Scivoli e planate scintillanti

Les Murray

Les Murray

Dopo aver inchiodato i pannelli allentati
del garage di lamiera
Peter il carpentiere cammina dritto
su per la scala,senza mani,
e abbottona i baveri del tetto.

Ora il suo peso leggero è sulla casa
sopra la testa,e poi ridiscende
portando lunghe strisce di verde e irta
erba Alpine,un tessuto di radici,fine come pelo
che ci è cresciuto nelle grondaie di metallo.

Piantata dagli uccelli o presa dal vento
ha passato vent’anni lassù,
nutrita a polvere di nuvole,a lavaggi
di ferro splendente,a detriti di nidi
in cui sono anche nati alberi alti un palmo.

Ora è un garbuglio per terra. E il bucato
gocciola doppi menti di peso colorato
sotto i passi,batti e ribatti,
su e giù per le sovrapposizioni,ad aggiustare
le case biplano d’Australia.

La festa dei granchi

David Malouf

David Malouf

Impossibile più vicino
di così. La lingua s’infila
nel più intimo, nel più soave
dei tuoi angolini. So tutto,

ora so tutto dei tuoi segreti.
Spaccato il guscio
più niente tra di noi.

Assaporo il chiaro di luna

Fattosi carne
e le bolle che salgono su
dalle acque di scolo. M’immergo
tra radici e bacche di mangrovie

sotto cenere di luna, al freddo.
Sapevo che la baia
era più d’un semplice scintillio,
sapevo che se esistevi
potevo penetrare
nella tua vita e giù in fondo
afferrare le tue abitudini e conoscendo
le nostre differenze giungere a pensare che siamo
una cosa sola.

(Traduzione di Graziella Englaro su “Poesia” Anno II, numero 12, Dicembre 1989, Crocetti Editore)

Il luogo

DAVID MALOUF

DAVID MALOUF

Questo è il luogo.Vi ritorno
la notte per trovarlo:
immobile,addormentato,caldo,governato

dai vecchi segnatempo,gli uccelli acquatici la cui
sola esile gamba sostiene le nuvole,
l’incresparsi del mare aperto

avanti a me,e le ore
di un azzurro sempre più profondo in cui la terra guada nel meriggio.
Le prospettive allora sono queste:

un pontile di legno,un estuario impigrito
che scorre verso
il sole,la luce che increspa sulle dune.

Avanzo.E’ tutto intorno a me,il bagno
d’aria,paese dall’anima leggera.Va avanti così

tutto il giorno.La marea
avanza e si ritira.Sotto il sole,sotto
le correnti incrociate della luna,le ombre

ricadono nel posto
per infittirsi in tenebra.Questa caccia è un rito,
persi sono tutti quelli che vi fanno parte.Persino il respiro

che tratteniamo tra un respiro e l’altro
sono termini fissi per il rito che si celebra,
le maglie di una rete.

Tra i tronchi di mangrovie le lucciole
simili a piccoli pianeti,ardenti pazzi d’amore
si accendono,

si spengono.Anche esse hanno catturato
qualcosa.Un pezzo di solida mezzanotte
si agita nei nodi stellari delle trecce.

La foresta di eucalipti

Les Murray

Les Murray

Dopo l’ultimo steccato fatiscente

rincasare, per me, è entrare nella foresta di eucalipti.

Un campo di battaglia antico, assorto:

brandelli di armatura, protezioni,

collari spaccati sparsi sul terreno.

Nuove piante spuntano dalle vecchie:

limone e ocra sorgono dal grigio

ovunque, nella foresta di eucalipti.

Una pista nell’ombra, per chilometri,

tra cortecce dure come acciaio:

profondità che ti comincia tutta intorno

senza ragione.

È come un ampio porto qui, con armamenti

infiniti tramutati in foglie, pali

involti in vele spruzzate,

un esercito ignoto accampato da secoli.

Eucalipti presi nella piena

del torrente, ciascuno alto grazie all’altro.

Quello, fiorito, è immerso dentro un bagno

d’api, ma il sangue caldo

s’addormenta, a mezzogiorno.

È quella l’ora delle streghe

nella foresta di eucalipti.

Il fogliame crea una pozza a strati:

foglie su foglie trattengono biliose

e raggrinzite l’acqua del suolo.

La banda dei pappagalli, più in alto.

Basi di pietra sbriciolate dai tronchi.

Luci non umane. Giganteschi

macchinari in abbandono. I misteri

della foresta di eucalipti.

Delizia per me, tuttavia, ai torrenti furtivi,

e salute per me, sotto candele e pettini di banksia(*).

Un vento

sfrega i rami alti sui sentieri;

le montagne sono onde nell’oceano

della foresta di eucalipti.

Ora guardandomi indietro, ora guardandomi attorno,

vado per la mia strada;

essenze mi sgombrano la mente,

e, là più in alto, il suono della pioggia.

Perché ho rinnegato le passioni

della mia vita? Vedere il lampo

innalzarsi dalla foresta di eucalipti.

Tredici

Nathan Shepherdson

Nathan Shepherdson

Tredici

La voce di Trakl, una voce come un secondo sè

Kokoschka

fradicio di pioggia

ubriaco di vino

sedevi nello studio del pittore

uno studio dalle pareti nere

il buio insanguinava il colore

hai guardato in silenzio

guardato il silenzio ( )

movimenti nella mano del pittore

l’aria macchiata di pigmenti

oblò nella sua testa

con una vista sull’Oceano viennese

franato di corpi spezzati e amore

hai disegnato parole nella tua bocca

invocando la poesia come testimonianza ulteriore

fradicio di pioggia

urbiaco di vino

movimenti nella mano del poeta

l’aria macchiata di pigmenti

nominavi il quadro – La Sposa del vento*

L’acrobata

Antigone Kefala

Antigone Kefala

Sono colui che celebra giorno dopo giorno
i riti della ricerca davanti al tuo occhio nudo.
Non arrivo a te – benché
riesca a gridare il tuo nome –
nella sconfinata desolazione del cielo,
giorno dopo giorno,anno dopo anno,
eternità.Lo sai bene.

Grido soltanto per placare la paura.
Riscaldo il corpo gelato con la mia eco.
Fingo che tu non sia là.
Dimentico a me stesso ammirando i miei giochi di prestigio.
Resisti.Lo sforzo di tenerti
a questa fune tesa che non offre
sostegno contro l’oscurità.

Chi mi insegnerà a non temere
la caduta?

Sistemazioni

Melinda Smith

Melinda Smith

Premi su un’estremità
abbastanza a lungo
questa diventa insensibile

In questo ripido canalone
dove un imprevisto mi ha bloccato
ogni roccia coperta di muschio
ogni nodo nella corteccia, ogni
goccia di pioggia
fa infinita differenza

Quale piccola ricca vita.
Alla fine dei crampi
la potrò abbracciare

Comete

Les Murray

Les Murray

A Melbourne, in una splendida giornata,
una donna saliva per la strada davanti alla sua
chioma. Legno di tek appena appena oliato,
per cangianti riflessi, le arrivava ai talloni,
l’assecondava come un corteggio a puntasecca,
titolo ad arabile terra srotolato,
bordato da ubertosi solchi di stoffa, un’ala
inguainata che non poteva far volare lei, solo se
stessa, mollemente, e il di lei umore. Larghezza
di vita e personalità, spazzolata in pigra calma,
non se ne vedevano astratti accenni sulla sua bocca,
né il profuso scendere e coprire. Solo il particolare
che nuotava nelle linee fluenti, splendente intorno –
mentre lei procedeva, viso al sole, come un cometa.

Il buio

Les Murray

Les Murray

L’ultimo interno (*) è il buio. Insonnolita paura della notte inoltrata,

che prova ogni passo come in acqua fonda, e se alla fine

arrivi ad aprire il frigorifero, non la luce ti avvolge, ma il freddo.

Ossa ammaccate ti persuadono che le tue guide, ora,

sono equilibrio e gravità – puoi inciampare, ma non cadrai lontano.

Densa cautela circospetta, come di preda. Il buio elargisce

a sua discrezione urti improvvisi. Il buio non ha argomento

ma è pieno di teoria. Le sue tregue: l’assenza di sorprese.

Niente che ti tocca. O abbracci fortuiti che sedano il panico.

Il buio è una benda per occhi sofferenti, gradevole al colore,

splendido nei polmoni dei tenori. È anche ciò che solo genera

le costellazioni, ginza (**) sfavillanti, lune deserte, neve brillante,

pioggia notturna che batte sulle tegole. È questo il buio: tutta messa in scena.

Niente che abbia cause o risultati. Il buio è un unico interno

che permette solo vita interiore. E nasconde ciò che la cattura.

*: Ultima parte di un trittico intitolato Tre interno.

**: Quartiere di Tokio.