L’estremo di un segno

Roberto Juarroz

Roberto Juarroz

Si deve cadere e non si può scegliere dove
Ma c’è una forma del vento nei capelli,
una pausa del colpo,
un certo angolo del braccio
che possiamo piegare mentre cadiamo
È soltanto l’estremo di un segno,
la punta impreveduta di un pensiero
Ma basta ad evitare il fondo avaro di alcune mani
e la miseria azzurra di un Dio deserto
Si tratta di piegare un po’ di più una virgola
in un testo che non possiamo correggere

Cercare una cosa

Roberto Juarroz

Roberto Juarroz

Cercare una cosa
è sempre incontrarne un’altra.
Così, per trovare qualcosa,
bisogna cercare quello che non è.
Cercare l’uccello per incontrare la rosa,
cercare l’amore per trovare l’esilio,
cercare il nulla per scoprire un uomo,
tornare indietro per andare avanti.
La chiave del cammino,
più che nelle sue biforcazioni,
il suo incerto inizio
o il suo dubbio finale,
è nel caustico umore
del suo doppio senso.
Si arriva sempre,
ma da un’altra parte.
Tutto passa.
Però al contrario.

La nonna

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lillà che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge,
delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi,
dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io,
e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio.
Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta,
questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita,
queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti,
e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie,
sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando
e si riempiono di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Un canto italiano

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Il presente come un appartamento di stucchi e arazzi con pareti
falsamente profonde per occhi che consentono.
La porta, lì, e anche una finestra.
Quale riporta il passato, quale contiene il futuro?
Questa colonna scavata sa di più,
però non cede il suo linguaggio di cenere
come se per aprirsi il passo nella sagomatura crudele
ci fossero necessarie altre mani non queste povere
che reggono mele e coltelli.
Identità, riunione! Esilio bello!
Dolce questo divorzio che ci brucia lento,
la lotta con il tempo continua a essere
luce di tutte le fiammate, grazia di ogni passo.
Barca in mare, arancia appesa all’azzurro,
brillìo di pesci contro le profondità!
Vedo nell’onda un segno senza oggetto, cresce
come la morte di ogni frutto, fragore
d’aria esplosa in pezzi! Ardi, cicala,
niente passa finché canti, finché
il giorno sospeso alle tue elitre
sia una bacca dolce di chitarre.
Do nome a cose chiare: questo pezzo
di pensiero è Italia. Che presente
meno macchiato di parete, meno opaco?
Spugna meridiana, lagenaria sonora,
e nella sequenza delle strade, fra oleandri rosa e pietre
questo poroso essere, questo istante che dura.
Allora, che lo strappo del disdetto amore,
il sandalo bruciato dal vento, la notte
con tutte le stelle che ti pesano sulle spalle,
siano riunione. Il grillo si affaccia,
si spezza un vimine. E questo fu, sarà,
o solamente sta accadendo? Guarda,
bevi da ogni fonte. Da te bevono i morti
senza che una nuova estate di covoni
non ti dia il diritto di dimenticare. Non rimpiangere
i vecchi anni. Essi dormono
nella tua veglia, e veglieranno come questo grillo
nella penombra del tuo sogno.
L’appartamento con stucchi e arazzi
cede all’essere che lo abita, come cede la gabbia
se il suo uccello canta.

Ti amo

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Ti amo per le ciglia, per i capelli, ti dibatto nei corridoi bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.
Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.