Il buio

Les Murray

Les Murray

L’ultimo interno (*) è il buio. Insonnolita paura della notte inoltrata,

che prova ogni passo come in acqua fonda, e se alla fine

arrivi ad aprire il frigorifero, non la luce ti avvolge, ma il freddo.

Ossa ammaccate ti persuadono che le tue guide, ora,

sono equilibrio e gravità – puoi inciampare, ma non cadrai lontano.

Densa cautela circospetta, come di preda. Il buio elargisce

a sua discrezione urti improvvisi. Il buio non ha argomento

ma è pieno di teoria. Le sue tregue: l’assenza di sorprese.

Niente che ti tocca. O abbracci fortuiti che sedano il panico.

Il buio è una benda per occhi sofferenti, gradevole al colore,

splendido nei polmoni dei tenori. È anche ciò che solo genera

le costellazioni, ginza (**) sfavillanti, lune deserte, neve brillante,

pioggia notturna che batte sulle tegole. È questo il buio: tutta messa in scena.

Niente che abbia cause o risultati. Il buio è un unico interno

che permette solo vita interiore. E nasconde ciò che la cattura.

*: Ultima parte di un trittico intitolato Tre interno.

**: Quartiere di Tokio.

Poesie che annegano

Judith Rodriguez

Judith Rodriguez

Ogni giorno annegano a dozzine
artigliate a morte,o soffocate sotto terra
trascinandosi dietro scadenze velenose*.
Otturano le mie crepe
muoiono a poco a poco
il giorno si leva e trema
sorge ed è per me indifferente.

Alla fine nessuna traccia rimasta.

Ma tu,poesia,
intravista così vicino alla nascita
te io solleverò
anche se per i capelli;
sì,questa,viva
o quasi.
Con violenza o astuzia
o in qualsiasi altro modo,
anche sleale.

Giardini Botanici

Antigone Kefala

Antigone Kefala

Oltre i vecchi alberi,farfalle di cristallo
volavano sopra la baluginante
superficie dell’acqua.
Tu hai detto,guarda la libellula.
Guarda come tiene duro.Come noi,
un po’ di più.
Solo la conchiglia era là,trasparente,
piena di stupore per le sue ali cave.
Le belle foglie di bambù ondeggiavano sul lago
nell’immoto silenzio,come le ali delle libellule,
e sullo specchio reso lucido che avanzava
viaggiavano le nubi.
Annottava.

Bivio

Antigone Kefala

Antigone Kefala

Ti sogno sempre che aspetti.
Aspetti in locande sconosciute
la campagna calda
tu là,chino sul legno scuro
in ascolto
e quel vento senza stagioni
con nessun odore sulle mani
che fischia nella casa.

Scivoli e planate scintillanti

Les Murray

Les Murray

Dopo aver inchiodato i pannelli allentati
del garage di lamiera
Peter il carpentiere cammina dritto
su per la scala,senza mani,
e abbottona i baveri del tetto.

Ora il suo peso leggero è sulla casa
sopra la testa,e poi ridiscende
portando lunghe strisce di verde e irta
erba Alpine,un tessuto di radici,fine come pelo
che ci è cresciuto nelle grondaie di metallo.

Piantata dagli uccelli o presa dal vento
ha passato vent’anni lassù,
nutrita a polvere di nuvole,a lavaggi
di ferro splendente,a detriti di nidi
in cui sono anche nati alberi alti un palmo.

Ora è un garbuglio per terra. E il bucato
gocciola doppi menti di peso colorato
sotto i passi,batti e ribatti,
su e giù per le sovrapposizioni,ad aggiustare
le case biplano d’Australia.

Meriggio abbagliante (II)

David Malouf

David Malouf

Meriggio abbagliante che non ci ha rivelato
come eravamo. Ha fatto udire diversi sé
più reali di qualsiasi
riflesso, forma,

con una loro vita,
un occhio simile a uno stelo,
un periscopio che misurava orizzonti,
chele capaci di staccarti un dito.

Mi è piaciuto. I profondi meriggi
con un palo e una rete, le più profonde
notti, quando inseguivo il sole tropicale.
E i nomi latini

Un pericoloso artigliare. Ti volevo tutto,
rude battere di colpi contro il respiro che manca
e il potere d’incantesimi verbali,
sul palmo della mano, sulla lingua.

Il futuro

Les Murray

Les Murray

Niente, in fondo. Molta fantascienza

ci è ambientata, ma non ne tratta. Così le profezie.

Non piega gli steli al millefoglio. Il cristallo è uno specchio.

Anche l’uomo che abbiamo inchiodato

di vedetta a un albero ha saputo dirne poco;

giusto che sarebbe venuto il male.

Ne vediamo, per convenzione, un pezzo piuttosto breve,

ma anche quella è una congettura. E ogni congettura

non sa seguire il suo snodarsi.

È un buco nero

da cui non arriva alcuna radiazione.

Le ordinarie e magnifiche strade delle nostre vite

si portano per paesaggi urbani e selvaggi,

o per pendii franosi, improvvisi, fino a un baratro

dove non ci sarà che quello che ci abbiamo

spedito, compattato, orbitante – eccetto forse noi, per poterlo vedere.

Si dice che ne vediamo l’inizio. Ma da qui non c’è che cecità.

La fossa scavata che inghiottirà il nostro presente

ci rende ciechi per quel sole che si può immaginare

ordinario, mentre splende calmo

dal punto più lontano, per altre persone

nella loro giornata tipo. Un giorno in cui

ogni nostro ritratto, ideale, rivoluzione,

paio di jeans, deshabillé

si farà stranamente malinconico. Impossibile

vedere quella gente, salutarla patetico.

Comincio, tuttavia: “Quand’ero vivo” – e già mi sono girato

ritrovandomi a guardare un allegro picnic,

le donne in mussola e guanti

a gambe coperte, secondo decenza,

gli uomini con barba e gilè,

lunghi sigari, bei pantaloni,

a rilassarsi sotto una veranda

in pietra. A Ceylon o a Sydney.

E mentre guardo, so che sono tutti

svaniti, ciascuno nel suo giorno,

con cuscino, bottiglie, nebbia,

con tutti i futuri sognati progettati,

scendendo in quell’abisso cui tutto si avvicina;

come l’uomo sull’albero, sono svaniti nel futuro.

La festa dei granchi

David Malouf

David Malouf

Impossibile più vicino
di così. La lingua s’infila
nel più intimo, nel più soave
dei tuoi angolini. So tutto,

ora so tutto dei tuoi segreti.
Spaccato il guscio
più niente tra di noi.

Assaporo il chiaro di luna

Fattosi carne
e le bolle che salgono su
dalle acque di scolo. M’immergo
tra radici e bacche di mangrovie

sotto cenere di luna, al freddo.
Sapevo che la baia
era più d’un semplice scintillio,
sapevo che se esistevi
potevo penetrare
nella tua vita e giù in fondo
afferrare le tue abitudini e conoscendo
le nostre differenze giungere a pensare che siamo
una cosa sola.

(Traduzione di Graziella Englaro su “Poesia” Anno II, numero 12, Dicembre 1989, Crocetti Editore)

La foresta di eucalipti

Les Murray

Les Murray

Dopo l’ultimo steccato fatiscente

rincasare, per me, è entrare nella foresta di eucalipti.

Un campo di battaglia antico, assorto:

brandelli di armatura, protezioni,

collari spaccati sparsi sul terreno.

Nuove piante spuntano dalle vecchie:

limone e ocra sorgono dal grigio

ovunque, nella foresta di eucalipti.

Una pista nell’ombra, per chilometri,

tra cortecce dure come acciaio:

profondità che ti comincia tutta intorno

senza ragione.

È come un ampio porto qui, con armamenti

infiniti tramutati in foglie, pali

involti in vele spruzzate,

un esercito ignoto accampato da secoli.

Eucalipti presi nella piena

del torrente, ciascuno alto grazie all’altro.

Quello, fiorito, è immerso dentro un bagno

d’api, ma il sangue caldo

s’addormenta, a mezzogiorno.

È quella l’ora delle streghe

nella foresta di eucalipti.

Il fogliame crea una pozza a strati:

foglie su foglie trattengono biliose

e raggrinzite l’acqua del suolo.

La banda dei pappagalli, più in alto.

Basi di pietra sbriciolate dai tronchi.

Luci non umane. Giganteschi

macchinari in abbandono. I misteri

della foresta di eucalipti.

Delizia per me, tuttavia, ai torrenti furtivi,

e salute per me, sotto candele e pettini di banksia(*).

Un vento

sfrega i rami alti sui sentieri;

le montagne sono onde nell’oceano

della foresta di eucalipti.

Ora guardandomi indietro, ora guardandomi attorno,

vado per la mia strada;

essenze mi sgombrano la mente,

e, là più in alto, il suono della pioggia.

Perché ho rinnegato le passioni

della mia vita? Vedere il lampo

innalzarsi dalla foresta di eucalipti.