pagine?
Noi eravamo gente oscura,
uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso
puzza di cipolla e di sudore
e sotto i baffi spioventi
imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto
d’averti saziata d’eventi
e abbeverata con abbondanza
nel sangue di migliaia di morti?

Tu traccerai soltanto i contorni,
ma la sostanza, lo so, resterà esclusa:
nessuno racconterà
il nostro povero dramma umano.

I poeti saranno tutti presi
a scrivere rime di propaganda,
ma la nostra angoscia non scritta
vagherà solitaria nello spazio.

È stata una vita da descrivere
la nostra? Una vita da evocare?
A frugarvi, quale tanfo,
quale velenosa esalazione!

Siamo venuti al mondo in un campo,
al riparo d’una siepe
e le madri giacevano nell’erba bagnata
mordendosi le labbra inaridite.

D’autunno morivamo come le mosche
e le donne urlavano nel giorno dei morti,
poi mutavano il lamento in un canto
che solo gli sterpi ascoltavano.

Quelli di noi che restarono,
intrisi di triste sudore,
fecero qualunque mestiere
come animali da fatica.

Dicevano i vecchi in casa:
«Così era, così è, così sarà…»
E noi sputavamo furibondi
su quella loro stupida saggezza.

Rabbiosi lasciavamo la tavola
e correvamo all’aperto, dove,
una speranza ci sfiorava
con un alito di luce.

Quanto abbiamo aspettato in angoscia
nelle bettole soffocanti!
Andavamo a dormire a notte alta
dopo gli ultimi bollettini.

Come ci illudevano le speranze!
Ma su di noi pesava un cielo basso,
fischiava un vento di fuoco…
Non ne posso più, basta, non voglio!

Nei tuoi grossi volumi,
tra le lettere, sotto le righe,
urlerà la nostra sofferenza,
con volto ostile guarderà.

Poiché, implacabile, la vita
ci colpì col suo duro pugno
sulla bocca affamata,
il nostro linguaggio s’è fatto aspro.

I versi che noi scriviamo
nella notte, invece di dormire,
non hanno profumo,
ma sono scarni e aggressivi.

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,
le nostre immagini mai giungeranno
sino ai tuoi massicci volumi
accumulati, nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici
alle genti di domani,
destinate a darci il cambio,

All’Italia

Ivano Vazov

Ivano Vazov

Salute, Italia, terra beata,
terra celeste di carmi e suoni,
terra del genio, delle canzoni,
salute, o terra d’ogni beltà!

Terra d’eterni poeti, eterna
terra di Tasso, Petrarca, Dante,
o del sonetto terra fragrante,
salute, Italia, terra d’amor!

Salute, Italia! Lontana ancora
è la tua gaia riva gloriosa,
a te già vola l’anima ansiosa,
ahi, della nave lento è l’andar!

Volo ai tuoi monti, agli Appennini,
al tuo fumante Vesuvio, ai vaghi
tuoi continenti, ai mari, ai laghi,
volo ai tuoi ruderi, ai tuoi castelli!

Io del Balcano libero figlio
con slancio d’aquila levarmi anelo
alle celesti volte, al tuo cielo,
d’aria son ebro, di libertà.

Verso te volo, a te saluto
porto dei ceruli nostri orizzonti,
delle nevose vette dei monti
delle divine valli di rose.

A te il saluto della Bulgaria.
Sovr’essa il manto maggio distende,
come te anch’essa brilla, risplende,
nella speranza, nei canti e fiori.

Naviga, o nave, portami là,
dove maturano d’oro i limoni,
là dove eterni son canti e suoni,
sotto i benefici doni del ciel!

Ghergana

Elin Rahnev

Elin Rahnev

Ghergana 1

Ghergana, che stende mutandine e calze
sul balcone e suo marito le palpa intensamente
e tendenziosamente il sedere, un tempo era davvero bella.
Lo stormire del suo alito impressionava la natura,
le ciglia scorrevano nelle stagioni, nei bacini dei suoi occhi
c’erano ancora tante cose, ascoltava gli U2, leggeva
poeti morti, le smagliature del suo collant
eccitavano la gente. Mi piaceva guardarla come attraversa “Graf Ignatev”
nel tardo pomeriggio. Si affollavano anche altre persone.
Ma non c’è più speranza, e non c’è ossigeno, e solo
il vento propaga il corpo reso buio di Ghergana,
chinato sulle mutande di suo marito-
uomo felice, tecnico in un’officina,
potente e compatibile con questo mondo,
ottimista sfrenato
maiale, maiale…

Ghergana 2

Ghergana fa sesso martedì e venerdì
dopo il film,
prima del telegiornale della notte…
fra le 23 e 32 e le 23 e 47…
con suo marito, un gran bell’uomo,
con un buon lavoro e potenza.
Come per due persone…

Lunedì e giovedì lava i panni,
mercoledì e sabato fa le pulizie…

Domenica se ne sta a casa,
in quel giorno lui adora la musakà,
adora la musakà.

Ghergana 3

Mentre stendi le mutande di tuo marito,
Bergman è morto.

Ghergana 4

Mentre stendi le mutande di tuo marito,
è morto Antonioni…

Ghergana 5

Ghergana era bellissima, cara.
Il tramonto mugola sulle rotule delle sue ginocchia,
il suo alito moltiplicava la natura.
La amavano tutti gli abitanti della zona.

Quando passava su “Graf Ignatev”,
dietro di lei gemevano intere generazioni…

Ora lava, lava, lava,
perché quel culo va ogni giorno a far fitness
e mangia tanto,
e mangia tanto.

Ghergana 6

Perché?

Il Monaco Malato

PENCHO SLAVEJKOV

PENCHO SLAVEJKOV

Da molti anni giaceva nel suo letto
di legno, il poveretto.
Ma nella carne sua morta e contrita
lo spirito viveva e pien di vita
lo sguardo aveva un che di sovrumano,
una luce celeste, un fuoco arcano.

Nella sua cella quanta e quanta gente
viene pietosamente
a veder l’infelice! In fronte scritta
legge ad ognun sempre la stessa afflitta
muta domanda di pietà: “Signore,
perché viver così? perché non muore?”

Giudican quelli da sé stessi il mondo,
ma l’infermo nel fondo
dell’anima sua muta non consente
col giudizio di quelli. Dolcemente
li guarda tutti con serena pace
e li condanna, ma sorride e tace.

E col pensiero, senza un fil di voce,
fa il segno della Croce;
giace la mano inerte irrigidita,
pietrificate tendonsi le dita.
Solo le mute labbra una devota
bisbigliata preghiera par che scuota:

“La vita iniziata nei tormenti,
o Signor, mi consenti
ch’io viva ancor, lasciami ancora in vita,
ché la battaglia mia non é finita.

Tu comandami ed io sarò da Te.
Ma pur consenti che
i giorni miei vivere possa ancora
nello strazio che il corpo m’addolora,
che nel dolor mondiale a Te, Signore,
levi il mio canto d’infinito amore.

E sentan tutti quelli cui straniera
giunge la mia preghiera,
sentan la lode che a Te sale, o Dio,
fra le pene del corpo dal cuor mio.

Essi vivano sani! Un altro fato
hai per me decretato…
Ch’io viva di rinuncia e sofferenza…
Essi deboli son nella potenza
del Tuo volere. Ed io col mio destino
son forte, o Dio, nel Tuo voler divino…

Il Distacco

DIMCHO DEBELJANOV

DIMCHO DEBELJANOV

Sempre così voglio io ricordarti:
derelitta, affranta, senza più speme,
la mano tua ardente alla mia intrecciata
e chino il mesto volto sul mio petto.
Lontano tremola la città nella foschia,
accanto a noi, sul colle, fremono i cespugli
e l’amore nostro è or quasi più santo,
poi che lasciarci dobbiam.

“All’alba partirò, vieni,
e del tuo sguardo portami l’addio,
ch’io lo ricordi fedele e triste
nell’ora in cui Essa vincerà”
“Oh, tu, Derelitta, reciso stelo nella tempesta,
le preghiere ascondi; la nostra primavera, credi,
non resterà sogno incompiuto
e tu a me ancora tornerai!”

Sempre più tetra cade su noi la notte,
intreccian voli nell’oscurità le nottole,
la tua stanchezza attende l’ultimo riposo,
e nella fede mia io più non credo.

Tu la stretta allenti della mano ardente
e ti diparti, fisso nell’oscurità lo sguardo,
senza più forza nemmeno per il pianto.
Sempre così voglio io ricordarti…

Due begli occhi invernali

PEJO JAVOROV

PEJO JAVOROV

Due begli occhi. L’anima di una bimba
in due begli occhi: musica e luce.
Non chiedono e non promettono.
La mia anima prega,
fanciulla,
la mia anima prega!
Passioni ed avversità
domani getteranno su quegli occhi
il velo dei peccati e delle vergogne.
Il velo dei peccati e delle vergogne
non lo getteranno su quegli occhi
passioni ed avversità.
La mia anima prega,
fanciulla,
la mia anima prega…
Non chiedono e non promettono! –
Due begli occhi. Musica e luce
in due begli occhi. L’anima di una bimba.

Fede

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Ecco: io respiro, lavoro, vivo
e scrivo versi,
così come posso.
Io e la vita ci guardiamo rabbiosi,
di traverso e contro la vita
io lotto
sino all’estremo.

Sono in conflitto con la vita
ma tu non pensare che io la disprezzi:
anche alle soglie della morte
continuerei ad amare la vita,
le sue brutali mani d’acciaio.
Ancora l’amerei.

E se mi stringessero al collo
un nodo scorsoio,
chiedendomi se ancora per un’ora
volessi restare in vita,
io griderei senza indugio:
“Via questa corda,
o carnefici!”

Per la vita affronterei ogni prova:
volerei dentro una macchina senza collaudo,
entrerei in un razzo esplosivo
per cercare da solo nello spazio
lontani pianeti.

E anche così
sentirei un sottile fremito
vedendo com’è azzurro il cielo
lassù,
proverei l’incantevole brivido
d’essere ancora in vita,
d’esistere ancora domani.

Ma se voi mi prendete,
quanto?
un solo grano della mia fede,
allora getterò un grido,
urlerò di tormento
come pantera ferita al cuore.
Che resterebbe allora di me?

Un attimo dopo la vostra rapina
sarei distrutto,
o più esattamente, più
chiaramente,
un attimo dopo la vostra rapina
di me non resterebbe
altro che il nulla.

Voi forse volete abbattere
la mia fede nei giorni felici,
in un domani dove la vita
sarà più saggia e serena?

Ma come potrete abbatterla, dite?
Con raffiche di proiettili?
No, non i conviene tentare,
sarebbe tempo perduto.

La mia fede è difesa saldamente
dentro il mio petto
e il piombo capace
di penetrare questa corazza,
ancora non è stato trovato,
nessuno l’ha ancora scoperto!

Luna 7

Elin Rahnev

Elin Rahnev

Sono incantato dalla tua presenza in questo mondo. Da tutte le tue fobie
e fibbie. Da tutte le tue versioni e vene. Da tutta l’acustica della pelle.
Dalle nicchie argentee del sospiro. Dal lustro del tuo alito e del tuo incedere.
Ma come posso vegliare su di te e proteggerti da tempeste, verri, vulcani? Da
tutte le ingiustizie del mondo. Sempre più caso clinico nella mia solitudine io
non ho neppure forze per spegnermi. Io non ho forze per rinnovarmi.

Che mi rinchiuda ora in una nebbia di pavone e che lì aspetti la fine. O che la nostalgia
di te vada spruzzando per montagne, Sahara e Sorbone. Che muoiano i poeti
tra la tua pelle fresca tu desideri. Che si spengano inutili, tramontati
corpi. Là dorme Lorca. E gli altri, nevvero?

Mi lascerai ancora un po’ annegare nel nettare di lune
sbocciate. Che vaghi trascinando il corpo rabbuiato nella poesia, nelle rime. Che canti i bacini fluviali della tua lacrima – per futuri radiosi, per una possente cultura.
Un Elin che ha vissuto per lei