Tempesta

William Cliff

William Cliff

la tempesta avanzava urlando la tempesta
urtava il tetto delle case la tempesta
spingeva continenti di nuvole smontate
la tempesta impediva il sonno del mercante
lo studente inquieto rigirava le sue voglie
nelle pieghe ribelli del letto l’impiegato
con la gamba spezzata sotto il corpo immobile
contemplava il suo tedio distrutto nelle pieghe
della tempesta il conducente sente il volante
sfuggire al suo controllo il venditore locale
vede il telo volar via e i suoi articoli all’aria
il banchiere impaurito tira giù la serranda
sul gabbiotto minacciato della sua agenzia
e le pecore prudenti vanno a ruminare
in un buco senza vento la tempesta va
e viene a sfiatarsi sulle pianure dell’Est
e il cielo sgombro dopo la tempesta lascia
che il gelo venga a massacrare gli insetti
la cui avida ingenza preparava di già
un’estate vana per la terra troppo calda

Signor Empain

William Cliff

William Cliff

Signor Empain, la prego, venga a trovarmi:
ho bisogno di sentire i suoi rimproveri
e di nuovo l’inenarrabile storia
che raccontava a noi adolescenti.

È che stasera in questa città così lugubre,
ho un tremendo bisogno della sua saggezza
e che mi aiuti a bere la prossima ora
con quel sorriso che ci mostrava sempre.

E del resto lei sa che se sono in cammino,
è perché ci ordinava di partire
in modo da rimetterci a posto le idee
e allontanarci dall’ordinaria miseria.

Era meraviglioso il modo che aveva
di stare solo in mezzo ai nostri corpi
e passeggiare lì come un buon pastore
che sa essere ovunque ma anche al di fuori.

La prego, Signor Empain, che questa notte
io possa sentirla passare in corridoio
per sapere che anche la sua fatica
ha bisogno di sonno al calar della sera

tranne quando sotto la sua porta brillava
la lampada per dirci che lei lavorava.

Porto Rico

William Cliff

William Cliff

la vetustà li rende amari
che fare per guarirli dal male
che vedano il rullìo del mare
del cielo il luccichio stellare
è dura sentire la vecchiaia
diffondersi in tutto il corpo
attenuare ogni piccola gioia
e investire il nostro tesoro
ho visto gente in età avanzata
che non aveva quest’amarezza
e che malgrado il suo peccato
rideva tra la schiuma e la brezza
del mare mobile sulla spiaggia
e dei bambini magri e sottili
che fendevano l’onda infranta
e rischiavano la loro pelle
a meno che a notte fonda
non vadano a guardare gli astri
girare e diluire la noia
che minaccia le loro teste

Prospettiva Vladimir

William Cliff

William Cliff

Fiòdor Dostoyevski era allegro (sembra),
non credete alle foto che lo mostrano
col volto serio perché a quell’epoca
si posava seri per la fotografia.

Lui viziava i suoi figli, riceveva gente,
ma verso sera si ritirava in camera,
beveva del tè, cominciava a scrivere,
fumando sigarette rollate prima.

Il suo tavolo era in disordine, niente
a che vedere con questo appartamento
pulito sulla Prospettiva Vladimir.
Ma dov’è la camera da letto? Lo stretto

sofà era il posto dove si riposava:
al mattino quando si sentiva stanco,
si sdraiava e tirava una coperta
sul volto, impedendo alla luce di nuocergli.

È in questa stanza severa sul retro
che scrisse ma senza poterla finire
l’ultima opera perché era tisico
e la morte lo gelò su quel sofà.

Mangiare a Manhattan

William Cliff

William Cliff

Quando ero al YMCA di Manhattan
(ad ovest di Central Park), scoprii in basso
(cioè in cantina) che si poteva
pranzare lì. Un uomo dietro un bancone
faceva rosolare le patate poi
vi buttava sopra un uovo, cuoceva e
il tutto passava sopra un piatto, quindi
con un po’ di pane e caffè si partiva
con un vassoio per sedersi in sala.
Era gradevole ed economico, in più
c’era un calore umano, un torpore
fra quella gente assonnata che masticava
ammutolita il cibo, dopo di che
si andava a deporre il vassoio su un carrello,
ognuno imboccava la sua strada a Manhattan,
io ero lieto di andare di qua
e di là seguendo il mio ozio che mi
portava ovunque sorpreso dalle cose
rare, dai lineamenti diffusi tra
i rettangoli giganti di quell’isola.

Il sonno del padre

William Cliff

William Cliff

mio padre si lamentava spesso dei suoi dolori
sputava parolacce strofinandosi la schiena
o d’un tratto schiacciato dall’eccesso di fatica
sprofondava nel sonno come un sacco di patate
dormiva a gambe aperte e col mento sul petto
ovunque crollando sotto il peso del lavoro
e a volte anche a tavola scansando il suo piatto
con la fronte sulle mani si addormentava
allora gli sfilavamo piano il tovagliolo
da sotto la fronte e le mani le posate
sparecchiavamo la tavola furtivamente
in punta di piedi uscivamo dalla sala
affinché avesse il suo momento di riposo
lo lasciavamo con la fronte poggiata al tavolo
dove dormiva sconfitto come una bestia morta
ma più tardi sentivamo delle urla in sala
gridava perché il sonno lo stava abbandonando
il suo corpo dolente lo mordeva ovunque
le impronte delle dita gli restavano in volto
usciva oltraggiato dal sonno: era troppo bello
esser fuggito così lontano dai problemi!
inveendo e brontolando andava da Marie
in cucina a prendere un goccio di caffè nero
poi usciva saliva in macchina sentivamo
le gomme sulla ghiaia lo spavento era finito
riprendevamo il gioco della guerra fratricida

Malinconia

William Cliff

William Cliff

Ho subìto un attacco di malinconia
ritrovandomi solo in mezzo alla terra
vedendo che il sole andava già via
per sprofondare lontano dalla mia sfera.

Il suo raggio luminoso non mi riscalda
la causa è la mia vita fredda come un’arca
nell’indifferenza che la tiene salda
e si tuffa lontano da quella stella.

Non mi resta che scrivere la mia mania
sperando che scrivendola possa calmarsi
e rimanere come un cavallo che si ferma
si volta e aspetta l’ora dell’avena

che schiaccerà lento fra i suoi grossi denti
per dimenticare l’immensità del tempo.

Infanzia

William Cliff

William Cliff

Eravamo bambini molto sporchi, certo,
non ci lavavamo spesso le « parti intime »,
« fare una doccia » era qualcosa d’ignoto
poiché di docce non ne avevamo mai viste.

Versavamo dell’acqua calda in un catino
il sabato accanto al fuoco della cucina
e tutta la famiglia ci entrava, il padre
veniva per ultimo a chiudere il corteo.

Non penso che fossimo maleodoranti
(è raro che il corpo di un bambino puzzi)
quanto a lavarsi di mattina era solo
una sciacquata al viso, alle mani e alle braccia.

La sera a volte potevamo bagnarci i piedi,
avevamo per dormire camicie da notte
che risalivano sempre e ci raffreddavano.
Eppure dormivamo di un sonno profondo,

come solo i bambini o il mondo nello spazio.
Oh! quanta paura di affrontare la minaccia
di quel sonno tremendo in cui s’entrava lo stesso!

È che il bambino deve crollare dal sonno
per ritrovare il centro del ventre materno
e a lungo riposarvi e rilassarsi.

Il canto dei ‘morti’

William Cliff

William Cliff

Su questa terra abbandonata
la nebbia si stende infinita,
vediamo solo all’orizzonte
un noioso e lungo destino.

Niente qui perturba l’attesa
di ciò che più in là accadrà,
giorno per giorno sul pendio
slittiamo per l’eternità.

Il rumore dei nostri passi
è causato dalle catene
che trasciniamo e che ci seguono
fino al nostro ultimo carcere.

Sole e vento, calma o tempesta,
le stagioni non ci importano,
giorno di lavoro o di festa,
è tutto uguale in prigione.

Dentro queste basse caserme
ascoltiamo il vento invernale
che mugghia tra lunghi rantoli
sui tetti coperti di ferro.

La notte la porta è chiusa
e noi sembriamo tumulati,
riviviamo in mezzo al fumo
che fuoriesce dai cervelli:

e poi volano i nostri sogni
attraverso i tetti impotenti
se la casa più resistente
nulla può contro la speranza,

e chi dice una preghiera
curvo sulla parete in legno
ritorna all’innocenza fiera
del bambino che fu una volta.

Grazie al vento e alla pioggia,
grazie alla neve e al freddo
che ci dicono che la Vita
ha la meglio su ogni clima

e che se chiniamo il capo
sotto il peso delle accuse,
Colui che sa del nostro crimine
ci ha già espresso il suo perdono.

da Diario di un innocente

William Cliff

William Cliff

un occhio si scostò dal fosco buio

e mi ospitò nella sua curva chiara

ma non ne seppi dilatare il buco

per esplorare quella strana sfera

con passi tra brutalità e paura

tornando a srotolarmi per la pista

dove la luce che mi batte in testa

dall’occhio aperto per mia negligenza

non smise di colpirmi coi suoi fasci

ed inveire per la mia indolenza