Porto Rico

William Cliff

William Cliff

la vetustà li rende amari
che fare per guarirli dal male
che vedano il rullìo del mare
del cielo il luccichio stellare
è dura sentire la vecchiaia
diffondersi in tutto il corpo
attenuare ogni piccola gioia
e investire il nostro tesoro
ho visto gente in età avanzata
che non aveva quest’amarezza
e che malgrado il suo peccato
rideva tra la schiuma e la brezza
del mare mobile sulla spiaggia
e dei bambini magri e sottili
che fendevano l’onda infranta
e rischiavano la loro pelle
a meno che a notte fonda
non vadano a guardare gli astri
girare e diluire la noia
che minaccia le loro teste

Un po’ d’oro nel fango

Guy Goffette

Guy Goffette

Mi dicevo anche: vivere è altra cosa
da quest’oblio del tempo che passa,
non le stragi dell’amore e dell’usura –
dal mattino alla notte lo facciamo:
fendere il mare, fendere il cielo, la terra,
volta per volta uccello, pesce, talpa, infine:
giocando a mescolare l’aria, l’acqua, i frutti
e la polvere; agendo come, bruciando per,
andando verso, a raccogliere cosa? Il verme
nella mela, tra le messi il vento, tanto tutto
sempre ricade, tanto tutto ricomincia e niente
mai è uguale a quello che era, né meglio né peggio,
e non cessa di ripetere: vivere è altra cosa.
Guy Goffette (Jamoigne, 1947) da I canti del pescatore d’acqua (Carte di fumo, 2006)
Je me disasis aussi: vivre est autre chose
que cet oubli du temps qui passe et des ravages
de l’amour et de l’usure: ce que nous faisons
du matin à la nuit: fendre la mer
fendre le ciel, la terre, tout à tour oiseau,
poisson, taupe, enfin: jouant à brasser l’air,
l’eau, les fuits, la poussière; agissant comme,
brûlant pour, marchant vers, récoltant
quoi? le ver dans la pomme, le vent dans les blès
puisque tout retombe toujours, puisque tout
recommence et rien n’est jamais pareil
à ce qui fut, ni pire ni meilleur
qui ne cesse de repeter: vivre est autre chose.

Malinconia

William Cliff

William Cliff

Ho subìto un attacco di malinconia
ritrovandomi solo in mezzo alla terra
vedendo che il sole andava già via
per sprofondare lontano dalla mia sfera.

Il suo raggio luminoso non mi riscalda
la causa è la mia vita fredda come un’arca
nell’indifferenza che la tiene salda
e si tuffa lontano da quella stella.

Non mi resta che scrivere la mia mania
sperando che scrivendola possa calmarsi
e rimanere come un cavallo che si ferma
si volta e aspetta l’ora dell’avena

che schiaccerà lento fra i suoi grossi denti
per dimenticare l’immensità del tempo.

In terrazza

Guy Goffette

Guy Goffette

La porta di nastro che bilancia la brezza
è la sola fontana che abbevera
con un po’ d’ombra di biancheria
la cucina che si apre sulla terrazza
dove da mezzogiorno cuoce il pane della luce.
(Anche il sole si è trasformato in statua)
Si sentono solo i colpetti di becco
degli ultimi uccelli invisibili
sulla crosta croccante.

Il canto dei ‘morti’

William Cliff

William Cliff

Su questa terra abbandonata
la nebbia si stende infinita,
vediamo solo all’orizzonte
un noioso e lungo destino.

Niente qui perturba l’attesa
di ciò che più in là accadrà,
giorno per giorno sul pendio
slittiamo per l’eternità.

Il rumore dei nostri passi
è causato dalle catene
che trasciniamo e che ci seguono
fino al nostro ultimo carcere.

Sole e vento, calma o tempesta,
le stagioni non ci importano,
giorno di lavoro o di festa,
è tutto uguale in prigione.

Dentro queste basse caserme
ascoltiamo il vento invernale
che mugghia tra lunghi rantoli
sui tetti coperti di ferro.

La notte la porta è chiusa
e noi sembriamo tumulati,
riviviamo in mezzo al fumo
che fuoriesce dai cervelli:

e poi volano i nostri sogni
attraverso i tetti impotenti
se la casa più resistente
nulla può contro la speranza,

e chi dice una preghiera
curvo sulla parete in legno
ritorna all’innocenza fiera
del bambino che fu una volta.

Grazie al vento e alla pioggia,
grazie alla neve e al freddo
che ci dicono che la Vita
ha la meglio su ogni clima

e che se chiniamo il capo
sotto il peso delle accuse,
Colui che sa del nostro crimine
ci ha già espresso il suo perdono.

Consigli sui pini

Henri Michaux

Henri Michaux

Un rumore monotono non per forza calma. Una trivella non calma nessuno, tranne forse il capomastro. Eppure, è tra i rumori monotoni che avete più possibilità di trovare la calma.
Quel che è piacevole nel rumore del vento che soffia su una foresta di pini, è che questo rumore non ha spigoli, è tondo. Ma non ha nulla di lugubre. (O forse calma perché ci porta a immaginare un essere considerevole e bonario, incapace di uscire del tutto dai gangheri?)
Tuttavia non bisogna guardare troppo la cima dei pini mossi dal forte vento. Perché se arrivassimo a immaginarci seduti sulla cima, in un ondeggiamento tale, potremmo, e con molta più naturalezza che se fossimo su un’altalena o in un ascensore, per via di quello strambo e splendido movimento lassù, sentirci trascinati, e pur sforzandoci di non pensare, di certo ben lungi dal voler meditare su quell’oscillamento, saremmo perennemente occupati, ci sentiremmo sempre sulla vetta vacillante di un pino, non potremmo più scendere a terra.

Tempesta

William Cliff

William Cliff

la tempesta avanzava urlando la tempesta
urtava il tetto delle case la tempesta
spingeva continenti di nuvole smontate
la tempesta impediva il sonno del mercante
lo studente inquieto rigirava le sue voglie
nelle pieghe ribelli del letto l’impiegato
con la gamba spezzata sotto il corpo immobile
contemplava il suo tedio distrutto nelle pieghe
della tempesta il conducente sente il volante
sfuggire al suo controllo il venditore locale
vede il telo volar via e i suoi articoli all’aria
il banchiere impaurito tira giù la serranda
sul gabbiotto minacciato della sua agenzia
e le pecore prudenti vanno a ruminare
in un buco senza vento la tempesta va
e viene a sfiatarsi sulle pianure dell’Est
e il cielo sgombro dopo la tempesta lascia
che il gelo venga a massacrare gli insetti
la cui avida ingenza preparava di già
un’estate vana per la terra troppo calda

Mangiare a Manhattan

William Cliff

William Cliff

Quando ero al YMCA di Manhattan
(ad ovest di Central Park), scoprii in basso
(cioè in cantina) che si poteva
pranzare lì. Un uomo dietro un bancone
faceva rosolare le patate poi
vi buttava sopra un uovo, cuoceva e
il tutto passava sopra un piatto, quindi
con un po’ di pane e caffè si partiva
con un vassoio per sedersi in sala.
Era gradevole ed economico, in più
c’era un calore umano, un torpore
fra quella gente assonnata che masticava
ammutolita il cibo, dopo di che
si andava a deporre il vassoio su un carrello,
ognuno imboccava la sua strada a Manhattan,
io ero lieto di andare di qua
e di là seguendo il mio ozio che mi
portava ovunque sorpreso dalle cose
rare, dai lineamenti diffusi tra
i rettangoli giganti di quell’isola.

Goya

Guy Goffette

Guy Goffette

Certo la notte può fissare il mare
negli specchi: le feste sono finite
solo il sangue ancora matura
nell’ombra che tornisce la terra
come questo chicco d’uva nera
scordato nella stanza dell’occhio
sprofondato
da un’aquila che strazia la tela
nella gola del tempo

da Diario di un innocente

William Cliff

William Cliff

un occhio si scostò dal fosco buio

e mi ospitò nella sua curva chiara

ma non ne seppi dilatare il buco

per esplorare quella strana sfera

con passi tra brutalità e paura

tornando a srotolarmi per la pista

dove la luce che mi batte in testa

dall’occhio aperto per mia negligenza

non smise di colpirmi coi suoi fasci

ed inveire per la mia indolenza