Domenica

Guy Goffette

Guy Goffette

La campana della vecchia burriera nel sole d’ottobre
è una chiesa dimenticata sulla tavola degli uomini
Raduna attorno a sé le briciole splendenti
del cuore che ha vissuto la sua ora di gloria
nella condivisione e il placarsi delle grida
pepite che una mano seminerà sul prato blu
per gli uccelli gli insetti gli dei invisibili
che portano la luce nelle cavità degli alberi immobili
e nello spazio aperto la notte tra i nostri sogni

Il sonno del padre

William Cliff

William Cliff

mio padre si lamentava spesso dei suoi dolori
sputava parolacce strofinandosi la schiena
o d’un tratto schiacciato dall’eccesso di fatica
sprofondava nel sonno come un sacco di patate
dormiva a gambe aperte e col mento sul petto
ovunque crollando sotto il peso del lavoro
e a volte anche a tavola scansando il suo piatto
con la fronte sulle mani si addormentava
allora gli sfilavamo piano il tovagliolo
da sotto la fronte e le mani le posate
sparecchiavamo la tavola furtivamente
in punta di piedi uscivamo dalla sala
affinché avesse il suo momento di riposo
lo lasciavamo con la fronte poggiata al tavolo
dove dormiva sconfitto come una bestia morta
ma più tardi sentivamo delle urla in sala
gridava perché il sonno lo stava abbandonando
il suo corpo dolente lo mordeva ovunque
le impronte delle dita gli restavano in volto
usciva oltraggiato dal sonno: era troppo bello
esser fuggito così lontano dai problemi!
inveendo e brontolando andava da Marie
in cucina a prendere un goccio di caffè nero
poi usciva saliva in macchina sentivamo
le gomme sulla ghiaia lo spavento era finito
riprendevamo il gioco della guerra fratricida

In terrazza

Guy Goffette

Guy Goffette

La porta di nastro che bilancia la brezza
è la sola fontana che abbevera
con un po’ d’ombra di biancheria
la cucina che si apre sulla terrazza
dove da mezzogiorno cuoce il pane della luce.
(Anche il sole si è trasformato in statua)
Si sentono solo i colpetti di becco
degli ultimi uccelli invisibili
sulla crosta croccante.

Colline

Guy Goffette

Guy Goffette

A che pro fuggire l’estate venuta verso un mare
ben ancorato nel suo letto
quando restare immobili sul fondo del cammino sembra
un modo di navigare e il solo unire
le dita sotto la fronte ti consacra capitano
perché basta poco un soffio di vento un po’ più secco
che ti gonfia il cappotto e trovare come un tempo
la forza di soffiare abbassando le palpebre
per veder uscire dal porto il villaggio ai tuoi piedi
tutta questa gente senza storia sotto il panno che svolazza
in piedi e salutando sul ponte beffardo
questo paese che ti tiene come uno sguardo d’amico.

Un po’ d’oro nel fango

Guy Goffette

Guy Goffette

Mi dicevo anche: vivere è altra cosa
da quest’oblio del tempo che passa,
non le stragi dell’amore e dell’usura –
dal mattino alla notte lo facciamo:
fendere il mare, fendere il cielo, la terra,
volta per volta uccello, pesce, talpa, infine:
giocando a mescolare l’aria, l’acqua, i frutti
e la polvere; agendo come, bruciando per,
andando verso, a raccogliere cosa? Il verme
nella mela, tra le messi il vento, tanto tutto
sempre ricade, tanto tutto ricomincia e niente
mai è uguale a quello che era, né meglio né peggio,
e non cessa di ripetere: vivere è altra cosa.
Guy Goffette (Jamoigne, 1947) da I canti del pescatore d’acqua (Carte di fumo, 2006)
Je me disasis aussi: vivre est autre chose
que cet oubli du temps qui passe et des ravages
de l’amour et de l’usure: ce que nous faisons
du matin à la nuit: fendre la mer
fendre le ciel, la terre, tout à tour oiseau,
poisson, taupe, enfin: jouant à brasser l’air,
l’eau, les fuits, la poussière; agissant comme,
brûlant pour, marchant vers, récoltant
quoi? le ver dans la pomme, le vent dans les blès
puisque tout retombe toujours, puisque tout
recommence et rien n’est jamais pareil
à ce qui fut, ni pire ni meilleur
qui ne cesse de repeter: vivre est autre chose.

Infanzia

William Cliff

William Cliff

Eravamo bambini molto sporchi, certo,
non ci lavavamo spesso le « parti intime »,
« fare una doccia » era qualcosa d’ignoto
poiché di docce non ne avevamo mai viste.

Versavamo dell’acqua calda in un catino
il sabato accanto al fuoco della cucina
e tutta la famiglia ci entrava, il padre
veniva per ultimo a chiudere il corteo.

Non penso che fossimo maleodoranti
(è raro che il corpo di un bambino puzzi)
quanto a lavarsi di mattina era solo
una sciacquata al viso, alle mani e alle braccia.

La sera a volte potevamo bagnarci i piedi,
avevamo per dormire camicie da notte
che risalivano sempre e ci raffreddavano.
Eppure dormivamo di un sonno profondo,

come solo i bambini o il mondo nello spazio.
Oh! quanta paura di affrontare la minaccia
di quel sonno tremendo in cui s’entrava lo stesso!

È che il bambino deve crollare dal sonno
per ritrovare il centro del ventre materno
e a lungo riposarvi e rilassarsi.

Malinconia

William Cliff

William Cliff

Ho subìto un attacco di malinconia
ritrovandomi solo in mezzo alla terra
vedendo che il sole andava già via
per sprofondare lontano dalla mia sfera.

Il suo raggio luminoso non mi riscalda
la causa è la mia vita fredda come un’arca
nell’indifferenza che la tiene salda
e si tuffa lontano da quella stella.

Non mi resta che scrivere la mia mania
sperando che scrivendola possa calmarsi
e rimanere come un cavallo che si ferma
si volta e aspetta l’ora dell’avena

che schiaccerà lento fra i suoi grossi denti
per dimenticare l’immensità del tempo.

Mangiare a Manhattan

William Cliff

William Cliff

Quando ero al YMCA di Manhattan
(ad ovest di Central Park), scoprii in basso
(cioè in cantina) che si poteva
pranzare lì. Un uomo dietro un bancone
faceva rosolare le patate poi
vi buttava sopra un uovo, cuoceva e
il tutto passava sopra un piatto, quindi
con un po’ di pane e caffè si partiva
con un vassoio per sedersi in sala.
Era gradevole ed economico, in più
c’era un calore umano, un torpore
fra quella gente assonnata che masticava
ammutolita il cibo, dopo di che
si andava a deporre il vassoio su un carrello,
ognuno imboccava la sua strada a Manhattan,
io ero lieto di andare di qua
e di là seguendo il mio ozio che mi
portava ovunque sorpreso dalle cose
rare, dai lineamenti diffusi tra
i rettangoli giganti di quell’isola.

Consigli sui pini

Henri Michaux

Henri Michaux

Un rumore monotono non per forza calma. Una trivella non calma nessuno, tranne forse il capomastro. Eppure, è tra i rumori monotoni che avete più possibilità di trovare la calma.
Quel che è piacevole nel rumore del vento che soffia su una foresta di pini, è che questo rumore non ha spigoli, è tondo. Ma non ha nulla di lugubre. (O forse calma perché ci porta a immaginare un essere considerevole e bonario, incapace di uscire del tutto dai gangheri?)
Tuttavia non bisogna guardare troppo la cima dei pini mossi dal forte vento. Perché se arrivassimo a immaginarci seduti sulla cima, in un ondeggiamento tale, potremmo, e con molta più naturalezza che se fossimo su un’altalena o in un ascensore, per via di quello strambo e splendido movimento lassù, sentirci trascinati, e pur sforzandoci di non pensare, di certo ben lungi dal voler meditare su quell’oscillamento, saremmo perennemente occupati, ci sentiremmo sempre sulla vetta vacillante di un pino, non potremmo più scendere a terra.

La mia vita

Henri Michaux

Henri Michaux

Te ne vai senza di me, mia vita.
Tu scorri.
Ed io ancora attendo di fare un passo.
Porti altrove la battaglia.
Mi abbandoni così.
Io non ti ho mai seguita.
Non vedo chiaro nelle tue offerte.
Il poco che voglio, tu non lo porti mai.
Per questa assenza, io desidero tanto.
Tante cose, anche l’infinito…
Per colpa di quel poco che manca,
che tu non porti mai.