Il Distacco

DIMCHO DEBELJANOV

DIMCHO DEBELJANOV

Sempre così voglio io ricordarti:
derelitta, affranta, senza più speme,
la mano tua ardente alla mia intrecciata
e chino il mesto volto sul mio petto.
Lontano tremola la città nella foschia,
accanto a noi, sul colle, fremono i cespugli
e l’amore nostro è or quasi più santo,
poi che lasciarci dobbiam.

“All’alba partirò, vieni,
e del tuo sguardo portami l’addio,
ch’io lo ricordi fedele e triste
nell’ora in cui Essa vincerà”
“Oh, tu, Derelitta, reciso stelo nella tempesta,
le preghiere ascondi; la nostra primavera, credi,
non resterà sogno incompiuto
e tu a me ancora tornerai!”

Sempre più tetra cade su noi la notte,
intreccian voli nell’oscurità le nottole,
la tua stanchezza attende l’ultimo riposo,
e nella fede mia io più non credo.

Tu la stretta allenti della mano ardente
e ti diparti, fisso nell’oscurità lo sguardo,
senza più forza nemmeno per il pianto.
Sempre così voglio io ricordarti…

Non svegliatela

PEJO JAVOROV

PEJO JAVOROV

Nel grembo della notte la mia anima si addormenta:
non svegliatela.
Estranea a tutti,
un’orfana errante in questo mondo,
lei forse muore nel grembo della notte:
non svegliatela!

Sotto il suo manto, portato dagli astri – angeli,
la notte veglia, malinconica.
Stringendo al petto, tristemente
carezzando la malata,
col suo manto, portato dagli astri piangenti,
la notte veglia, malinconica.

Con gli occhi chiusi dorme l’orfana, la mia anima,
sorride calma.
La notte si placa,
tace, china ed esanime:
muore l’orfana, con gli occhi chiusi,
e sorride calma.

CANTI HAIDUTICI

PEJO JAVOROV

PEJO JAVOROV

I

Il giorno me ne sto in angoli remoti,
la notte me ne vo per impervi sentieri;
babbo non ho, né mamma io ho,
babbo che rimbotti,
mamma che in lagrime sbotti…
Ahimè, Pirin
mia montagna!
Oh, nero,
nero vino di Zàrigrad.

Nemico col nemico: ad armi pari,
con l’amico amico: con uguale lealtà;
un buon fratello non ho, né dolce sorella:
fratello che me lodi,
sorella che me compianga…
Ahi, mia spada,
spada tagliente!
Oh, ardente
di Tracia arzente.

Dio esiste, lascialo esistere,
regna il re, per secoli forse?
Non ho amore, un primo amore
che mi attenda
e su me pianga…
Ahi, mio,
rombante mio fucile!
Oh, snella
di Solun donzella.

IV

Ho fatto un sogno, oh tristezza,
arida giovinezza!
una tomba nell’ombra,
sotto il denso fogliame abbandonata.

E sulla tomba, oh tristezza,
arida giovinezza!
due rami in croce: una croce per l’eroe,
e un uccello sulla croce.

Il mattino, oh tristezza,
arida giovinezza!
canta l’uccello e narra come l’orfano
tutto solo se n’è andato.

A sera, oh tristezza,
arida giovinezza!
canta l’uccello narra come il prode
è morto da prode.

Ho fatto un sogno, oh tristezza,
arida giovinezza!
ho fatto un sogno, un lugubre sogno:
la mia tomba ho sognato…

Luna 7

Elin Rahnev

Elin Rahnev

Sono incantato dalla tua presenza in questo mondo. Da tutte le tue fobie
e fibbie. Da tutte le tue versioni e vene. Da tutta l’acustica della pelle.
Dalle nicchie argentee del sospiro. Dal lustro del tuo alito e del tuo incedere.
Ma come posso vegliare su di te e proteggerti da tempeste, verri, vulcani? Da
tutte le ingiustizie del mondo. Sempre più caso clinico nella mia solitudine io
non ho neppure forze per spegnermi. Io non ho forze per rinnovarmi.

Che mi rinchiuda ora in una nebbia di pavone e che lì aspetti la fine. O che la nostalgia
di te vada spruzzando per montagne, Sahara e Sorbone. Che muoiano i poeti
tra la tua pelle fresca tu desideri. Che si spengano inutili, tramontati
corpi. Là dorme Lorca. E gli altri, nevvero?

Mi lascerai ancora un po’ annegare nel nettare di lune
sbocciate. Che vaghi trascinando il corpo rabbuiato nella poesia, nelle rime. Che canti i bacini fluviali della tua lacrima – per futuri radiosi, per una possente cultura.
Un Elin che ha vissuto per lei

L’azzurro

ELKA VASSILEVA

Non cerco la compassione umida del bicchiere.
Quando mi ammalo di dubbi
Sul valore del vivo nella vita mia,
mi serve solitudine.
Allora parlo con il mondo
Attraverso i suoi riflessi veri
Nei tristi sensi miei
di Homo Sapiens.
E tutto ha un senso
Se riuscissi a dipingere
l’AZZURRO…

Congedo per convalescenza

Dora Gabe

Dora Gabe

Sotto il mio tetto, son tre a soffrir di nostalgia
per la lor casa, là, in Ucraina;
ma ormai la casa non c’è più.
Restano delle fotografie, dei ricordi,
il nome del villaggio: un necrologio.
Non aver nostalgia, giovanotto dagli occhi azzurri,
con i tuoi ventisei anni!
Quando entra il cosacco del Don
la mia porta ne accoglie a fatica
le spalle, e il colbacco grigio.
Rintanano sul « parquet » gli stivali,
una tonante voce baritonale riempie la sala
insieme all’odore del tabacco.
— Ehi, cosacco! — dentro la sua cornice trema
la Venere dagli occhi cangianti (è del Botticelli)
i suoi occhi non hanno mai veduto
una testa così irsuta;
non la fissare,
non la occhiare!
— Avevo una sorellina, le somigliava tanto.
In cucina c’è il cuoco:
ha gli occhi rossi,
però non piange. E tace sempre.
— Perché non dici mai nulla, Hricko?
Sorride mansueto,
con la mano mi fa un cenno.
— Su, raccontami di tua moglie,
dei bambini!
— Chissà dove sono… è grande la Russia!
Il mio villaggio non c’è più…
Mia figlia, m’han detto che è a Berlino,
l’hanno portata via quelli là…
La rivedrò forse, quando ci incontreremo…
O, questi soldati feriti,
nella loro terra ferita!
Tornerete a passare
intonando il canto cosacco
su d’un camion gremito
attraverso le nostre strade.
— Addio! Addio!
Tremeranno le case diroccate;
per le occhiaie delle finestre
in un brandello di cielo
brillerà nel turchino, su noi,
uno strano aeroplano
come una stella,
come un alato saluto!

La mia preghiera

Hristo Botev

Hristo Botev

Oh, tu, mio Dio, Dio giusto!
Non tu, del ciel signore,
ma tu che se’ in me stesso,
ne l’anima e nel cuore…

Non tu cui genuflettonsi
e frati e sacerdoti,
e accendon ceri i greggi
ortodossi devoti;

non tu, che uomo e donna
hai dal fango creato,
e schiavo su la terra
hai l’uomo lasciato;

non tu che patriarchi,
papi, re proteggesti,
e in servitù abbandoni
i miei fratelli mesti;

non tu, che a schiavi insegni
sofferenze e preghiere,
e in pasto lor dài solo
speranze menzognere;

non tu, Dio dei tiranni,
senza onor, mentitori,
non tu, di stolti l’idolo,
di barbari oppressori!

Ma tu, Dio di ragione,
di schiavi e sofferenti
difensore, che presto
festeggeran le genti,

a ognuno ispira, o Dio,
di libertà l’amore,
si che combatta ognuno,
come può, l’oppressore.

E a me pure rafforza
la man per la riscossa,
perché trovi pugnando
io pure la mia fossa!

Non far che il turbinoso
mio cuor freddo divenga
ne l’esilio e il mio grido
nel deserto si spenga!

Far Ritorno..

DIMCHO DEBELJANOV

DIMCHO DEBELJANOV

Oh, far ritorno alla paterna casa
quando la sera tacita si spegne
e la tranquilla notte il grembo offre
a lenire infelici e sofferenti,
e, gettata come fardello la nera fatica
che i giorni tristi hanno a te assegnato,
destare al tuo entrar con incerto passo nel cortile
la gioia tacita per l’ospite aspettato!

E incontrar sulla soglia la vecchia madre
e poggiata la fronte sull’esile spalla,
annullarsi nel dolce suo sorriso
e a lungo ripetere: mamma, mamma…
Entrare poi sommesso nella stanza a te nota,
ultimo tuo porto e rifugio,
e, volto il guardo stanco alla vecchia icona,
sommessi accenti bisbigliar nel silenzio:
qui son venuto ad attendere il sereno tramonto,
ché la mia stella ha il suo cammin percorso…

Oh, furtivo pianto dello stanco pellegrino,
che invan la madre e la terra sua ricorda!

* * *

Amo guardar, tra gli oscuri rami
degli alberi dolcemente sotto me inclinati,
come silenti si stendon l’ombre della notte
pei cieli nella arsura immersi…

E trepido, intento al nascosto brulicar
delle prime tacite stelle,
l’oracolo attender del supremo arcano che
l’anima mia ha nell’oscurità ricinto.

E a lungo, della notte nel grembo,
lacrime sparger sulle bellezze pel cammin lasciate,
lacrime sulle mie preci inascoltate
e sui sogni anzitempo estinti.

Autoepitaffio

Stefan Tzanev

Stefan Tzanev

Sempre più spesso scruto le stelle fredde.
Sempre più spesso sogno l’ultimo giorno.
Piangeranno tutti, tutti piangeranno per me.
Chi di dolore, chi di colpa,
chi di invidia, chi di altre cose…
Solo io, sdraiato tra i fiori,
gelido, superbo, insensibile, importante.
Senza afflizione. Solo io.
Perché tra tutti gli addolorati, solo io non saprò
di essere morto.