L’estremo di un segno

Roberto Juarroz

Roberto Juarroz

Si deve cadere e non si può scegliere dove
Ma c’è una forma del vento nei capelli,
una pausa del colpo,
un certo angolo del braccio
che possiamo piegare mentre cadiamo
È soltanto l’estremo di un segno,
la punta impreveduta di un pensiero
Ma basta ad evitare il fondo avaro di alcune mani
e la miseria azzurra di un Dio deserto
Si tratta di piegare un po’ di più una virgola
in un testo che non possiamo correggere

Cercare una cosa

Roberto Juarroz

Roberto Juarroz

Cercare una cosa
è sempre incontrarne un’altra.
Così, per trovare qualcosa,
bisogna cercare quello che non è.
Cercare l’uccello per incontrare la rosa,
cercare l’amore per trovare l’esilio,
cercare il nulla per scoprire un uomo,
tornare indietro per andare avanti.
La chiave del cammino,
più che nelle sue biforcazioni,
il suo incerto inizio
o il suo dubbio finale,
è nel caustico umore
del suo doppio senso.
Si arriva sempre,
ma da un’altra parte.
Tutto passa.
Però al contrario.

Ti amo

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Ti amo per le ciglia, per i capelli, ti dibatto nei corridoi bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.
Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.

Tutti i giorni un cucchiaio

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Adesso che nomino il centopiedi snello,
fiume di palme di mano, trireme cenerognola,
che mi cada sul viso, che mi entri
in un occhio, contorcendosi orribile fra le palpebre,
e rompa i suoi anelli e mi lasci
coperto di zampette furibonde, di veleno
e sventura.
Viso del mezzogiorno,
impara il centopiedi, l’ignominiosa
necessità di andarsi disseccando,
e guarda: non star triste, non andartene di là
a raccontare la tua vita alla gente.
Questo è niente, un disegno che lasciarono andandosene
i poveri, poveri vecchi,
un tappetino dove servivano il tè, e adesso
a lavarsi le mani per andare a dormire.

Tempo in cammino

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Per di più mi spiazza i centri,
mi rattrappisce l’albero spiovente dell’anima
questo calore senza fuoco, questa moneta senza danaro,
i ritratti appesi alle facce,
gli stivaletti vuoti che entrano nei tram.
Cose di cielo buttate negli angoli
non mi consolano più,
perché non si è felici col non essere disgraziati,
non si torna alla domenica dal martedì.
Domande e risposte,
cubana etichetta verde
oggi però ha suonato così bene la pianista
a beneficio dei figli degli annegati,
una donna vendeva frittelle in Plaza de Mayo;
osservi che dico un giorno buono.
Tenga a freno la sua cintura, cittadino,
voti perché le nuvole si alzino
e gli uccelletti cantino,
mediti il miele, che si accetta vomito,
il cane che il vomito divora,
il vomito che soffre d’essere stato minestra e vino
e lo guardi gettato supino.
Tutto mi frega, però le cose cresceranno
come il sangue nei termometri,
e perché farmi caso: altri aspettano
importanti, e qui ti voglio vedere:
Cittadini! Di che colore era il cavallo bianco di San Martín?

Se devo vivere

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.